Tradizioni d’Europa

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da: www.laboratorioforzauomo.it

Giuseppe Giaccio intervista Alain De Benoist sul concetto di tradizione e di trasmissione di una identità “che comincia ad essere un problema nel momento in cui si pensa a difenderla”, di una forma di religio che finisce spesso per essere soltanto una” folcroristica esibizione caricaturale”. Soltanto la riappropiazione di forme comunitarie vive di esistenza potrà portare al rinnovarsi di tradizioni. Attraverso una immagine non disillusa della distruzione del mondo che era e dell’enigma di quello che sarà, Alain de Benoist rivela l’unica certezza: la storia è sempre aperta.

 

 

D) Nel suo libro Tradizioni d’Europa (Controcorrente, Napoli 2006), lei utilizza questa parola al plurale e con la minuscola (tradizioni), mentre la corrente di pensiero tradizionalista (Guénon, Evola, ecc.) la utilizza al singolare e con la maiuscola (Tradizione), il che mi fa pensare che la sua idea di tradizione sia alquanto (o molto) differente…

 R) Infatti. Coloro che parlano di Tradizione con la maiuscola alludono, in generale, a una Tradizione “primordiale” risalente alla notte dei tempi, portatrice di un sapere da cui le grandi religioni avrebbero raccolto degli elementi sparsi e che un procedimento induttivo permetterebbe eventualmente di ricostruire. Questa Tradizione “primordiale” mi è sempre sembrata abbastanza nebulosa, e le ricostruzioni che ne sono state proposte sono a mio avviso debitrici più delle capacità immaginifiche dei “tradizionalisti” che della realtà di una tale Tradizione. Le tradizioni di cui parlo nel mio libro sono molto differenti. Esse corrispondono alla definizione più comune del termine: si tratta di quelle innumerevoli tradizioni popolari che, per secoli, hanno ritmato il ciclo della vita e l’alternanza delle stagioni presso i popoli europei. Esse non sono portatrici di un “sapere”, ma non hanno cessato di contribuire al vivere-insieme delle comunità umane. Lungi dall’essere scomparse in epoche estremamente remote, sono rimaste ben vive fino a un recente passato, così che disponiamo a loro riguardo di una documentazione molto affidabile.

D) Le tradizioni di cui lei parla in Tradizioni d’Europa risalgono al paganesimo. Lei ha anche dedicato un libro a questo tema, Come si può essere pagani?, di cui è stata appena pubblicata la nuova edizione italiana da parte delle edizioni Settimo Sigillo. A suo parere, il paganesimo è ancora un tema attuale? Può ancora insegnarci qualcosa? Non si rischia di cadere nel folclore?

 R) Molte tradizioni popolari risalgono al paganesimo, ma anche il cristianesimo ha contribuito alla loro messa in forma. La festa del Natale, per citarne una, è in origine la grande festa del solstizio d’inverno – il momento in cui, nel cuore della notte, gli uomini affermano la loro fiducia nel prossimo ritorno del Sole – ma è anche, ovviamente, la data che la Chiesa ha (tardivamente) fissata per commemorare la nascita di Gesù. È d’altronde ben noto che, in occasione dell’evangelizzazione dell’Europa, il cristianesimo ha ripreso per conto suo numerosi elementi tradizionali provenienti dal paganesimo, dando loro semplicemente un’altra portata o un altro significato. Il Medioevo è stato il periodo privilegiato di questo sincretismo.

Per me, il paganesimo è un tema pienamente attuale, poiché ne siamo, volenti o nolenti, gli eredi. Ma non bisogna darne una rappresentazione non direi “folcloristica” (il folclore è eminentemente rispettabile), ma caricaturale o settaria. Non ho la minima simpatia per la maggior parte dei gruppuscoli neopagani, le cui attività mi sembrano rientrare, come la moda della New Age, nell’ambito di quella “seconda religiosità” che per Spengler costituiva uno dei tratti caratteristici della modernità. Il passato pagano non ritornerà, ma possiamo sempre trovare beneficio riferendoci ad alcuni dei suoi valori o delle sue rappresentazioni simboliche. Parlerò qui non di ritorno, ma di ricorso al paganesimo. E ricorderò anche che paganesimo non sono soltanto le tradizioni popolari, ma tutto ciò che ci viene dall’Antichità. Il paganesimo è anche Aristotele, Omero e l’impero romano!            

