la “GIUSTIZIA INTERNAZIONALE” POST-BIPOLARE: UNO STRUMENTO NELLE MANI DI ISRAELE E DEI SUOI ALLEATI NEGLI USA E IN EUROPA - Seconda parte

Pubblicato il da ipharra.over-blog.it

Di Claudio Moffa

Il mandato di cattura contro Al-Bashir: una mossa contraria a Diritto e Giustizia e tutta politica, a fini di difesa di Israele dopo il massacro di Gaza 

 

Eccoci dunque arrivati alla  presunta “novità” della Corte Penale Internazionale. Una mezza  novità: il triste scenario di un Tribunale che - per essere stato discusso a lungo e poi varato non dal Consiglio di Sicurezza (come i Tribunali ad hoc) madall’Assemblea generale - sembrò a molti la versione penale della storica Corte Internazionale di Giustizia, è ben simboleggiato dalla figura del Procuratore Moreno Ocampo: è lui il principale responsabile dell’incriminazione del presidente sudanese Omar Al Bashir, una mossa assolutamente politica, che nulla ha a che vedere con il Diritto e la Giustizia, sia che la si legga nel contesto continentale sia che la si inserisca nel momento specifico in cui la Corte ha emesso il suo ridicolo e tragico mandato di cattura, sia che la si legga in chiave meramente giuridico-procedurale.  

  

Il contesto africano è evidente e si caratterizza secondo il classico “due pesi due misure”: nel Congo Orientale – nonostante il perdurare dell’occupazione ruandese iniziata nel 1998  – Moreno Ocampo ha attivato procedimenti solo nei confronti di leaders di gruppi di guerriglia, uno solo dei quali pro ruandese – Bosco Ntaganda – evitando di svolgere almeno una indagine nei confronti del presidente tutsi Kagame se non per l’attentato contro l’aereo presidenziale che diede via ai massacri del 1994 (nulla poena sine lege), quanto meno per le stragi dei soldati di Kigali, spesso mascherati da “falsi iterhamwe (cioè soldati hutu)”, contro le popolazioni civili.  

Invece nel Sudan e nel Darfur – il cui genocidio, come chi scrive ha sempre ripetuto negli ultimi anni, è una invenzione mediatica, tanto che persino il mandato di cattura contro Bashir evita di elencarlo fra i capi di imputazione  – lo stesso Procuratore generale della ICC non solo non ha mosso un dito contro la guerriglia finanziata da Israele, nonostante i rapimenti e uccisioni di operatori ONG, gli assalti ai convogli dell’ONU e la rivendicazione di attentati antigovernativi con centinaia di soldati uccisi, ma inoltre è giunto ad incriminare il Presidente di uno Stato sovrano, membro delle Nazioni Unite, con il plauso 

dei ribelli del JEM che ne hanno promesso, loro, la cattura e consegna alla Corte. Uno scandalo, seguito appena una settimana dopo l’arrest warrant, dalla elezione secondo Statuto dei nuovi Presidente e due vicepresidenti della ICC

Ma quando è rimbalzata dai cassetti della CPI sullo scenario internazionale, la mossa furba del Moreno Ocampo? Tempi di scadenza del mandato a parte, il contesto cronologico è chiarissimo: è evidente anche ai ciechi che l’iniziativa della CPI, datata 4 marzo, ha a che fare con la reazione mondiale ai crimini di genocidio, contro l’umanità e di guerra compiuti da Israele nei 22 giorni di Gaza. Da una parte la mossa, proprio in coincidenza della Conferenza di Teheran, ha puntato e punta a spostare l’attenzione mediatica internazionale 

su un scenario altro che quello del sado-colonialismo israeliano, con l’Islam arabo sul banco degli accusati; dall’altra è servita e serve a creare un pendant utile il giorno in cui alla CPI dovessero veramente arrivare i ricorsi che centinaia di avvocati e ONG in tutto il mondo hanno dichiarato di voler inoltrare a denuncia e auspicata condanna della leadership sionista.  

 

Di più, anche se fallisse preventivamente per addotti motivi procedurali, l’incriminazione del Presidente sudanese potrebbe rivelarsi utile: perché attenzione, se venisse accolto come motivo di opposizione alla procedibilità contro Omar Al-Bashir il fatto che il Sudan non è fra i paesi sottoscrittori della ICC, questo “precedente” potrebbe risultare vantaggioso – visto che Israele non ha aderito alla ICC - anche per Olmert o  qualsiasi altro responsabile israeliano dei massacri di Gaza. Un trucchetto procedurale, che ricorda quello che salvò a 

Bruxelles Sharon dall’incriminazione su ricorso di centinaia di avvocati siriani, per essere stato poco prima dichiarato non passibile di procedimento giudiziario un altro indagato (se ricordiamo bene, un ruandese hutu). 

