Patriottismo slovacco e questione ungherese

Pubblicato il da ipharra.over-blog.it

 

Da: EURASIA - Francesco Rossi

È possibile instillare l’amore per la patria attraverso una legge? Potrebbe apparire un quesito banale, con una risposta scontata: certo che no, si tenderebbe a rispondere, nessun provvedimento legislativo riuscirebbe (per fortuna) a penetrare così in profondità l’animo umano, modificando sentimenti ed orientamenti tanto personali. In realtà, questa domanda che divide ed anima l’opinione pubblica e la classe politica slovacca nasconde dietro di sé problemi molto più complessi. Non solo perché, in generale, il XX secolo ci ha mostrato come, in determinate condizioni, leggi “patriottiche” possano essere efficaci, ma anche perché, nello specifico contesto slovacco, il quesito assume connotati piuttosto rilevanti sia dal punto di vista politico interno, sia dal punto di vista delle relazioni con Budapest. Mettendo dunque da parte quell’atteggiamento che porta a bollare in maniera indiscriminata come “rigurgiti nazionalisti” tutte quei fermenti vagamente patriottici che emergono ad est della vecchia Cortina di Ferro, vediamo di addentrarci nel dibattito, inquadrando appropriatamente la questione del Patriotic Act slovacco.

Approvata ad inizio marzo dal Parlamento unicamerale di Bratislava e bloccata due settimane dopo dal veto del Presidente Gašparovič, tale normativa prevedeva che in tutte le scuole pubbliche del paese venisse ascoltato l’inno nazionale (Nad Tatrou sa blýska – Un fulmine sui Tatra) ogni lunedì mattina. I piani di studio, poi, avrebbero visto l’introduzione di una materia chiamata “educazione patriottica”. Ciascuna classe avrebbe inoltre dovuto provvedere a mettere in bella mostra una serie di simboli dello Stato, tra i quali la bandiera nazionale, gli stemmi della repubblica, il testo dell’inno, il preambolo della Costituzione (“Noi la nazione slovacca …”) ed il ritratto del Presidente. Tuttavia il provvedimento non avrebbe limitato la propria efficacia all’ambito scolastico: le medesime disposizioni in tema di arredamento avrebbero dovuto trovare applicazione in ogni istituzione statale ed in ogni ufficio pubblico sparsi per il paese.

A sostegno del Patriotic Act si era espressa tutta la coalizione di governo: l’estrema destra del Partito Nazionale Slovacco di Ján Slota (propositore della legge), il Partito Popolare-Movimento per una Slovacchia Democratica del solito Vladimír Mečiar ed il partito socialdemocratico del primo ministro Robert Fico (Smer-SD). Proprio grazie a quest’ultima formazione politica il testo approvato ad inizio Marzo non racchiudeva una norma che avrebbe obbligato ogni cittadino slovacco a prestare giuramento solenne di fedeltà alla repubblica nel momento in cui gli fosse stata consegnata la propria carta d’identità. Nonostante tale edulcorazione, le proteste contro ilPatriotic Act, abilmente cavalcate dall’opposizione guidata dai cristianodemocratici dell’SDKÚ-DS, non si erano fatte attendere. Il mese di marzo ha visto migliaia di giovani ed insegnanti scendere per le strade di Bratislava facendo tintinnare mazzi di chiavi (come era accaduto circa vent’anni prima durante la Rivoluzione di Velluto) e riferendosi alla loro capitale come ad una “Pyongyang sul Danubio”. La protesta era poi dilagata su Internet attraverso Facebook. Nel mentre, una petizione popolare chiedeva con forza al Presidente Ivan Gašparovič di porre il veto sul disegno di legge approvato dal legislativo.

