L’impero che non verrà,ovvero Toni Negri quinta colonna dell'impero americano

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Da: EURASIA

Di:Fabio Falchi

Secondo Michael Hardt e Antonio Negri il processo di globalizzazione avrebbe determinato la fine della sovranità degli Stati nazionali e l’inizio di una nuova epoca contrassegnata da una forma di sovranità ed una logica di potere che essi chiamano Impero . Il carattere fondante di questo Impero consisterebbe nell’assenza di frontiere e nella capacità di inglobare la totalità dello spazio.

 

Che un siffatto sistema politico – ammesso e non concesso che esista effettivamente e non sia solo un’entità immaginaria – lo si possa definire un Impero anziché il suo opposto contrario (se opposti contrari, come insegna Aristotele, sono le specie di un medesimo genere che distano massimamente tra di loro) è facile comprenderlo se si tiene conto di quanto scrisse il filosofo Hans Georg Gadamer – sebbene gran parte dell’intellighenzia italiana non se ne sia accorta, essendo troppo occupatata nell’analisi fenomenologica del teatrino politico italiano, per meglio servire il potente di turno – poco prima di morire: «E’ […] straordinario […] che proprio Roma antica offra ai popoli di oggi un esempio decisivo sul piano della storia e della civiltà, un punto di riferimento e allo stesso tempo di monito, un orientamento di come tante diversità possano coesistere e unirsi in un processo di arricchimento reciproco» .

 

Del resto, anche Alain de Benoist ha ben presente che l’autentico Impero è «universale nel principio ispiratore e nella vocazione [ma non è] universalista nel senso che correntemente si assegna a questa espressione. La sua universalità non ha mai significato una vocazione ad estendersi all’intera terra, ma si ricollega semmai all’idea di un ordine equo che mira a federare dei popoli sulla base di un’organizzazione politica concreta, al di fuori di qualunque prospettiva di conversione o di livellamento. L’impero, da questo punto di vista, si distingue radicalmente da un ipotetico Stato mondiale o dall’idea secondo la quale esisterebbero dei princìpi giuridico-politici universalmente validi, in ogni tempo e in ogni luogo» .


Invece, Hardt e Negri sembrano ignorare che è tipico della talassocrazia americana – non di un Impero (non solo quello romano, ma quello di Federico II di Svevia, quello ottomano etc.) – svellere le radici spirituali di ogni popolo, annientare le differenze e sradicare ogni ethos diverso dal propriio, tanto è vero che Claudio Mutti , esaminando la concezione dell’Impero che Jean Thiriart difendeva, giustamente osserva che «diversamente da Luttwak e da Toni Negri, Thiriart sapeva bene che l’Impero è l’esatto contrario dell’imperialismo e che gli Stati Uniti non sono Roma, bensì Cartagine» .


D’altronde, Hardt e Negri sono talmente convinti del fatto che l’epoca dell’imperialismo sia finita e che sia cominciata quella dell’ordine imperiale globale da ritenere che siano praticamente scomparse le frontiere e gli Stati nazionali; il che li induce addirittura a sostenere che la storia delle guerre imperialiste, interimperialiste e antimperialiste è terminata e che siamo ormai in un periodo di pace, in cui sono possibili solo operazioni di polizia internazionale (con buona “pace” di quei popoli che si oppongono all’egemonia americana, dato che non possono che rassegnarsi a giocare a “guardie e ladri “con gli americani e i loro “fidi” alleati, benché tocchi loro interpretare la parte dei “ladri”). Evidentemente il fatto che siano gli Usa a globalizzare e ad “americanizzare”, a fare la guerra contro (non “in”, come invece vogliono i media “politicamente corretti”) l’Afghanistan e contro l’Iraq (una “operazione di polizia” che ha causato la morte di centinaia di migliaia di civili), e che Israele continui a “strangolare” i palestinesi a Gaza ed in Cisgiordania, abbia centinaia di testate nucleari e possa minacciare e ricattare non solo i popoli del Vicino e Medio Oriente ma anche quelli dell’Europa, sono aspetti marginali della realtà sociale e politica del nostro tempo, che non meritano di essere presi in considerazione dai due teorici della fine dell’imperialismo europeo e dell’inizio della politica imperiale postmoderna.

 

Lo stesso si dovrebbe dire della esistenza di “potenze” che contrastano l’unipolarismo americano, al punto che non pare retorico chiedersi se, a giudizio di Hardt e Negri, esistano veramente Stati nazionali come la Russia, la Cina o l’Iran; oppure non siano altro che entità fittizie, frutto di una sorta di allucinazione collettiva di europei ad un tempo “moderni e retrogadi”.


 

D’altra parte, il linguaggio di Hardt e Negri è volutamente oscuro e “esoterico”, per iniziati ai “misteri imperiali”, che dovrebbero rivelare la possibilità di dar vita ad un contro-Impero all’interno dell’Impero, attraverso il superamento della dialettica tra “dentro” (la soggettività, il privato) e “fuori” (la sfera pubblica). Anche se trovare frasi chiare in questo libro è impresa assai ardua, è indubbio però che secondo gli autori di “Impero” il mercato globale ha reso obsoleta la dicotomia pubblico/privato, grazie alla privatizzazione (considerata irreversibile e non come “fenomeno di fase”) della dimensione pubblica, che spiegherebbe la definitiva retrocessione degli Stati nazionali a entità di secondaria importanza, “inquadrate” nel nuovo ordine mondiale: «Nello spazio liscio dell’Impero non c’è un luogo del potere – il potere è, a un tempo, ovunque e in nessun luogo. L’Impero è un’utopia, un non-luogo».

