IMMIGRAZIONE: IL DIBATTITO IMPOSSIBILE
da Diorama
Prof. Marco Tarchi
Che sui modi per affrontare i problemi connessi all’immigrazione sia difficile intendersi, è ovvio. In una materia come questa, non solo non esistono soluzioni prefabbricate, ma tantomeno si può dare per scontato che, quando si discute, si stia parlando della stessa cosa. Perché il diverso modello ideale di società, e perfino la diversa interpretazione di concetti come cultura, popolo, umanità che si hanno in mente determinano la attribuzione o meno a questo o a quell’aspetto del fenomeno migratorio dello status di “questione”.
C’è infatti chi coltiva, almeno teoricamente, un’etica della solidarietà incondizionata e ritiene immorale porre un qualsiasi freno alla circolazione di persone, quale che ne sia il numero complessivo, da un paese o continente all’altro, specialmente se la direzione di marcia è da località povere o tormentate da guerre civili verso luoghi di elevato standard medio di vita e ricchezza.
E c’è chi la pensa differentemente, ritenendo che di quanto viene o è stato prodotto, non solo sotto forma di beni di consumo materiale immediato ma anche in termini di servizi e di strutture, dalla popolazione autoctona di una nazione, di una regione o di una città, debba essere in primo luogo, se non esclusivamente, quella popolazione ad usufruire. I primi vorrebbero porte spalancate, i secondi drastiche chiusure. E non manca, naturalmente, chi – arrampicandosi sugli specchi delle vie di mezzo, a priori reputate più ragionevoli – prende una posizione “moderata”, argomentando che i flussi dei migranti non possono essere arrestati e quindi vanno accettati ma devono essere controllati e regolati, con la considerazione (a volte in buonafede, a volte ipocrita) che a tutti occorre assicurare decenti condizioni di vita e, se si è in troppi su un territorio, e magari con un alto tasso di disoccupazione, ciò non può avvenire.
Osservazione ragionevole, non c’è dubbio: salvo che, quando si passa a stabilire come farli, i controlli e le regole, ci si accapiglia e si finisce col non prendere alcun provvedimento, lasciando progredire e incancrenire la situazione.
Non è questo, però, l’unico scoglio che si para dinanzi all’ipotesi di poter avviare una discussione costruttiva sull’argomento. Perché, su un altro versante, tutti coloro che non fanno dei presupposti etici il cardine del discorso ma affermano di voler procedere sul terreno del puro pragmatismo, muovono generalmente da un’unica affermazione – gli immigrati sono ormai indispensabili alle economie dei paesi sviluppati, non si può farne a meno ed anzi, sia per la tendenza dei figli delle famiglie operaie, artigiane e contadine a non voler svolgere più gli “umili” mestieri paterni e/o materni, sia per la flessione delle nascite nelle società opulente dove il livello di benessere raggiunto lo si vuole spartire tra un numero minimo di beneficiari, dovranno progressivamente aumentare in cifra assoluta e in proporzione – ma, quando si tratta di compiere il passo successivo, si frantumano in correnti di pensiero contrastanti. Alcuni propongono di contingentare i candidati all’ingresso in un paese sulla base di mere soglie numeriche (finché c’è richiesta entrino, poi va abbassata la sbarra di confine); altri esigono una selezione preventiva di titoli e competenze (un certo numero di ingegneri, uno di lavoratori agricoli, uno di operai specializzati dell’industria), che spesso è impossibile, perché al più può basarsi sul dubbio indicatore del livello di studio raggiunto.
C’è chi ipotizza avveniristici centri intercontinentali di reclutamento e smistamento di personale itinerante, che agiscano da megauffici di collocamento mettendo preventivamente in rapporto richiedenti e offerenti, per garantire a ciascuno “l’uomo giusto nel posto giusto”. Molti si accontenterebbero di aprire le frontiere solo a quanti sono già in possesso di un contratto di lavoro (procurato dove? E come?). Qualcuno addirittura presuppone una concessione dei permessi di soggiorno ad anni alterni, a seconda di come butta la stagione: in un’annata molti ingressi, nella successiva zero – come se la folla degli affamati in attesa volesse o potesse rimettere disciplinatamente nel cassetto i sogni per aspettare il proprio turno. Siamo, come si vede, in piena babele delle lingue. E ancora non abbiamo preso in considerazione gli aspetti più ispidi della faccenda.
Ci sono infatti due altre sfaccettature del prisma migratorio che generano conflitti difficilmente sanabili.
