Marco Tarchi risponde a Buttafuoco e Staiti.
Da "Il Foglio"
Ne ha dette, di cose,
Gianfranco Fini in questi ultimi giorni. E, come nel suo costume, non
sempre le ha orientate nella stessa direzione. Esagera, probabilmente,
chi sostiene che abbia fatto impallidire la fama di Togliatti in
materia di doppiezza, quando gli rinfaccia l’andirivieni fra l’
esaltazione del fascismo dei congressi missini degli anni Ottanta e le
proclamazioni di segno opposto scaturite un ventennio più tardi, o gli
chiede conto, nel pieno dell’offensiva dell’accoglienza e dell’apertura
politica verso gli immigrati, della vena xenofoba venuta alla luce
quando voleva accanto sul palco dei comizi Jean-Marie Le Pen e faceva
mettere ovunque possibile tavolini per lanciare petizioni che urlavano
l’imperativo del “tutti a casa loro”. Ma è certo che una vocazione a
giocare su due tavoli il personaggio l’ha sempre dimostrata – basti
pensare che, proprio quando faceva campagna contro l’immigrazione, si
premurava di farsi ritrarre con una bambina di colore in braccio nell’
oleografia degli auguri natalizi agli impavidi lettori del “Secolo d’
Italia” – e non sembra propenso a smentirla adesso, se è vero che a
Bondi minaccia “scintille in parlamento” per il governo e in tv giura
che non si presterà a imboscate in quella sede.
Insomma, dare ascolto
a quel che Fini dice, per chi vuole capire sul serio come funziona la
politica non è consigliabile (né, del resto, è opportuno seguire alla
lettera le dichiarazioni di qualsiasi esponente di partiti e
coalizioni, non solo nel nostro paese; non per dar ragione per forza a
Grillo, e per converso torto a Travaglio, ma pretendere che la politica
si accordi con l’etica è far torto alla natura, all’esperienza e al
buonsenso). Tuttavia, qualche frammento di sue dichiarazioni può
servire a far luce su singoli aspetti di quegli atti della commedia
umana che si svolgono nei palazzi istituzionali. E in questo senso si
può leggere l’ammissione che gli è sfuggita in un dialogo fuorionda con
Lucia Annunziata, quando, a proposito dei sodali di tanti anni non
disposti a seguirlo ora sulla via della rottura di fatto con
Berlusconi, ha detto che i suoi ex colonnelli “hanno solo cambiato
caserma”. L’analisi è impeccabile.
Peccato che, ancora una volta,
contraddica frasi vecchie di pochi mesi, perché allora era soltanto il
Pdl ad essere descritto con la metafora militaresca, rivendicando il
diritto-dovere di portarvi aria nuova e libera, mentre adesso si giunge
alla tacita ammissione che Alleanza nazionale aveva le stesse sembianze
del fortilizio, dove tutti dovevano obbedienza cieca, pronta ed
assoluta al comandante e, più che colonnelli, erano in auge i caporali
e i gregari. Chi sgarrava, e magari denunciava le violazioni di uno
statuto che prevedeva un congresso ogni tre anni e non ogni sei, sette
o chissà quanti, come di fatto accadeva, veniva messo alla porta o
costretto a farlo.
Questo non è, peraltro, che uno dei tanti dati di
fatto su cui l’ex presidente di An ha sinora dimostrato una memoria a
chiazze. Nella psicodrammatica riunione della direzione nazionale del
Pdl di giovedì scorso, ad esempio, difendendo le due ragioni. Fini ha
fatto di nuovo ricorso a una formula che gli è cara: è venuto il
momento di smetterla di nascondere la polvere sotto il tappeto. Chi
avrebbe potuto dargli torto? Sarebbe difficile farlo, in particolare, a
chi segue da decenni le vicende della destra italiana. È lecito però
aggiungere che di quei sostanziosi mucchi di polvere ci si sarebbe
dovuti sbarazzare da un bel po’ di tempo, e che le pulizie avrebbero
dovuto iniziare dalla soglia di casa propria, prima di abbandonarla per
il trasloco a palazzo Grazioli.
