Israele e la politica di ambiguità - Prima parte

Pubblicato il da ipharra.over-blog.it

Da: EURASIA

DiValentina Marconi ( dottoressa in Relazioni Internazionali Università di Perugia)



 

Il programma nucleare israeliano è uno dei segreti più “pubblici” della politica internazionale contemporanea. Sono in molti a ritenere che Israele sia la sesta potenza nucleare su scala globale anche se è possibile affermarlo solamente in via non ufficiale.


Israele conduce una politica di ambiguità (o opacità) rispetto al suo programma nucleare, da una parte rifiutandosi di chiarire a che stadio di sviluppo sia, dall’altra evitando di rilasciare dichiarazioni ufficiali rispetto alle finalità e potenzialità dello stesso. “Israel will not be the first country to introduce nuclear weapons into the Middle East”, recita una celeberrima frase dell’ex-primo ministro israeliano Levi Eshkol, ottimo esempio della vaghezza dell’atteggiamento di Tel Aviv in merito al nucleare.


La politica di ambiguità nucleare è stata concepita come uno “strumento” funzionale alla sicurezza del Paese: la possibilità del ricorso alle armi nucleari – mai ufficializzata – ha operato come deterrente nell’ambito della politica mediorientale.

Tuttavia l’opacità nucleare dura ormai da parecchi decenni e alcuni analisti affermano che sia venuto il momento per Israele di “venire allo scoperto”: in particolare di fronte a minacce nuove come il terrorismo nucleare, il coming out israeliano potrebbe avere come risultato l’irrobustimento dell’effetto deterrenza di cui sopra. Uno dei maggiori sostenitori di questa tesi è lo storico Avner Cohen che ha definito la politica di ambiguità portata avanti dagli israeliani un “anacronismo politico”, soprattutto alla luce delle persistenti richieste di chiarimento che la comunità internazionale avanza in relazione al programma nucleare iraniano.


Accanto alla politica di ambiguità si è consolidato un approccio strategico complementare conosciuto col nome di “Dottrina Begin” che prevede il fermo impegno israeliano a mantenere il proprio “monopolio nucleare” in Medio Oriente. La sua applicazione più lampante fu il bombardamento della centrale irachena di Osiraq nel 1981: oggi l’opposizione di Tel Aviv allo sviluppo di un programma nucleare iraniano rientra in questa logica.


Secondo il giornalista Amnon Kapeliouk, l’opinione pubblica israeliana sembra sostenere il programma nucleare e la stessa politica di ambiguità messa in atto dal Governo di Tel Aviv. Soltanto una esigua minoranza della popolazione è favorevole alla denuclearizzazione dello Stato. Sembra inoltre che il nucleare non sia assolutamente al centro di alcun dibattito pubblico e resti escluso dalle campagne elettorali e dai programmi dei maggiori partiti politici israeliani. Quasi ad indicare che la sua legittimità  sia scontata e indissolubilmente legata all’idea di sicurezza nazionale.


IL TRATTATO DI NON PROLIFERAZIONE NUCLEARE

Il Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp) è uno dei pilastri della sicurezza globale e risponde a molteplici obiettivi: la non proliferazione delle armi nucleari su scala globale, la riduzione degli arsenali esistenti (disarmo) e la cooperazione nel settore del nucleare civile. Esso si basa su un “compresso politico”: da un lato gli Stati in possesso di armi nucleari si impegnano a non farvi ricorso, dall’altro gli Stati che non ne sono in possesso rinunciano a procurarsele in cambio del supporto esterno necessario a sviluppare un proprio programma nucleare per scopi civili.


Israele non ha ratificato il Tnp nonostante gran parte della comunità internazionale  ritenga sia in possesso di armi nucleari. Insieme a India, Pakistan e Corea del Nord, è quindi considerato uno degli “outsiders” armati rispetto al regime internazionale di non proliferazione sulle armi nucleari, e proprio la mancata membership universale è fra i principali fattori di crisi ed instabilità del regime stesso.


Ai primi di maggio, Rose Gottemoeller, assistente segretario di Stato americano, ha lanciato un appello a Israele, India, Pakistan e Corea del Nord affinché aderiscano al Trattato di non proliferazione sulle armi nucleari. Le sue parole hanno suscitato forti polemiche in Israele. Si teme infatti che l’amministrazione Obama possa modificare la tradizionale politica statunitense nei confronti del nucleare israeliano.


Alla fine di maggio, nel corso dell’ultima conferenza per il riesame del Tnp, 189 paesi (tra cui gli stessi Stati Uniti di Obama) hanno caldeggiato l’adesione da parte di Israele con l’obiettivo di creare un’area denuclearizzata in Medio Oriente.

All’inizio del mese di giugno, presso il convegno del Nuclear Suppliers Group tenutosi in Corea del Sud, la Russia ha espresso la sua preoccupazione riguardo al programma nucleare israeliano, definendolo potenzialmente più pericoloso di quello iraniano per la pace in Medio Oriente.


Il timore è che se Israele persiste con la politica dell’ambiguità e rifiuta di aderire al Trattato di non proliferazione sulle armi nucleari – impedendo agli ispettori internazionali di entrare a Dimona – ciò possa scatenare una vera e propria corsa al riarmo in tutta la regione con conseguenze sicuramente drammatiche.

 

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