 D) Etimologicamente, “tradizione” rinvia al verbo latino tradere che vuol dire “trasmettere”. Ma cosa possiamo trasmettere in un mondo come il nostro, in cui tutto cambia a un ritmo forsennato?

 R) La trasmissione è infatti direttamente minacciata in un mondo nel quale, il futuro non ispirando più speranze (ma nutrendo piuttosto angosce) e il passato essendo oggi sempre più dimenticato, i nostri contemporanei tendono a vivere nell’effimero di un perpetuo presente. L’accelerazione delle innovazioni tecnologiche aggrava ulteriormente la situazione, nella misura in cui l’esperienza delle vecchie generazioni è sempre meno trasmissibile alle nuove, poiché ogni generazione cresce ormai in un universo che la precedente non ha conosciuto. Ciò non toglie che sia necessario reagire contro questa tendenza, sforzandosi di trasmettere non soltanto del sapere, ma anche degli atteggiamenti mentali. Per riprendere l’espressione di Serge Latouche, l’obiettivo è di “decolonizzare l’immaginario”. Lo si può fare solo riabilitando il pensiero critico, il quale presuppone già una curiosità di cui i giovani di oggi, attratti dalle mode del momento, solo raramente danno prova.

 D) Il cattolicesimo, con Giovanni Paolo II e ora con Benedetto XVI, si propone come la religione grazie alla quale l’Europa potrà ritrovare le sue radici e le sue tradizioni più autentiche. Condivide questa opinione?

 R) La laicizzazione delle società occidentali ha avuto l’effetto di far ripiegare la vita religiosa sulla sfera privata. Oggi, anche i cattolici tradizionalisti non credono più che la religione possa, come nel passato, costituire il quadro di riferimento della società globale. La fede, in altri termini, è divenuta una faccenda individuale nella misura stessa in cui essa non può più pretendere di regolare i comportamenti di tutti. La Chiesa può anche ritrovare oggi una certa “visibilità”, i suoi più qualificati rappresentanti possono anche vedersi riconoscere dai pubblici poteri uno statuto di “autorità morali”, ma non si tornerà più indietro. Ci piaccia o no, almeno dalle nostre parti, la Chiesa non sarà più la chiave di volta della società (il che, beninteso, non le impedirà di continuare ad esercitare la sua influenza su individui o gruppi di individui). In molti “credenti”, si nota d’altronde una tendenza rivelatrice a costituirsi una sorta di spiritualità à la carte che è in perfetta consonanza con l’individualismo che permea l’ambiente in cui viviamo.

Il recente dibattito sulle “radici cristiane” dell’Europa era a questo proposito completamente falsato. Parlare di “radici” rinvia necessariamente alle origini. Orbene, alle origini l’Europa non era cristiana, ma pagana: quando il cristianesimo è nato, la civiltà europea aveva già dietro di sé parecchi millenni di esistenza. Beninteso, il cristianesimo ha in seguito rappresentato un elemento costitutivo della storia dell’Europa di cui sono l’ultimo a sottovalutare l’importanza. Ma la storia e le origini sono cose differenti. D’altronde, il cristianesimo non ha forse esso stesso delle origini eterogenee? 

 D) In Italia, questo discorso di Benedetto XVI ha sedotto un certo numero di intellettuali liberali (da noi, li chiamiamo “atei devoti”) come, ad esempio, l’ex presidente del Senato Marcello Pera. Cosa pensa di questa mescolanza tra liberalismo e cattolicesimo?