Almeno all’atto della confluenza nel
Pdl, nel congresso di chiusura di Alleanza nazionale, l’ultimo
segretario del Movimento sociale italiano ed unico presidente del
partito che ne era nato per gemmazione (il copyright è di Ilvo
Diamanti) avrebbe dovuto, per coerenza e per chiarezza, rispondere a
due quesiti: quale lascito consegnava l’esperienza del neofascismo alla
politica italiana, nel momento in cui la fiamma si spegneva? E quale
bilancio si poteva trarre dagli oltre sessant’anni della sua presenza
sulla scena italiana?
In apparenza si poteva trattare di interrogativi
di interesse circoscritto a una smunta cerchia di nostalgici, ma nei
fatti scioglierli avrebbe offerto, finalmente, una lettura convincente
di un percorso che a molti appare tutt’altro che rettilineo,
allontanando il legittimo sospetto che la sfida di Fini a Berlusconi –
già allora visibile, sia pur sottotraccia – fosse, nella sostanza, un
mero scontro di caratteri e ambizioni personali e non un contrasto di
programmi e progetti. Senza tacere il fatto che, per un politico che
nei primi anni Novanta propugnava l’avvento di un non meglio
identificato fascismo del Duemila ed è approdato tre lustri dopo alla
convinzione che nella guerra civile i fascisti stessero dalla parte
sbagliata, tracciare un bilancio non reticente del cammino percorso e
spiegarne i punti di svolta e le intuizioni ispiratrici sarebbe stato
un dovere etico. Aggettivo di cui, all’attuale Presidente della Camera,
piace far uso, applicandolo però più agli altri che a se stesso.
Invece, dalla cerimonia di spegnimento della fiamma non scaturì nessun
approfondimento problematico dei motivi per cui, prima e durante gli
anni in cui Fini ne aveva fatto parte, un partito politico si era
assunto il compito di portare sulle spalle il fardello di un’identità
maledetta, incontrando il consenso di qualche milione di italiani, l’
indifferenza di molti altri e l’astio irriducibile di un vasto numero
di avversari e nemici. E tantomeno delle ragioni che portavano, nel
2008, a scaricare di quel bagaglio anche gli ultimi residui, senza
degnarli di uno sguardo, critico o malinconico che fosse. Come, sulle
colonne del “Foglio”, Buttafuoco e Staiti di Cuddia, e su altri
giornali Veneziani e altri, hanno osservato, il cadavere, ormai
mummificato e smembrato, è stato interrato alla chetichella. E si sa
fin dall’antichità che i morti oltraggiati, specie se dai consanguinei,
tendono a vendicarsi.
Non si può certamente interpretare così lo
squagliamento dei sodali di un tempo – i vituperati “colonnelli” per i
quali è stato rispolverato il nostalgicissimo epiteto di badogliani –
che oggi corrono a rifugiarsi sotto le ali di Berlusconi, ma non vi è
dubbio che, se Fini si sta sempre più isolando dal grosso dei seguaci,
lo deve all’incapacità, o alla mancanza di coraggio, dimostrata nel non
fare i conti sul serio con l’eredità fascista, neofascista e
postfascista. Con cui, però, lo studioso delle vicende di quella parte
deve misurarsi. Chi scrive lo ha fatto attraverso vari libri – da
Cinquant’anni di nostalgia a Esuli in patria, da Dal Msi ad An al
recente La rivoluzione impossibile (Vallecchi), dedicato in primo luogo
all’evoluzione della giovane generazione neofascista degli anni
Settanta e Ottanta – e prova, qui, a riprendere il discorso.
