la “GIUSTIZIA INTERNAZIONALE” POST-BIPOLARE: UNO STRUMENTO NELLE MANI DI ISRAELE E DEI SUOI ALLEATI NEGLI USA E IN EUROPA - Terza parte
Di: Claudio Moffa
Oggi il Nostro si ripete: mentre ancora pensa da marxleninista doc che Israele è solo una “pedina” dell’imperialismo americano in Medio Oriente a fini di controllo delle risorse petrolifere, il leader del Campo vorrebbe scatenare un conflitto in Europa fra musulmani islamici e paesi ospiti: lui pensa “leninisticamente” ai governi occidentali (i “comitati d’affari” di una “borghesia” tutta eguale e monocorde: tranne quel banchiere “intellettuale” che pubblicò sulla rivista del “Campo”, un articolo pro-noglobal, vero Moreno?) ma nei fatti, se non lo ha capito speriamo che ci rifletta su e comprenda bene, lo scontro sarebbe con i proletariati europei: i quali non credono più da tempo alle belle favole dei sociologi dell’ “immigrazione facile” e alle dabbenaggini buoniste di Prodi, Veltroni e Ferrero, e pensano giustamente che l’immigrato con la sua disperazione e il suo bisogno di sfamarsi ha ridotto i loro spazi di occupazione e di salario dignitoso, per di più gravando sulle loro tasche anche per quel che riguarda la case e i servizi sociali. Ma Pasquinelli a questo evidentemente non pensa: si diverte piuttosto a inalberare principi astratti di solidarietà che finiscono per essere vere e proprie bombe destabilizzanti l’unità delle “masse” dei paesi che vorrebbe “rivoluzionare”. So quel che adesso dico: è stato probabilmente assai più rivoluzionario l’agente dei servizi segreti italiani Calipari, assassinato dal soldato “israeliano” Lozano forse per i suoi contatti con la stessa resistenza baathista e con la Siria, che non Moreno Pasquinelli, promotore di manifestazioni “antiimperialiste” comprensive di sigle alternativamente iperbombarole e per i “diritti civili” (è il caso di una delle organizzazioni siriane aderenti a una dimostrazione del Campo, anno 2004).
La Corte Penale Internazionale e il meccanismo di elezione dei giudici
Questo va detto, per quel che mi riguarda, anche per definire i confini della sacrosanta solidarietà italiana con i movimenti di liberazione iracheno, afghano, libanese e palestinese: nessun governo e leader politico del mondo arabo e islamico può pensare che sia giusto e utile alla causa comune, spalancare le porte dell’Italia e dell’Europa a una immigrazione senza regole, islamica e non. La vera solidarietà e la vera soluzione del fenomeno migratorio postbipolare consiste nel bloccare le guerre criminali dell’imperialismo e del sionismo in tutto il Mediterraneo – a ogni guerra sono seguite ondate migratorie verso l’Italia e l’Europa dalle zone colpite dal conflitto – e rilanciare un ordine economico internazionale (quello proposto nel lontano 73, in tutt’altra epoca, dal vertice non allineato di Algeri del 73) e una cooperazione internazionale equa, atta a
rilanciare lo sviluppo nelle regioni più emarginate dell’Africa, del Medioriente e dell’area mediterranea. In q uesto senso va peraltro l’accordo storico fra Italiae Libia, siglato da Berlusconi ne Gheddafi.
