"Vieni via con me" coperto da Saviano chi ostacolò Falcone

Pubblicato il da ipharra.over-blog.it

L’omertà di «Vieni via con me»: «coperto» chi ostacolò Falcone Nel suo monologo lo scrittore ha parlato di attacchi bipartisan al giudice ucciso. Invece i responsabili furono: Orlando (ora Idv), il Pds e le toghe rosse

Pier Francesco Borgia Gian Marco Chiocci (Il Giornale) -

 

La macchina del fango è stata smontata pezzo per pezzo dal duo Fazio-Saviano.Il monologo dell’autore di Gomorra ha avuto il merito di spiegare la differenza tra inchie sta e diffamazione: «L’inchiesta si regge su un bagaglio fornitissimo di informazioni, mentre la diffamazio ne usa per lo più un elemento sol tanto ». Lo scopo dei diffamatori è servirsi della macchina del fango per poter dimostrare che «in fondo siamo tutti uguali». Un esempio? La tragica parabola di Giovanni Falcone. Tra le vittime della melma c’è infatti il magistrato ucciso nel ’92 dalla mafia ma prima ancora croci fisso in vita dai suoi «nemici» politici.

 

Saviano snocciola con perizia da leguleio un lungo elenco di fatti. Mostra la sua libertà intellettuale di cendo che le critiche al giudice arrivarono da tutte le parti, omettendo però riferimenti puntuali. Soltanto alla fine pronuncia un nome, quel lo di Alfredo Galasso, avvocato di molti pentiti: «Galasso è però una degnissima persona». Un colpo al cerchio e uno alla botte, evitando di ricordare che Galasso è stato parla mentare della Rete, il partito pensato da quel Leoluca Orlando (oggi parlamentare Idv) che più volte- in sieme a colleghi di partito tipo Carmine Mancuso- puntò l’indice con tro Falcone colpevole di non ascoltare abbastanza le «voci» dei pentiti e di fidarsi solo di dati oggettivi e prove certe.

 

Memorabile una puntata di Samarcanda durante la quale Orlando arrivò a sostenere che Falcone teneva nei cassetti documenti importanti sui delitti eccellenti. In dimenticabile quell’articolo di Re pubblica nel quale ci si interrogava su «come mai Falcone non abban doni la magistratura »,poiché«s’avverte l’eruzione di una vanità, di una spinta a descriversi, a celebrar si come se ne colgono nelle intervi ste dei guitti televisivi ». E che dire di quel doppio affondo su l’ Unità a due mesi dalla strage di Capaci, dove si spiegava che «Falcone preferì insabbiare tutto» replicato il 12 marzo successivo con la bocciatura di Falcone a superprocuratore anti­mafia: «Non può farlo, e vi dico perché », firmato da Alessandro Pizzo­russo, membro del Csm area Pds.

 

L’imperdonabile peccato dell’in­quirente era di aver accettato l’incarico di consulente del ministro Mar­telli per meglio combattere l’offensiva di Cosa Nostra. I nemici più duri li trovò a sinistra, anche in toga, e per costoro Cossiga «vomitò» vedendoli sfilare accanto alla bara. Paolo Borsellino arrivò a dire che «Giovanni iniziò a morire »nell’88 quando il-Csm gli negò la carica di procuratore capo a Palermo.

 

Sempre a palazzo dei Marescialli, il 15 ottobre ’91, Falcone finì sotto processo perché altre toghe avallarono le farneti canti accuse di Orlando, cavalcate dal pidiessino Violante che chiese personalmente al guardasigilli di mollare Falcone («non insistere che il tuo cavallo non passa»).Il giudice, attaccato da corvi e sciacalli, perse il controllo:«La cultura del so- spetto non è l’anticamera della verità ma del khomeinismo ». Il comunista Chiaromonte, garantista capo dell’Antimafia, provò vergogna: «L’idea che Falcone agiva al servi zio di Martelli suscitò in me sdegno. Da questa campagna non fu estraneo il Pds o suoi importanti esponenti ».

 

E Mario Patrono, membro del Csm, nelle sue memorie sul pentito Pellegritti rincarò la dose affrontando di petto il ruolo del Pci e dei professionisti dell’Antimafia. Quando Falcone arrivò a Roma per lavorare a fianco di Martelli più toghe (tra cui Roberto Aiello, Laura Bertolè e Armando Spataro) firmarono una lettera dove gli si rimproverava di apparire «pubblicamente a fianco del ministro» l’opera del quale «rende credibili con parole e prese di posizione». Altri magistrati, ben sessanta,capitanati da quel l’Antonio Caponnetto giustamente lodato in tv da Saviano, si rivolsero a Martelli affinché bloccasse il varo della Superprocura contro la quale l’Associazione magistrati arrivò a scioperare.

 

Il giudice Elena Paciotti, futura presidente dell’Anm e parlamentare Ds, si vantò di aver vo tato contro Falcone giudice istruttore a Palermo «perché non si può votare solo in omaggio a criteri premiali o a logiche di salute pubblica ». E giù applausi. Unica brillante eccezione, Ilda Bocassini, che ai col leghi che spargevano lacrime di coccodrillo, urlò. «Avete fatto morire Giovanni con le vostre critiche e la vostra diffidenza». Redarguì poi, fra gli altri, anche Gherardo Colombo: «Con che coraggio vai ai suoi fu nerali, tu che diffidavi di lui».

 

E anni dopo, in un’intervista a Peppe D’Avanzo,attaccò esponenti di Md e dei Verdi che illo tempo attaccarono Falcone. A dirla tutta sull’ Unità un editoriale perbene ci fu. Lo firmò Piero Sansonetti, dal titolo «Falcone era un uomo libero. Siamo stati faziosi ».

 

Saviano non ha ricordato nem­meno questa voce fuori dal coro. Ha voluto restare fedele all’impo­stazione data alla sua «lista»: niente nomi, stavolta. Alla faccia di quella messe di informazioni che sola fa la differenza tra inchiesta e macchina del fango.

 

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