La
questione accennata, ovviamente, può essere affrontata da più punti di
vista. Qui ci si può limitare a toccare quelli che sfiorano la più
immediata attualità.
Partiamo dal fatto che la scomparsa di Alleanza
nazionale ha segnato, sia pur in linea con l’evoluzione progressiva del
Msi, la fine di almeno due delle ambizioni che dal fascismo – o
quantomeno dalle sue correnti movimentistiche – si erano trasmesse
inizialmente ai suoi epigoni: la pretesa/promessa di superare la
contrapposizione tra sinistra e destra, estraendo da ciascuno dei due
campi le istanze ritenute migliori e fondendole in una nuova sintesi, e
quella di incarnare un modo nuovo di rapportarsi alla politica,
rifiutando le forme cristallizzate della democrazia partitocratica. Sul
primo di questi due versanti, non c’è alcuna vena polemica nella
constatazione che, nel Msi prima e in An poi, il fascismo ha completato
quel processo di resa alla destra che già aveva attraversato varie fasi
in epoca di dittatura. Ridotta la socialità a espediente gergale di
propaganda, il neofascismo ha rinfoderato l’aspirazione a proporre
modelli di organizzazione economica della società diversi da quelli
imposti dal capitalismo e nei confronti di questi ultimi ha, un poco
alla volta, affievolito le residue critiche.
Negli ultimi anni,
persino le accuse alla mentalità consumistica e i connessi fervori
ecologisti che avevano surrogato le vecchie venature di anticapitalismo
romantico sono state spazzate via dai documenti ufficiali, mentre il
rifiuto dell’individualismo – pilastro antropologico della concezione
del mondo liberale – si andava affievolendo. Anche il richiamo al
comunitarismo non è andato oltre lo slogan: esibito ad uso interno,
quasi solo negli ambienti giovanili, sotto l’ambigua forma dell’
incitamento a formare una “comunità militante”, il concetto di comunità
non è mai stato applicato all’analisi delle dinamiche sociali
contemporanee, non si è mai tradotto in formule progettuali, non è mai
stato applicato a situazioni concrete (anzi: laddove lo si sarebbe
potuto inserire nel dibattito pubblico, come quando si è discusso delle
modalità di organizzazione delle collettività multietniche, ci si è
premurati di affossarlo, a profitto di proposte basate sulla
prospettiva di assimilare i diversi e annegarli nel crogiolo del
modello occidentale). L’unico campo in cui An si è staccata dal
retroterra di destra caro al Msi è stato quello del costume, della
morale individuale e collettiva; ma non si è trattato di una fusione
fra valori propri e stimoli provenienti dall’esterno; tutto si è
ridotto all’introiezione di istanze progressiste – curiosamente fatte
proprie senza smettere di denunciare nel Sessantotto la fucina di
quella “disgregazione morale” di cui si stavano accettando tutti i
prodotti – all’unico scopo di apparire al passo con i tempi e di
scrollarsi di dosso il micidiale sospetto di non aver imperato a
memoria le lezioni della Storia.
Quanto all’allineamento a mentalità,
stili e logica di un tipo di politica messo per decenni alla berlina, l’
evidenza delle sue manifestazioni offerta quotidianamente da giornali,
radio e tv esime dal perderci troppo tempo. Temendo di mettere in
discussione il faticoso raggiungimento della legittimità a governare, e
scordando in fretta le infatuazioni lepeniste di un tempo, i post-
neofascisti si sono preoccupati di allontanare da sé ogni sospetto di
ammiccamento al populismo, anche a rischio di lasciare i benefici
elettorali di questo fenomeno agli alleati che ne sfruttano le diverse
declinazioni: Berlusconi da un lato e la Lega Nord dall’altro. Apparire
i bravi ragazzi pensosi in mezzo a una compagnia un po’ troppo
scapestrata è stata la tattica perseguita con più cura dai vertici
aennini, che dall’antipolitica, o meglio dalla politica antipartitica,
si sono congedati dopo le “radiose giornate” giustizialiste di
Tangentopoli.