La prima di esse è di natura sociale, ed è quella più sovente citata: una volta constatato il formarsi di società marcatamente multietniche, in base a quale criterio si può e/o si deve organizzarle? La discussione sul punto è talmente nota, nei suoi contorni generali, da non doverci tornare su: si sa che ad affrontarsi, qui, sono soprattutto una visione multiculturalista, che si dichiara tale, ed una monoculturalista, che teme di darsi questa etichetta per la sua prevedibile cattiva risonanza, e tuttavia questa via persegue. La soluzione prediletta dai sostenitori del primo di questi approcci è un’integrazione graduale, non coercitiva e non omologante dei nuovi venuti, mentre chi sceglie l’altra via gli immigrati intende assimilarli, e cioè socializzarli intensivamente a valori, lingua e stili di vita coltivati maggioritariamente dagli autoctoni (o, per dir meglio, da chi c’era già quando la nuova ondata di forestieri ha bussato alle porte).
Il contrasto tra le due alternative è però solo in apparenza nettamente definito, perché tra il dire e il fare, come è noto, le distanze sono ampie, e quando si tratta di specificare i contenuti del modello teorico si insinuano nuovi motivi del contendere: da una parte multiculturalismi a sfondo comunitario o societario, più aperti all’innovazione o più legati alla conservazione delle tradizioni, su base laica o religiosa, intrisi di un relativismo estremo o tendenzialmente universalisti, e via dicendo; dall’altra maggiori o minori rigidità nella tolleranza dei residui culturali d’origine degli immigrati incorporati, che per taluni vanno piallati dall’educazione “repubblicana” e da leggi restrittive ad hoc (si pensi alla vicenda dei divieti del velo islamico – ma non, se non in rari casi, del turbante o della kippà), mentre per altri vanno contenuti entro limiti prestabiliti, senza pretese di sradicamento.
C’è infine, molto meno citato per ragioni di “correttezza politica”, ma tutt’altro che semplice da risolvere, un aspetto del tema che mescola il piano culturale e quello etico, e si può riassumere in un quesito: esiste un motivo di ordine metafisico, attinente alla sfera dei principi primi, in base al quale si debba per forza di cose preferire una società multietnica ad una monoetnica? Un imperativo morale che obblighi a considerare la commistione o fusione etnica un fattore di progresso, un passo avanti nella storia dell’umanità, e di converso porti a svalutare la specificità, la particolarità, il peso e il senso di una differenza che tende a mantenersi nel corso del tempo? Sepolto sotto l’ostile coltre degli anatemi e dei sospetti, questo problema, quantomeno se lo si esprime sotto forma di dubbio, appare lecito.
Nulla ha a che spartire con il razzismo, né con la xenofobia, perché non istiga sentimenti di superiorità di un gruppo etnico sull’altro, non induce a chiusure verso alcuna forma di interscambio fra collettività e individui radicati nelle rispettive identità, non rivanga artifici odiosi, per la loro reale natura discriminatoria ed escludente, come l’apartheid. Pone semplicemente in discussione la convinzione, che si fa sempre più strada nell’odierno spirito del tempo, che il meticciato sia sempre e comunque preferibile ad ogni altra condizione, “più bello”, in grado di fornire apporti che l’omogeneità etnoculturale negherebbe. Come è accaduto parallelamente nel caso della globalizzazione, la multietnicità si è vista consegnare la patente di inevitabilità, è stata consacrata dagli estimatori ed elevata al rango di tabù, e farla scendere dal piedistallo sembra oggi utopico.
Tuttavia, sottoscrivere acriticamente la presunzione di un suo primato etico ha poco o niente a che vedere con l’esercizio delle facoltà razionali, e può essere che prima o poi il constatarlo porti settori non trascurabili dell’opinione pubblica a rivedere atteggiamenti che oggi vanno per la maggiore e a porre la questione dei modi per garantire la convivenza delle culture nel mondo in termini diversi da quelli – xenofobia da un lato, universalismo cosmopolita dall’altro – oggi dominanti.
Per il momento, comunque, tutte le asperità che abbiamo enumerato rendono impossibile un dibattito, se non un dialogo diretto fra le parti, costruttivo. Resterebbe la speranza che un accordo si possa trovare almeno in merito all’accertamento della dimensione del controverso fenomeno, premessa per qualunque considerazione successiva.
Echi di cronaca recenti ci dicono però che neppure su questo terreno si fanno progressi. A constatarlo bastano le polemiche che puntualmente si accendono ogniqualvolta sulla stampa o in televisione compaiono nuovi dati sugli ingressi clandestini, sul lavoro nero, sulla presenza sommersa dell’armati degli irregolari. E soprattutto quelli che riguardano il nodo più insidioso dell’argomento di cui ci stiamo occupando, cioè il nesso fra immigrati e criminalità.
