FaceBook, censure e Bocchino...
Riceviamo e pubblichiamo da Maurizio De Luca
I lettori giudichino...
Lettera del 25/8/2010 di De Luca a Il Giornale:
Caro Direttore,
le scrivo per segnalare quanto accaduto sulla pagina Facebook di Generazione italia, dove basta esprimere la propria opinione, senza offendere nessuno, sulla casetta del Principato, per essere cancellati subito e venire quindi inibiti dal poter fare qualsiasi altro commento. Inviterei i lettori a provare. Io l’altroieri ho solo scritto «Credo sia giusto che il “cognatino” restituisca la casetta di Montecarlo». Dopo due minuti il mio intervento è stato cancellato e il mio nominativo rimosso.
Sono stato militante del Fronte del Gioventù e del Msi negli anni in cui si moriva per difendere le proprie idee. Ho avuto Fini segretario nazionale del Fdg e Almirante nel Msi. Sono stato eletto a Napoli nelle fila del Msi quando avevo appena compiuto 18 anni; le mie lacrime di gioia ed emozione, al momento del mio insediamento, furono accolte dall’allora sindaco di Napoli Valenzi, del Pci, che mi consegnò una targa quale il più giovane consigliere circoscrizionale d’Italia.
Ho visto amici e militanti perdere la vita in quegli anni, quindi se quella casa è stata donata dalla contessa per difendere quelle idee, in quelle mura ci sono anche i sacrifici dei militanti d’allora. Italo Bocchino non conosce nulla di quei tempi, e quindi mi sentivo in dovere di esprimere il mio pensiero su Generazione Italia in maniera corretta e civile, avendo forse io un pochino di titolo in più. Ho quindi riprovato, tramite il profilo Facebook di un mio amico, a fare la stessa cosa, cioè a esprimere il mio parere su tutta la questione. Ma appena Bocchino e compagni leggono la parola magica «Montecarlo» ti oscurano subito.
Desidero inoltre esprimere il mio ringraziamento per il suo lavoro e per aver fatto emergere questa triste, sporca, squallida vicenda che offende noi tutti e anche la memoria dei militanti caduti.
Il Giornale del 13/3/2011 a De Luca
RomaMaurizio De Luca, le dò una notizia: lei è stato querelato da Bocchino.
«Non lo sapevo».
Sì, come 36 di noi. Noi per aver fatto il nostro lavoro, che è scrivere articoli. Lei per aver scritto una lettera da noi pubblicata il 25 agosto scorso.
«Sa che le dico? Mi dà una bellissima notizia. Per me essere querelato da Bocchino è un onore».
Maurizio De Luca, classe 1962, napoletano, entra a suo modo nella storia. È infatti probabilmente il primo lettore di un quotidiano querelato da un politico. Per di più per stalking. Fattispecie di reato che può essere acrobaticamente plausibile quando si applica all’opera di un giornalista, ma che diventa puro fantasy se il destinatario della denuncia è un comune cittadino.
De Luca, che cosa aveva scritto per far arrabbiare Bocchino?
«Avevo denunciato un fatto: che ero stato cancellato dalla pagina Facebook di Generazione Italia solo per aver scritto che sarebbe stato giusto che il cognato di Fini restituisse la casa di Montecarlo. Un’opinione espressa senza offendere nessuno».
Nella sua lettera a noi raccontava un grande malessere nei confronti di Fini e soprattutto di Bocchino.
«Il disagio di chi militava nel Fronte della Gioventù e nell’Msi nell’epoca in cui si moriva per le proprie idee. Mentre io a 13 anni iniziavo a frequentare il partito, mentre nel 1980 venivo eletto consigliere municipale al centro di Napoli, il più giovane consigliere d’Italia, Bocchino giocava ancora con le figurine».
Ci racconti questi anni difficili.
«Anni difficili ed entusiasmanti, nei quali non si aveva alcuna prospettiva di potere. Noi avevamo una storia e una cultura per certi versi vicina a quella del Pci. Il nostro gettone di presenza lo utilizzavamo per le spese della sezione. Noi a Napoli eravamo forti, nel mio municipio del centro (Avvocata-Montecalvario) eravamo sei consiglieri dell’Msi contro sette della Dc e sette del Pci. Ma avevamo difficoltà quotidiane, c’erano zone della città in cui non riuscivamo a fare attività, c’erano militanti da accompagnare a scuola perché altrimenti non sarebbero potuti entrare, c’era un vivere la federazione, come la chiamavamo noi, quotidiano. Condividevi le tue giornate con il figlio dell’imprenditore e quello del disoccupato. E poi pochi mesi dopo la mia elezione ci fu il terremoto e ci trovammo a gestire una situazione di emergenza sul territorio».
Poi la sua militanza è finita?
«Come impegno personale sì, ma è sempre continuata in maniera indiretta, restando vicino ad Alleanza Nazionale, supportando qualche amico che è rimasto in prima linea. Io in questo momento sento di rappresentare la base che ha costruito il passato della destra, quella che andrebbe riascoltata davvero, adesso. Ne sentiremmo delle belle».
Perché?
«Perché siamo i più delusi. Prenda la gestione del patrimonio immobiliare dell’ex An. Per noi è un nervo scoperto. A noi dell’Msi allora nessuno affittava una sede. Così eravamo costretti ad acquistarle, con grandi sacrifici. Ti sentivi partecipe e proprietario del luogo in cui facevi politica e condividevi con gli altri i momenti della militanza. Ma Bocchino non sa nemmeno di che cosa parliamo. Lui è arrivato nel 1994-95, quando l’Msi, poi diventato An, era arrivato al potere».
Sta dicendo che è salito sul carro dei vincitori?