Entrambe queste scelte, tese – accanto alle ripetute e
progressivamente sempre più ampie condanne di vari aspetti del regime
mussoliniano – a liquidare l’immagine di continuità e contiguità con il
fascismo implicita nella storia missina, hanno spostato Alleanza
nazionale al ruolo di bersaglio secondario delle accuse degli
avversari, molto più impegnati, con la poco significativa eccezione di
centri sociali e collettivi studenteschi, a prendere di mira gli
atteggiamenti autoritari di Berlusconi o l’intollerante xenofobia
leghista. Nel contempo però hanno lasciato campo libero ad un’area di
estrema destra che, non essendo stata in alcun modo stimolata a un
onesto confronto critico con il fascismo, con le sue espressioni
storiche e con il suo retroterra ideologico e culturale, si è
appropriata nei modi più rozzi della mitologia ad esso connessa,
facendone una bandiera. La crescita numerica di questo ambiente, che dà
corpo agli stereotipi coltivati dall’antifascismo militante e li
legittima, cancellando le tracce del percorso di fuoriuscita dal tunnel
delle nostalgie autoritarie e totalitarie tracciato a suo tempo dalla
cosiddetta Nuova Destra, è il dono avvelenato che il voltafaccia dei
postfascisti passati con disinvoltura dal ghetto al palazzo lascia all’
Italia; una pericolosa eredità di cui non è facile soppesare le
conseguenze future, che nemmeno il possibile approdo alla casa comune
berlusconiana di alcune frange oggi dissidenti, prima fra tutte La
Destra di Storace, aiuterebbe ad arginare.
Quanto poi alla funzione
che il gruppo dirigente di Alleanza nazionale, oggi lacerato, potrebbe
svolgere nel momento in cui Berlusconi lascerà la guida del
centrodestra, le prospettive sono indecifrabili. Lo sono per quanto
riguarda le singole figure, che ormai stanno amalgamandosi in forme
distinte con le varie anime oggi presenti nel Pdl, e lo sono per quanto
concerne le idee di cui An è stata portavoce, perché queste sono, da
tempo, indistinguibili, perlomeno come aggregato unitario e coerente.
Come Alessandro Giuli ha sostenuto nel suo Il passo delle oche
(Einaudi), e come la lettura di documenti e periodici di area conferma,
il “pensiero di destra” non aveva già più ai tempi di An, e men che
meno ha oggi in quei dintorni, un volto riconoscibile. A sostituirlo è
venuto un insieme liquido di riflessioni prive di un filo conduttore,
abbacinate dall’ossessione di apparire moderni ad ogni costo, ancora
legate a una terminologia di stampo conservatore in cui parole come
nazione, identità e Stato sono tuttora frequenti ma ondivaghe nell’
attribuire contenuti a quei termini. I modi in cui questo incerto
substrato culturale influenzerà il Pdl degli anni a venire, o le
formazioni politiche che lo sostituiranno in omaggio al continuo cambio
di sigle che sembra essere l’unica caratteristica costante della
“Seconda repubblica”, sono ad oggi impensabili. E pare che neanche il
brain trust finiano riesca ad immaginarli.