Si potrebbero, in proposito, citare casi simili sparsi un po’ ovunque, perché il tema ha assunto una rilevanza quasi identica in tutti i paesi del mondo sviluppato, e dappertutto ha creato le premesse di una nuova frattura socioculturale dai pesanti effetti politici, come il crescente successo dei partiti populisti dimostra. Ma qui basta richiamare, esemplarmente, lo stridente contrasto di opinioni (ri)esploso quando, lo scorso maggio, due enti italiani importanti e di diversa natura, l’Istituto nazionale di statistica (Istat) e la Caritas Migrantes legata alla Chiesa cattolica hanno diffuso una serie di dati aggiornati in argomento.
Gli organi di informazione più accreditati hanno corredato le cifre delle interpretazioni rassicuranti, di esperti collegati ai due istituti. “Le cifre negano l’equazione tra condizione irregolare e delinquenza”, si è letto ad esempio nell’occhiello di un articolo del “Corriere della Sera” che faceva il controcanto all’affermazione del sindaco di Milano secondo cui “I clandestini che non hanno un lavoro regolare, normalmente delinquono”. E si è data la parola al più noto studioso della materia italiana, Marzio Barbagli, per fargli dire che opinioni come quella di Letizia Moratti “non sono sostenibili, non rispondono alla realtà”. La lettura delle tabelle incluse nel pezzo, tuttavia, mostra come anche le cifre si prestino a diverse, e talvolta opposte, letture.
Il tasso di criminalità degli immigrati rilevato dall’Istat è infatti dell’1,40%, contro lo 0,75% degli italiani. Si può dire, sulla base di questo scarto dello 0,65%, che è “solo leggermente più alto” fra i primi che fra i secondi, come fa il commentatore della Caritas. Ma si può anche sostenere che è quasi il doppio: il che fa non poca differenza interpretativa. Se poi si constata che dal 2001 al 2005 il numero di immigrati è cresciuto in Italia del 100% e le denunce di immigrati per reati “di criminalità diffusa” sono salite nello stesso periodo del 45,9%, le letture possibili sono due: molti immigrati non delinquono oppure molti delinquono.
E c’è un punto su cui giornalisti, sociologi e associazioni di assistenza ai “migranti” – così definiti, non c’è ragione di non farlo notare, perché la parola trasmette una carica di commozione maggiore – non si pronunciano mai, sebbene conti molto: quando leggono questo tipo di statistiche, molti italiani, ma anche francesi, tedeschi, spagnoli, inglesi e via dicendo, non si pongono in prima battuta il problema del tasso più o meno accentuato di propensione a delinquere degli allogeni, clandestini o regolari che siano. La loro considerazione spontanea e immediata è, di regola, tutt’altra: se non ci fossero, questi delitti non verrebbero commessi.
È una considerazione semplicistica? Probabilmente sì. Risente di un pregiudizio? Nella maggior parte dei casi, no. Ha i pregi e i limiti tipici del buonsenso. Che fatica a far supporre che, in questo caso, se gli immigrati non ci fossero, gli italiani prenderebbero il loro posto nella catena delle attività delinquenziali, facendo quello che pare si rifiutino di fare nel caso di altri lavori “sporchi”, faticosi ma onesti.
Ed è un modo di ragionare che, ancora una volta, ci dimostra come, almeno per adesso, un dibattito serio e approfondito sul problema dell’immigrazione e sui suoi effetti, benefici e nefasti, non si possa avviare. Dovremo quindi accontentarci, purtroppo, dei monologhi sentenziosi degli intellettuali moralisti da una parte e delle parole d’ordine aggressive ed urlate dei capipopolo dall’altra. Mentre le fiumane di aspiranti a una porzione di benessere all’occidentale, più o meno affamati o disperati, continueranno a gonfiarsi e a sbarcare nella Terre promessa, e le avvisaglie di un grande terremoto politico e sociale – un altro terribile Big One di cui è arduo ipotizzare la data, ma scontato dare per certo il verificarsi – non cesseranno di accumularsi.
Con buona pace di tutti coloro che sulla pelle degli immigrati e delle popolazioni di accoglienza, delle condizioni di vita e delle identità culturali degli uni e delle altri, continuano e continueranno a speculare, nel gioco indecente ma redditizio tra “correttezza politica” e protesta “populista”.