Infine la terza considerazione, quella più importante, riguarda il caso specifico della Corte Penale Internazionale sollevato da Gheddafi: la dottrina giuridico-internazionalista ha rovesciato fiumi di inchiostro per commentare lo storico evento del 2002, ed è impossibile sviscerare in questa sede tutte le questioni sollevate. Ma c’è un dato sicuramente importante che non mi pare sia mai stato sollevato dagli esperti: e cioè le modalità di nomina dei giudici della Corte Penale Internazionale, indicate dall’art. 36 del suo Statuto: “art. 36. La Corte non può annoverare più di un cittadino dello stesso Stato. A tale riguardo una
persona che può essere considerata come cittadina di più di uno Stato sarà considerata cittadino dello Stato in cui esercita abitualmente i suoi diritti civili e politici. 8.a) Nella scelta dei giudici gli Stati parti tengono conto della necessità di assicurare nella composizione della Corte:
i) la rappresentanza dei principali ordinamenti giuridici del mondo;
ii) un'equa rappresentanza geografica;
iii) un'equa rappresentanza di uomini e donne” …”
L’esperienza pratica della “giustizia internazionale” postbipolare insegna che questi criteri di selezione fondati sulle sole nazionalità e appartenenza statale non bastano più, né bastano i correttivi solamente geografici, o di genere o per ordinamenti giuridici di provenienza. C’è un ulteriore criterio da prendere in considerazione, più importante che mai nella fase storica della cosidetta globalizzazione: quella dell’appartenenza religiosa- culturale, di cui la “rappresentanza geografica” costituisce un rimedio solo parziale.
E’ evidente infatti che una sovraesposizione del continente europeo o della regione mediorientale come aree geografiche di provenienza comporterebbe in modo quasi meccanico, soprattutto nel secondo caso, una Corte composta da giudici di origini religiose (che siano o no praticanti) consimili, musulmane o cristiane. Ma questo filtro non è utile per la terza religione del Libro,l’ebraismo, per il semplice motivo che attraverso le comunità della cosidetta diaspora gli ebrei sono presenti nella gran parte dei paesi del pianeta e oltretutto sono più adusi storicamente – a causa delle persecuzioni subite e/o delle loro strategie di dominazione sui paesi ospiti – a celare con il laicismo, col cristiano- sionismo, o con il giudeocristianesimo, la loro identità culturale profonda.
Dunque è ben possibile il caso di una Corte costituita nel pieno rispetto dell’art. 36 giudici provenienti da 18 stati, a loro volta ponderati proporzionalmente secondo provenienza “geografica”, di genere o di ordinamento giuridico) che sia ben fornita di magistrati culturalmente legati all’ebraismo sionista e alle sue molteplici sfaccettature. E’ quello che sembra essere accaduto a tutta la giustizia internazionale postbipolare: è “finlandese” Mose, il Presidente del Tribunale per il Ruanda: perché il suo Tribunale si è accanito solamente contro i nemici del filoisraeliano Kagame? Si chiama David Crane il procuratore “americano” del Tribunale della Sierra Leone, che ha spiccato il mandato di
cattura contro Charles Taylor: perché questa espansione (di dubbia legittimità dentro i confini già dubbi dello stesso Tribunale ad hoc) della giurisdizione della Corte per la Sierra Leone, fino a colpire un altro nemico di fatto di Israele e del sionismo? Si chiama Philippe Kirsch il Presidente della Corte che ha accolto l’istanza di warrant arrest del suo compare (anche lui ebreo?) Luis Moreno-Ocampo, proprio il 4 marzo, mentre a Teheran, nella
conferenza già citata, si discuteva degli orrori di Gaza e della richiesta diincriminazione di Israele per crimini di genocidio. Si potrebbe continuare con la lista della lobby della giustizia internazionale postbipolare: non c’è uno dei grandi nomi che sono circolati per le aule dell’Aja o di Arusha dagli anni Novanta ad oggi che non sia in odore di pseudolaicismo e “diritti umani” in salsa israeliana, vale a dire, per fare un esempio: si agli espliciti moniti contro il governo italiano che giustamente vuole bloccare l’immigrazione clandestina, ma silenzio assordante nei confronti di Israele, lo stato più razzista e violatore del diritto internazionale dai tempi di Hugo Grotius in poi.
Solo ora, la macchina dell’inchiesta contro Israele sembrerebbe essere in procinto di attivarsi: troppo tardi per dare credibilità a questa Corte Penale Internazionale, un Tribunale che in Africa rappresenta appena 30 stati su 56 e il cui Procuratore generale ha un mandato lungo ben 9 anni secondo Statuto. Ha ragione Gheddafi. E forse bisognerebbe pensare, in un Tribunale simbolico, a processare non solo Israele ed il suo esercito aguzzino (le sado-talmudiche dello Tshalal) ma anche quei magistrati faziosi e silenti che ne hanno coperto le nefandezze dal 2002 ad oggi.