Resta da capire, oggi più
che mai, se in questo panorama Fini si sia assegnato un compito che
vada al di là della propria personale promozione a scranni più elevati
dell’attuale. La spregiudicatezza del personaggio, il suo completo
disancoraggio (non da oggi) da visioni del mondo, ideologie, credenze
collocate al di fuori dell’orizzonte della contingenza, rende difficile
sciogliere il dubbio. Che dal fallimento della “lista dell’elefantino”
ideata per le elezioni europee del 1999 in poi la sua tattica sia
consistita nel farsi accreditare come l’unico ragionevole, affidabile e
moderato uomo di Stato presente nelle file della sua coalizione, non c’
è dubbio, e dopo l’accantonamento di Casini e dell’Udc la pista, in
questa direzione, gli si è presentata sgombra. Che una simile manovra
puntasse a farne il candidato più accreditato alla Presidenza della
repubblica, cui si giunge in genere sull’onda di larghe intese che
coinvolgono l’opposizione parlamentare, è parso per un certo tempo
probabile. Che la sinistra veda il coronamento di questa ambizione come
la meno peggiore delle soluzioni attualmente immaginabili, e cerchi nei
modi più discreti di favorirla, insistendo nel sottolineare che Fini,
per carità, non ha cambiato campo (perché, se questa impressione si
facesse strada nel centrodestra, come sta avvenendo nelle ultime
settimane, la candidatura finirebbe col bruciarsi in via definitiva), e
tuttavia è da lodare per la perizia e la sagacia che da uomo delle
istituzioni va dimostrando, è cosa certa. Ma, se anche le cose stessero
così, non è mai stato chiaro che cosa l’ex-aspirante alla guida del
fascismo del Duemila si proporrebbe di fare una volta giunto all’
agognato soglio. E meno ancora lo è oggi, nel momento cioè in cui da
più parti si ipotizza che, magari col sostegno di quegli interessi che
potrebbero trovare un elemento di coagulo e rappresentanza in
Montezemolo, le ambizioni dell’uomo si siano impennate ulteriormente,
sino a prospettargli l’obiettivo, o il miraggio, della guida del
governo.
Sbagliano, o vogliono intorbidare le acque, quanti sostengono
che dietro Fini si stia profilando un progetto di egemonia politico-
culturale successiva e sostitutiva rispetto al berlusconismo di cui
taluni “ex fascisti di sinistra” di provenienza missina sarebbero mente
e nel contempo braccio. Dietro le trovate ad effetto, le appropriazioni
indebite, il gusto per la vetrina, la classe dirigente che ha condotto
ad estinzione il soggetto politico in cui si era incarnato il
neofascismo, così come il nucleo dei suoi intellettuali
fiancheggiatori, non ha sin qui esibito alcun progetto originale,
alcuna cultura politica coerente, alcun segno di una nuova identità in
grado di sostituirsi alla precedente. Insomma, dietro la fiamma che si
è spenta l’unico profilo che finora è spuntato è quello di un nulla. Ma
la politica non sopporta vuoti, e in ossequio a una regola mai smentita
riempie sempre, in un modo o nell’altro, i vuoti che i suoi attori
provocano. Se le istanze che in un’altra epoca avevano dato vita al
fascismo e ne avevano poi, malgrado la catastrofe bellica, garantito la
persistenza in altre forme, non si sono acquietate, c’è da chiedersi
come e dove troveranno nuove manifestazioni.
Se non hanno più nessuna
ragion d’essere, la domanda appropriata è: su quali basi manterrà un
proprio ruolo il ceto politico che su di esse si è a suo tempo formato?
In entrambi i casi, indovinare la risposta esatta è impresa impervia,
ma le convulse vicende delle ultime ore ne lasciano indovinare una
plausibile: giunto al capolinea un percorso storico e ideale durato
quasi un secolo, ai suoi estremi epigoni politici non è rimasta altra
scelta che il mimetismo, sia pure in vesti diverse, da un lato il
populismo liberista berlusconiano, dall’altro una incongrua miscela di
residui nazionalconservatori e frammenti di umanitarismo progressista.
Misero destino, malgrado gli strepiti plaudenti dei sostenitori più
irriducibili, tuttora incapaci di affrancarsi da quel complesso del
“capo-che-ha-sempre-ragione” che più fascista non si potrebbe
immaginare, per un fenomeno storico a cui nemmeno i più aspri critici e
i più tenaci avversari hanno mai negato una tragica e magari funesta
grandiosità.
di Marco Tarchi