Curiose le motivazioni della decisione del Capo di Stato slovacco: in primo luogo Gašparovič rimandava il testo al Parlamento poiché ormai appariva evidente come la data fissata come inizio di applicazione della misura, il primo di aprile, fosse troppo ravvicinata e non consentisse agli istituti scolastici di reperire in tempo le attrezzature richieste dalla normativa; in secondo luogo il Presidente slovacco, peraltro favorevole alla legge, riteneva quella stessa data (pesce d’aprile) poco consona per l’entrata in vigore di un provvedimento tanto importante. Non vi è dubbio alcuno sulla natura puramente pretestuosa delle due ragioni, ed in particolare della seconda. Molto più probabile un cambiamento di rotta di 180 gradi da parte del primo ministro Fico che, osservando le reazioni popolari al Patriotic Act, potrebbe aver invitato Gašparovič a posticipare a settembre la questione, in modo da non inficiare le incombenti elezioni politiche del 12 Giugno.

Tuttavia, per i socialdemocratici, il danno potrebbe ormai essere stato fatto, con grande vantaggio per la candidata prima ministra dell’SDKÚ-DS Iveta Radičová. Ciononostante è errato pensare che Fico possa essere stato trascinato sull’insidioso terreno del patriottismo dal suo scomodo ed inusuale (almeno per un occhio esterno) alleato, il Partito Nazionale Slovacco (SNS) propositore del Patriotic Act. E neppure è casuale la presenza, nella coalizione di governo, della formazione di Vladimír Mečiar, figura storica del panorama politico slovacco, incompresa e, a tratti, incomprensibile. Primo Ministro per buona parte degli anni ’90, Mečiar fu protagonista, alla fine del ’92, di quello splendido esempio di scissione statuale incruenta che fu il Divorzio di Velluto tra Boemia e Moravia da un lato (Repubblica Ceca) e Slovacchia dall’altro. Al suo nazionalismo populista ed ai suoi metodi tendenzialmente autoritari in politica interna, faceva da contraltare una politica estera perlopiù isolazionista e non sempre collaborativa con l’Occidente. Tanto bastò perché l’allora Segretario di Stato Madeleine Albright si riferisse senza mezzi termini alla Slovacchia di Mečiar come al “buco nero d’Europa”.

Ciò che accomuna la coalizione Fico-Mečiar-Slota salita al potere nel giugno 2006 è anzitutto il forte accento nazionalista e patriottico. Sarebbe tuttavia riduttivo considerare la centralità posta su queste tematiche come un modo rapido per ottenere consenso elettorale nel breve periodo. Altrettanto semplicistico sarebbe spiegare tali fermenti come fossero solamente una reazione alle macrodinamiche della globalizzazione, od un bilanciamento all’emergere di più ampie identità multiple (anzitutto, l’identità “comunitaria”). Certamente entrambi gli aspetti sono presenti, ma il punto centrale rimane un altro, e cioè la necessità di costruire tout court un’identità nazionale mai sbocciata. In altre parole, scendendo nel concreto: le difficoltà della Slovacchia, la cui esperienza d’indipendenza è poco più che ventennale, nel trovare un proprio ruolo geopolitico al confine orientale dell’Unione Europea.

Ecco allora compreso l’indirizzo di politica estera di Fico, un orientamento quantomeno non usuale per un paese appartenente all’UE: gli insoliti buoni rapporti con Cuba, gli ottimi rapporti con Mosca (si pensi alla ferma condanna slovacca contro l’aggressione georgiana in Ossezia del Sud) e Belgrado (si pensi qui all’opposizione di Bratislava nei confronti della dichiarazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo). E ancora, la ferma opposizione di Fico nei confronti del progettato “scudo spaziale” statunitense in Europa orientale, l’annuncio che una delle sue prime visite ufficiali si sarebbe svolta in Libia, in Cina od in Venezuela.

A livello interno, invece, ecco compresa l’insistenza di Fico sui “Vecchi slovacchi”, sulle leggende ed i miti del Grande Impero Moravo, come il principe Svatopluk. Il tentativo, insomma, è quello di rispolverare e/o creare una Storia nazionale slovacca, rispettabile e condivisa; certamente un processo non indolore, se si pensa che in Slovacchia sono presenti ben 13 consistenti minoranze, tra le quali svetta, senza dubbio, quella ungherese (circa 500 mila persone, quasi totalmente concentrate nelle aree meridionali del paese).

