| di: Matteo Bernabei I colloqui di pace israelo-palestinesi sono fermi dal settembre scorso, da quando cioè la moratoria che congelava temporaneamente le edificazioni nelle colonie ebraiche della Cisgiordania è terminata e il governo di Tel Aviv si è rifiutato di rinnovarla. L’Autorità nazionale palestinese per il momento non intende riprendere i contatti diretti, attende infatti che venga approvata una nuova sospensione delle costruzioni negli insediamenti illegali, perché, come disse lo scorso anno il capo negoziatore di Ramallah Saeb Erekat “non si può discutere su come spartirsi una pizza mentre c’è qualcuno che la mangia”. Tuttavia esiste anche un’latra questione chiave che le due parti hanno deciso di comune accordo di trattare direttamente al momento dei negoziati, ma riguardo alla quale l’esecutivo di Netanyahu, a differenza di quello palestinese, ha già le idee ben chiare e non ha alcuna intenzione di fare concessioni: il futuro status di Israele. Un argomento che in se ne racchiude molti altri, fra i quali quello legato al diritto al ritorno dei profughi palestinesi che rischiano seriamente di esiliati in via definitiva dalla propria terra. “Il giusto approccio al conflitto non è ‘pace in cambio di territorio’, ma ‘scambio di territorio e popolazione’”, ha rivelato ieri al settimanale statunitense Newsweek il ministro degli Esteri di Tel Aviv, Avigdor Lieberman, rendendo così nota la posizione del governo che invece il premier Netanyahu ha sempre preferito tenere nascosta. Il capofila del movimento radicale Israel Beitenu, ha infatti rivelato senza alcun timore che al momento Tel Aviv non intende prendere in considerazione l’idea di integrare gli arabi-israeliani nello Stato che si dovrebbe venire a creare e che la priorità dell’esecutivo resta di quella di farsi riconoscere come entità a carattere esclusivamente ebraico. “Ogni giorno, ogni settimana, spunta un nuovo caso di arabi israeliani che prendono parte ad azioni terroristiche. Ci sono i loro leader, i loro intellettuali e rappresentanti municipali che dicono che non riconosceranno mai Israele come stato ebraico e sionista”, ha spiegato Lieberman nel corso dell’intervista al periodi Usa. Quello che invece il leader radicale non ha spiegato è la concezione che il governo di Netanyahu ha del termine terrorista, affibbiato dalle autorità israeliane anche ai manifestati pacifici che ogni venerdì si ritrovano Bil’in per protestare contro la costruzione del muro che soffoca la Cisgiordania. Per il responsabile della diplomazia di Tel Aviv, inoltre, qualora i palestinesi chiedessero il riconoscimento del loro Stato nei confini del 1967 al Consiglio di Sicurezza dell’Onu “tutti gli accordi siglati, fin da quello di Oslo, sarebbero da ritenersi annullati”. In sostanza per il governo israeliano l’unica pace possibile è quella basata sui propri diktat. Ovviamente per Lieberman il vero ostacolo alla pace e alla creazione di uno Stato palestinese non è l’occupazione israeliana, ma la presenza nella regione di “movimenti radicali” che ostacolano il lavoro di quelli moderati. “La più grande minaccia per Fayyad e per Abbas – ha sostenuto - non è Tel Aviv, ma Hamas e la Jihad islamica”. Una favola alla quale purtroppo l’Anp ha scelto di credere, anche se principalmente per convenienza propria. Non passa giorno infatti senza che la polizia di Abbas arresti qualche deputato del movimento islamico con le accuse più svariate pur di riuscire a mantenere il controllo politico della Cisgiordania. Continuando di questo passo, tra il collaborazionismo di Fatah, l’indifferenza della comunità internazionale e l’azione israeliana, la Palestina rischia di scomparire ancor prima di nascere.  |