LA GRANDE EUROTRUFFA DEGLI “UNTORI” DI MOODY’S

Pubblicato il da ipharra.over-blog.it

 

Da: dagospia

Con un tempismo degno della peggior causa l'ufficio italiano di Moody's, l'agenzia di rating che ieri ha fatto crollare i mercati, ha organizzato per oggi a Milano un incontro con gli investitori sul tema "Rischio sovrano e locale in Europa: quiete dopo la tempesta?".

Ci vuole davvero una bella faccia tosta per presentarsi con questa domanda davanti agli analisti coperti di bolle e di cerotti per le ferite provocate dal report "speciale" di 10 paginette che ieri ha messo con il culo per terra alcuni Stati europei e milioni di risparmiatori.

È evidente che gli operatori di Moody's nei loro uffici milanesi di Corso Porta Romana non leggono i giornali e non tengono d'occhio i monitor della Borsa come fanno i ragazzi dalle bretelle rosse di piazza Affari e della City. Oggi sul "Corriere della Sera" c'è un articolo di Federico Fubini che li definisce gli "untori" per il loro tempismo perfetto nel pubblicare commenti "non richiesti, non annunciati e non necessari" quando le Borse sono aperte.

Gli uomini di Moody's se ne fregano di questa etichetta e si sono già scordati dei clamorosi errori di tre anni fa quando attribuivano voti positivi ai titoli di FannyMae e FreddyMac, e cinque giorni prima del crollo del colosso immobiliare si chiedevano se Lehman Brothers andasse declassata oppure promossa. Anche oggi possono stare tranquilli perché a Milano non scatterà nessuna caccia agli untori come avvenne nel 1630 per la peste descritta dal Manzoni.

Certo, va detto che quando William e Sarah Moody concepirono il figlio John che nel 1909 fondò la società di rating, non pensavano di aver messo al mondo una creatura così avventurosa. Il piccolo John era il primo di cinque fratelli, uno dei quali di nome Edmund morì a Messina per la febbre da tifo. Adesso la febbre attraversa i mercati e li contagia in modo devastante fino a punto da suscitare lo sdegno dei governi e della parte del mondo estranea alla speculazione selvaggia.

Di fronte al massacro che oltre ai titoli fa crollare addirittura gli Stati, c'è qualcuno a Milano che cerca di reagire, e lo fa con le piccole armi a disposizione. Un esempio viene dal quotidiano "MF" che dopo aver definito una mascalzonata il report irresponsabile emesso da Moody's ieri pomeriggio alle 15,15, propone una raccolta di firme per avviare una grande class action nei confronti degli uomini in grigio che lavorano a Corso Porta Romana, al numero 1 di Canada Square a Londra e nel New Jersey, dove si trova il quartier generale dell'agenzia di rating.

L'iniziativa del quotidiano Paolo Panerai è lodevole ma debole e ricorda la fionda di Davide contro Golia. La realtà è che nella caccia all'untore ci vorrebbero armi pesanti, capaci di contrastare i giochetti speculativi che partono dagli Stati Uniti e puntano chiaramente a far saltare la stabilità dei mercati e dell'euro.

La voglia di sangue specula sul ventre molle dell'Europa e diventa una valanga che si autoalimenta picchiando sulle divisioni tra i paesi europei e sulla debolezza degli organismi preposti a controllare i mercati (in primo luogo quella BCE guidata in maniera terribilmente incerta dal francese Trichet).

Per la terza volta in sole due settimane, Moody's e le agenzie di rating anglosassoni hanno bombardato i mercati finanziari. Il tutto è avvenuto a mercati aperti e ieri è stata la volta dell'Italia con il crollo delle maggiori banche e delle compagnie di assicurazione. Però a ben guardare, dentro il comunicato di Moody's che solo verso le 19 un anonimo portavoce ha cercato di ammorbidire, c'era una significativa novità.

Nelle dieci paginette si parlava infatti anche delle banche irlandesi e inglesi, e questa citazione dovrebbe far rizzare i capelli perché chiama in causa i dati spaventosi del debito che pesa su questi stati. Quest'anno il deficit di bilancio di Irlanda e Gran Bretagna è stato pari a quello della bistrattata Grecia (12% rispetto al Pil), ma non basta perché la situazione più grave in tutto il mondo è quella dell'Inghilterra che non solo ha avuto un deficit di bilancio del 12,6%, ma è il paese con più debiti al mondo: 469% del prodotto interno lordo.

A poca distanza segue il Giappone che non sta messo molto meglio (459% sul Pil per i debiti totali).

Rispetto a questi dati il debito pubblico italiano del 120% rispetto al Pil è assolutamente modesto ed è questa la bandiera che sventola Giulietto Tremonti quando difende la stabilità del nostro Paese. Anche lui ieri si è sdegnato per le dieci paginette di Moody's, ma per la prima volta ha ammesso davanti alla Camera deserta che il rischio del contagio esiste.

Se qualcuno vuole spingersi più in là deve guardare al vero malato del pianeta, cioè agli Stati Uniti dove il debito complessivo (360% del Pil) e il debito pubblico sono da allarme rosso. È in rosso il bilancio federale, ma anche quello degli stati dell'Unione (180 miliardi di deficit) e di molte città come Los Angeles dove ieri tra l'altro sono finiti i soldi.