Un mandato di cattura dunque “a orologeria”, pregiudizialmente antiarabo, anti islamico e pro sionista quello di Luis Moreno Ocampo: del resto, a salvaguardia di Israele le manovre dentro la CPI rischiano di essere molteplici, alcune forse persino interne al movimento di protesta “giuridico”. Ci sarà chi, in modo più o meno evidente, proporrà come pendant per la condanna dello Stato-belva israeliano, una qualche sanzione anche a Hamas, così tanto integralista, così “incurante” dei civili palestinesi da aver sparato e continuato a sparare missili Kassem contro il territorio della potenza occupante? Staremo a vedere: comunque questa eventuale opzione nei gruppi che si stanno attivizzando per far rinviare a giudizio Israele, sarebbe un elemento utile a far chiarezza nel coro delle sin qui unanimi proteste per la guerra di Gaza. 

 

La reazione arabo-islamica, le sue prospettive e i suoi ostacoli: 

l’antistatualismo del pacifismo occidentale. 

La reazione-denuncia di Gheddafi è dunque sacrosanta: essa è un nuovo segnale, dopo il vertice del Qatar del gennaio scorso in cui i tre quarti dei paesi della Lega Araba e l’Iran si sono trovati uniti assieme al delegato di Hamas nel condannare Tel Aviv, di una nuova salutare reattività del mondo islamico ai crimini israeliani e allo strapotere e arroganza planetari del sionismo. Un fenomeno di resistenza diplomatica che ha alle spalle la resistenza di popolo (che non è retorico definire eroica) in Iraq, Libano e Palestina, e che a sua volta induce ad almeno tre riflessioni. 


La prima, telegrafica, è che questo processo non si rafforzerà se non si rinsalderà l’unità fra i leader arabi e islamici. Il rischio è la tentazione al primato unilaterale sul nuovo fenomeno di protesta internazionale contro il sionismo e le sue guerre. Esistono dimensioni psicologiche che investono tutti gli esseri umani e dunque anche i leaders di altissimo livello. Ci sono ormai le avvisaglie concrete di un possibile attacco “tattico” all’Iran: se così fosse, non si dovrebbe ripetere l’errore compiuto con Saddam Hussein, lasciato solo nel momento in cui le Nazioni Unite lo pugnalavano alle spalle. Purtroppo il sionismo sfrutta tutti i contrasti possibili, è pronto a sostenere entrambi i fronti di una guerra (ad es. nella guerra civile del Congo-Brazzaville) pur di indebolire i suoi nemici, ed è 

capace di seminare o sfruttare odi profondi e pluridecennali fra le comunità religiose e etno-nazionali, pur di dominare. Ma la risposta dovrebbe essere una sola: la politica e la solidarietà innanzitutto. 

 

La seconda riflessione riguarda il raccordo possibile della nuova “internazionale” 

interstatuale (che giunge a proiettarsi ormai fin nell’America latina: tanti erano i delegati sudamericani a Beirut e a Teheran) con i movimenti di opinione antisionisti e pro palestinesi diffusi in tutto il mondo, secondo quanto abbozzato già nella conferenza di Beirut. Ma esistono su questa strada diversi problemi, il principale dei quali è la superficialità ideologistica di una parte della protesta anti israeliana nel mondo occidentale: l’ostacolo è il “movimentismo” fuori tempo e fuori luogo che disprezza il momento statuale della conflittualità internazionale, per rifugiarsi solo nelle “masse” e nei “popoli” senza altra leadership “legittima” che quella identica a all’identikit  ideologico- culturale del militante pacifista occidentale. Fra tutti, prendo un esempio proprio dai giorni di Beirut, l’intervento di Moreno Pasquinelli del Campo antiimperialista, il quale se 

ne è uscito con una battuta folle e reazionaria allo stesso tempo: “They are ready to fight” ha detto. Chi sarebbero “pronti a combattere”? Gli immigrati musulmani in Occidente. 


Pasquinelli da intelligentissimo furbo-cretino qual è non ha posto dei paletti precisi alla volontà “to fight” degli immigrati, né ha voluto specificare le modalità di tale “battaglia”, probabilmente per solleticare le aspettative di chi, nel vasto pubblico, aveva ragione di mal sopportare il “libero” e “democratico” Occidente che bombarda e fa bombardare senza pudore il Medio Oriente almeno dal 1991. Ma così facendo ha cominciato a danneggiare alla radice la solidarietà internazionalista attorno ai combattenti (veri) di Hezbollah, Hamas o iracheni, esattamente come ha fatto anni fa nei confronti della resistenza baathista irachena: con il suo stupido e depistante “antiamericanismo” post- 2003, con il rifiuto di difendere veramente Saddam Hussein come legittimo Presidente dell’Iraq occupato, e con il lavorìo ai fianchi della stessa resistenza baathista a vantaggio di un tal Al-Kubaysy, in tutta Italia scorazzato leader del movimento del 2 di briscola “antiimperialista”. Semplicemente fessa fu quella linea di Pasquinelli, vero e proprio pendant “rivoluzionario” dell’aggressione angloamericana e sionista all’Iraq del 2003, 

non a caso amplificata a dismisura da Magdi Allam e da Feltri, che mai si sarebbero aspettati simili gustosi piatti pacifisti da offrire in pasto alla loro ringhiosa e razzistoide “opinione pubblica”.   

 

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