 

Un non luogo che paradossalmente si viene a configurare come possibilità di costruzione di una soggettività rivoluzionaria, tramite la “diserzione”, l’esodo, per quanto si debba precisare che si tratta di un esodo dal “ni-ente” verso il “ni-ente”, dato che Hardt e Negri sostengono che «la diserzione non ha luogo:è l’evacuazione dei luoghi del potere», sì che “la moltitudine [così gli autori denominano le masse, i "dominati"; benché si possa ritenere che essi si rivolgano soprattutto ai membri dei vari movimenti no-global] deve spingersi dentro l’Impero per uscirne fuori dall’altra parte”.

 

Indipendentemente dal fatto che, se questa affermazione è vera, allora non sembra affatto “superata” la dialettica tra “dentro” e “fuori”, la “moltitudine” dovrebbe, contraddittoriamente, costruire/essere il “luogo del non luogo” (ma non è anche l’Impero un’utopia, un non luogo?).


E’ forse impossibile trovare parole più dure, ma a mio avviso condivisibili, per le tesi difese in “Impero” di quelle di Gianfranco La Grassa: «Fino all’inizio di questo secolo, i vari intellettuali (in massima parte di sinistra) continuavano a sostenere la fine degli Stati nazionali; e magari cianciavano di Impero al seguito di un individuo che le ha sbagliate tutte in vita sua; facendolo apposta, io credo, perché il suo intento era di sviare l’attenzione di bande di giovinastri (alcuni ormai con i capelli grigi ma ancora con camicie militari alla Che Guevara) verso insulsi movimentismi detti della Moltitudine. Anche i paludati “nonsochecosastodicendo” di “Le Monde diplomatique” seguivano queste scemenze sesquipedali. Alla fine, tutti si sono accorti che gli Stati nazionali continuano a sussistere e si stanno rafforzando, creando così una situazione di tipo multipolare».

E’ interessante anche notare che Carl Schmitt, criticando lo Stato mondiale immaginato da Ernst Jünger, afferma, consapevole dell’inevitabilità del conflitto fra Terra e Mare, che l’unità del mondo è un’utopia e che con la fine del bipolarismo (ossia, come oggi noi sappiamo, con la scomparsa dell’Urss) si sarebbe assistito, con ogni probabilità, alla formazione di “grandi spazi”; vale a dire alla formazione di un nuovo equilibrio e di conseguenza all’instaurarsi di un nuovo ordine della Terra.

 

Schmitt però non dice nulla riguardo a questo nuovo Nomos della Terra. Sicché – anche se Hardt e Negri, a differenza del filosofo tedesco, immaginano un contro-potere che non dovrebbe implicare, in quanto “puro” contro-potere, nessuna forma di organizzazione, di “ordine” o di gerarchia, sia pure soltanto “funzionale” , per quanto ciò paia logicamente e fisicamente impossibile, se gli uomini non sono angeli; ma si dovrebbe rammentare che esiste anche una gerarchia angelica e che non è escluso che qualche angelo possa pure essere “luciferino” – sarebbe ingeneroso rimproverare ai due autori di “Impero” di essere alquanto vaghi per quanto concerne la “prassi”, dato che ritengono che non sia possibile proporre alcun modello e che non si possa far altro che aspettare la “maturazione” dello sviluppo politico del “posse”, ossia “il potere della moltitudine”.

 

Si deve piuttosto prendere atto che, sulla base dell’analogia tra l’Impero attuale (immaginario) e l’Impero romano (reale), Hardt e Negri, coerentemente, paragonano la “moltitudine” agli antichi cristiani, che resistevano all’autorità imperiale di Roma, e rimandano quindi a Sant’Agostino: «Nessuna comunità determinata può riuscire a creare un’alternativa al comando imperiale; solo una comunità universale e cattolica che riunisca tutti i popoli e tutte le lingue in un viaggio comune può raggiungere lo scopo».

Si tratta di un “viaggio comune” che riserva alla “moltitudine eletta” un’esperienza eccezionale, simile all’ “epopteia” dei Misteri eleusini, dacché Hardt e Negri identificano il “comunista no-global” – libero, gioioso, “deterritorializzato” e “deterritorializzante” – con il “povero” San Francesco, il quale sapeva certamente contrapporre alla miseria del potere la gioia dell’essere, ma che difficilmente può essere considearato il “prototipo” del rivoluzionario, o meglio dello pseudo-rivoluzionario no-global.

Comunque sia, non sorprende che negli Stati Uniti quest’opera sia stata ben accolta e che il New York Times e la rivista americana Time l’abbiano recensita favorevolmente, considerandola brillante e innovativa (benché criticabile – nessuno è perfetto – sotto certi aspetti). Infatti, «non occorre condividere la prospettiva marxista degli autori per trovare il libro affascinante», dato che il “viaggio comune” lo si dovrebbe intraprendere a bordo di una nave battente bandiera statunitense, con marinai che indossano la kippah e che imbracciano il mitra (un servizo d’ordine è sempre necessario). Per sfortuna però di Hardt, Negri e tutti i loro entusiasti sostenitori no-global, tra la “moltitidine” vi sono ancora alcuni che pensano che esistano nazioni che opprimono e nazioni oppresse, che l’Impero in realtà sia una “talassocrazia imperialista” e che preferirerebbero fare il “viaggio comune” a bordo della Mavi Marmara, anziché con gli americani e i sionisti.

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Davide 04/18/2011 12:21



Chi ha scritto questa recensione ha letto il libro usando la lente distorta del nazionalsocialismo che tanti bei regali ha fatto alla nostra umanità afflitta dall'imperialismo americano e violata
e scarnificata dalle velleitarie mire imperiali e razziste del nazionalsocialismo nazifascista.