Per non parlare poi dei debiti delle agenzie pubbliche di mutui immobiliari FannyMae e FreddyMac che assommano a 5mila miliardi, e soprattutto della necessità di finanziare nei prossimi anni le pensioni e la sanità per circa 41mila miliardi di dollari. I fondi pensione americani sono andati a picco. Secondo una ricerca appena pubblicata dalla Stanford University, lo squilibrio tra il patrimonio dei soli fondi pensione dei dipendenti pubblici della California e le prestazioni da erogare è di 500 miliardi di dollari (come ricordava giorni fa l'economista Vladimiro Giacchè in un articolo pubblicato su "Il Fatto").

Con questa montagna di debito pubblico si può ipotizzare che in un prossimo futuro gli Usa e la Gran Bretagna potrebbero subire dai ragazzi di Moody's e di Standard&Poor un abbassamento del la loro pagella. E l'esito delle elezioni inglesi appena concluse fa pensare a uno stallo politico inquietante che lascia un varco immenso per un attacco in gran forze alla sterlina e al debito inglese.

In pratica si potrebbe ripetere lo scenario del '92 quando George Soros mandò a picco la moneta della Regina. Gli elettori della Gran Bretagna hanno scelto di non scegliere (come scrive oggi Andrea Romano sul "Sole 24 Ore") e questa instabilità può alimentare un contagio di dimensioni apocalittiche.

Se questo avverrà la crisi del debito sovrano attraverserà l'Oceano e finirà in quell'America che tre anni fa ha mandato a picco Wall Street e messo in crisi l'economia del mondo. In pratica potrebbe finire dove tutto è cominciato, cioè nell'Impero del Debito.

A questo punto c'è da chiedersi che cosa potrebbe succedere in Italia nei prossimi mesi. Mettiamo da parte la supponenza di alcuni economisti come Giacomo Vaciago che ancora ieri sera nello studio di Sky ironizzava sulla Grecia ("ci sono voluti sei mesi per scoprire le loro truffe") e sulla Germania dove i politici parlano troppe lingue. E dimentichiamo anche le ovvietà di quell'altro economista dalla cravatta di seta rosa Gian Maria Gros Pietro, che dopo aver lasciato la poltrona di Autostrade, nello studio televisivo di Sky strizzava l'occhio alla bravura di Giulietto Tremonti.

Piuttosto c'è da chiedersi se nelle condizioni della finanza pubblica italiana che ha retto per la barra dritta del ministro di Sondrio, si possa attuare la riforma delle riforme, quel federalismo fiscale che sta tanto a cuore al Carroccio. C'è chi ne dubita, e tra questi della Bocconi, Tito Boeri, che in un articolo su "Repubblica" spiega chiaramente come in una congiuntura di questo tipo il federalismo fiscale potrebbe essere archiviato.

Soprattutto - spiega Boeri - perché finora il governo ha pensato con Giulietto Tremonti di stringere i cordoni e mettere il fieno in cascina per realizzare la riforma, ma non ha spiegato quanto costa questa rivoluzione che sta tanto a cuore a Umberto Bossi. Di fronte a un dilemma di questo genere Giulietto appare forte e debole al tempo stesso. È forte per il rigore che lo stesso Boeri gli riconosce nella gestione della spesa, ma è debole perché se non porta avanti la riforma delle riforme il primo a mollarlo saranno i suoi amici della Lega.

Un discorso a parte merita infine il mondo delle grandi banche e dell'Abi. Lo spettacolo che stanno dando queste roccaforti del credito è sconcertante. Mentre il titolo di IntesaSanPaolo veniva sospeso in Borsa, ieri pomeriggio il presidente Bazoli ha speso il suo tempo in un lungo colloquio per convincere Rosalba Casiraghi e altri riottosi consiglieri a sciogliere il nodo della penosa battaglia con i torinesi del SanPaolo. Da parte sua Alessandro Profumo tace e non lo fa certo per pavidità, ma perché trema all'idea che il vento dell'Ovest e il vento dell'Est travolgano il suo impero.

ilioni di risparmiatori guardano ai colossi delle banche che in pochi giorni hanno perso un quarto del loro valore patrimoniale e qualche stupido si aspetterebbe che l'Abi lanciasse qualche messaggio di fiducia verso chi non sa se i propri risparmi diventeranno spazzatura. Ma questo è chiedere troppo al vetusto Corrado Faissola perché in questo momento gli traballa la poltrona per colpa del boccoluto Mussari di MontePaschi e del candidato dell'ultima ora, Giampiero Nattino, il presidente di Banca Finnat.

Il mondo delle banche è troppo preso dalle proprie beghe per lanciare una campagna di fiducia e spendere qualche euro sui giornali per dare un segno di tranquillità.

Accontentiamoci quindi delle parole di Draghi, di Giulietto Tremonti e perfino di Berlusconi che ieri è riuscito a distrarsi per un attimo dalle beghe di Sciaboletta Scajola e di Denis Verdini. E speriamo che Moody's, l'agenzia creata dal piccolo John agli inizi del ‘900, non porti l'Italia, l'Europa e l'America dentro l'abisso. Con la faccia tosta che distingue i suoi manager già questa mattina ha detto che l'Italia non è tra i paesi più a rischio.

Anche gli untori hanno un'anima.

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