La “questione ungherese” ebbe origine nel 1920, quando le Potenze vincitrici della I Guerra Mondiale decisero di premiare il loro nuovo alleato cecoslovacco fissando un confine politico con l’Ungheria più a sud di quella che era la frontiera linguistica slovacco-ungherese. Da allora scambi di popolazione, espropri e confische (i cosiddetti “decreti Beneš) ebbero luogo, ma gli Ungheresi in terra cecoslovacca non scesero mai sotto le 200 mila unità. Con l’indipendenza della Slovacchia nel Gennaio 1993, la “questione ungherese” ricadde interamente sotto la responsabilità di Bratislava, condizionandone fortemente la politica estera e le relazioni nei confronti del vicino meridionale.

Nonostante a Bruxelles si tenti talvolta di voltare lo sguardo dall’altra parte facendo finta di nulla, i rapporti slovacco-ungheresi appaiono ancora oggi ben lontani da quello standard minimo di reciproco rispetto che la comune appartenenza all’UE sembrerebbe presupporre. L’era Mečiar e gli anni del governo Fico, per i motivi precedentemente analizzati, hanno coinciso con i periodi di maggior tensione tra Bratislava e Budapest. Sono stati numerosissimi, negli ultimi vent’anni, gli episodi d’intolleranza reciproca, gli incidenti di frontiera, gli scontri diplomatici, i provvedimenti legislativi oggetto di pesanti critiche da una parte o dall’altra.

Il Patriotic Act rappresenta dunque solo l’ultimo capitolo di una vicenda molto più articolata. Probabilmente a ragione, tale provvedimento è stato visto da Budapest come un ulteriore colpo sferrato contro gli Ungheresi di Slovacchia, se si considera che il principale autore del disegno di legge è, insieme a Rafael Rafaj, Ján Slota: si pensi a riguardo alla sua celebre espressione “gli Ungheresi sono un cancro nel corpo della nazione slovacca”.

Certo è che dall’altra parte del Danubio i toni non appaiono molto più concilianti. Anzi, con le elezioni politiche alle porte (11 e 25 Aprile), il clima tenderà a surriscaldarsi ulteriormente. In aggiunta, il risultato ungherese potrebbe non essere favorevole ad una distensione con Bratislava: la crescente mancanza di fiducia della popolazione nei confronti dei socialdemocratici dell’MSZP parrebbe essere continuata anche dopo le dimissioni del primo ministro Ferenc Gyurcsány, ed a nulla potrebbe valere la candidatura di un volto nuovo e giovane come Attila Mesterházy. Questo significa che, con tutta probabilità, sarà Viktor Orbán (Fidesz) ad uscire vittorioso dalle urne. Si tratta dello stesso Viktor Orbán (già Primo Ministro dal ’98 al 2002, mentre la Slovacchia era guidata dal conservatore Dzurinda) che meno di un anno fa arringava la folla di Esztergom, sul confine slovacco-ungherese, facendo continue ambigue allusioni al Regno d’Ungheria precedente al primo conflitto mondiale; affermazioni, queste, che avevano spinto addirittura il Parlamento di Bratislava ad indire una sessione straordinaria per discutere dell’accaduto.

Se da un lato è possibile (ed auspicabile) che, una volta sopiti gli impeti elettorali, le due diplomazie abbandonino i toni fin qui usati, dall’altro lato quest’eventualità non dovrebbe far credere che i problemi di fondo (anzitutto, la creazione di un’identità nazionale slovacca) siano superati. Tutt’altro. Nel cuore dell’Europa vi è un paese, la Slovacchia, che cerca di trovare il proprio ruolo geopolitico e, per trovarlo, cerca di (ri)costruire la propria identità, un’identità che non può essere sostituita da macro-appartenenze quali l’Unione Europea o la NATO.

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