 R) Avendo la Chiesa cattolica sempre condannato il liberalismo, mi riesce difficile capire cosa potrebbe venire fuori da una tale “mescolanza”. Ma è vero che ci sono sempre stati dei non credenti convinti che la religione possa svolgere un ruolo utile nella vita delle società. In una tale ottica, il sacerdote diventa una sorta di coadiuvante del gendarme, se non addirittura il dispensatore del celebre “oppio del popolo” di cui parlava Karl Marx: la credenza funzionerebbe come un “richiamo all’ordine” che consente di disarmare le “classi pericolose”. Questa visione della religione, di natura essenzialmente strumentale, utilitaria e funzionalista, mi sembra abbastanza spregevole. Da un punto di vista autenticamente religioso, ha persino qualcosa di umiliante. Essa rivela anche una completa ignoranza di quello che la fede è veramente.

 D) È possibile creare delle tradizioni? In altri termini, una tradizione è il frutto di una costruzione razionale o nasce dall’inconscio dei popoli?

 R) Le tradizioni non sono eterne. Tutte hanno un inizio, e molte di esse hanno avuto o avranno una fine. È importante ricordarlo, perché abbiamo una naturale tendenza ad opporre “tradizione” e “novità”. Orbene, tutte le tradizioni erano, all’inizio, delle novità! Ma non si è trattato di innovazioni radicali, nate dalla libera volontà degli uomini. Bisogna piuttosto immaginare il loro impiantarsi come il risultato di una lenta sedimentazione nella quale il modo di vita, le circostanze storiche, le trasformazioni del vivere-insieme, ed anche, ovviamente, l’inconscio dei popoli, hanno svolto un ruolo di primo piano. Per questo non bisogna rinviare sistematicamente le tradizioni al passato. C’è un modo di voler “mantenere vive” le tradizioni che le trasforma in uno spettacolo da consumare tra gli altri, il che toglie loro ogni interesse. Non dimentichiamo nemmeno che, quando le tradizioni popolari erano vive e attive, non erano considerate come tali, ma piuttosto come una cornice quasi naturale che ritmava l’esistenza storico-sociale. Dal momento in cui si può oggettivare la nozione stessa di tradizione, quest’ultima è già minacciata. Si potrebbe dire la stessa cosa dell’identità: essa diventa un problema solo quando l’abbiamo già perduta (o stiamo per perderla). Per rispondere più precisamente alla sua domanda, direi dunque che non è possibile creare delle tradizioni nel senso del volontarismo razionale, ma che è perfettamente possibile impiantare certe condizioni di esistenza collettiva che permetteranno a nuove tradizioni di apparire. La ritrovata importanza delle comunità e la rinascita del localismo potrebbero andare in questa direzione.

 D) La borghesia è, probabilmente, la classe più antitradizionale della storia. Marx lo sapeva molto bene. Infatti, nel suo Manifesto del partito comunista tesse l’elogio del suo carattere rivoluzionario, che sembra confermato in quest’epoca di globalizzazione. Tuttavia, vede nella nostra società delle tracce, anche deboli, di un rovesciamento della situazione? Ci sono attori sociali e politici che potrebbero capovolgere le cose?

 R) Marx aveva pienamente ragione: la borghesia può definirsi come la classe che ha potuto darsi un avvenire solo distaccandosi da tutte le determinazioni sociali e simboliche del passato. È così che ha potuto collocare al posto di comando valori economici e mercantili che le società tradizionali si erano sempre prodigate per sminuire, nella misura stessa in cui li associava alla necessità, ossia al contrario della libertà. Mi sembra che questa evoluzione entri oggi in conflitto con i suoi limiti intrinseci: il sistema del denaro perirà attraverso il denaro! L’idea che il valore si riduca al prezzo di mercato, che ogni cosa possa essere acquistata o venduta, è ormai contestata negli ambienti più differenti. La “mercantilizzazione del mondo” e il modello antropologico di un uomo che sarebbe solo produttore e (soprattutto) consumatore, comincia ad essere battuta in breccia. Resta da sapere cosa accadrà in futuro in questa lotta propriamente titanica tra le forze omogeneizzanti e le forze “differenzialiste”. Siamo in un’epoca di transizione. Il mondo che abbiamo conosciuto è già crollato, mentre noi non possiamo che interrogarci su quello che gli subentrerà. L’errore più grande sarebbe di analizzare il mondo che viene con strumenti concettuali obsoleti. Una cosa sola è sicura: la storia è sempre aperta.  

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