LIBIA, IL LATO OSCURO DEL DOPO RAIS - ovvero DEMOCRAZIA EXPORT (ndr)

Pubblicato il da ipharra.over-blog.it

Fonte: Lettera 43 - di Lorenzo Berardi

Settemila persone detenute illegalmente nelle carceri della nuova Libia post-Gheddafi sotto gli occhi, ma fuori dal controllo diretto dell'autorità provvisoria alla guida del Paese nordafricano. Migliaia di uomini, donne e bambini che hanno preso il posto nelle prigioni disseminate fra Tripoli e Bengasi dei prigionieri politici dell'era del raìs.
DETENZIONE, VIOLENZA E SOPPRUSI. Una situazione che comprende episodi sistematici di tortura, violenze e sorprusi al di fuori di qualsiasi legge e all'interno di un sistema parallelo che ha individuato, catturato e isolato i nuovi nemici dello Stato libico senza fare ricorso ad alcun processo. Di fatto, a un mese esatto dal crollo del regime del Colonnello e dall'insediamento di Ali Tarhouni a primo ministro ad interim in attesa delle elezioni previste per il 2012, le milizie ribelli che hanno contribuito alla caduta di Gheddafi rinunciano a farsi da parte.
Giovedì 24 novembre il quotidiano britannico Independent ha pubblicato in esclusiva le prime indiscrezioni di un rapporto ufficiale a cura del segretariato generale delle Nazioni Unite. Un rapporto che – come ha sottolineato l'
Independent – rappresenterà «una lettura scomoda per i governi occidentali, incluso quello britannico, che hanno appoggiato i movimenti libici per liberarsi di Gheddafi». Il documento completo sugli orrori della Libia del dopo Gheddafi comincerà a circolare fra i membri del Consiglio di Sicurezza dell'Onu nei prossimi giorni e verrà discusso ufficialmente fra la fine di novembre e l'inizio di dicembre.

Il rapporto di Ban Ki-moon: «Uno scenario sinistro»

Quando nel marzo scorso il Palazzo di vetro varò una risoluzione per proteggere i civili libici dagli abusi commessi dalle forze fedeli al regime del raìs di Tripoli, il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon era già a conoscenza del fatto che crimini di guerra fossero commessi non solo dall'esercito libico, ma anche dalle milizie ribelli nel corso degli scontri di Sirte.
UNA SITUAZIONE SFUGGITA DI MANO. E la precipitosa esecuzione di Muammar Gheddafi avvenuta il 20 ottobre ad opera di miliziani ribelli dopo che il Colonnello era stato catturato vivo ha dimostrato come la situazione in Libia fosse sfuggita di mano all'Onu e alla comunità internazionale.
Da un lato, il documento delle Nazioni Unite ha riconosciuto l'importanza storica, politica e sociale della fine del regime di Gheddafi, che ha portato alla liberazione della Libia dopo 42 anni di dittatura così come gli sforzi compiuti degli oppositori del raìs, «capaci di formare un nuovo governo
ad interim e con la piena intenzione di seguire un percorso democratico e introdurre un sistema di giustizia funzionante».
FAIDE INTESTINE FRA LE DIVERSE FAZIONI. Dall'altro, tuttavia, il rapporto curato da Ban Ki-moon «presenta uno scenario sinistro del crescente potere acquisito dalle milizie che oggi controllano le strade di molte città libiche, comprese quelle della capitale Tripoli, oltre all'emergere di faide intestine fra le diverse fazioni di uomini armati che si risolvono in sparatorie con morti e feriti».
Un'apparente anarchia che mette in serio pericolo la tanto attesa transizione democratica della Libia, soprattutto in mesi in cui l'attuale governo
ad interim non ha i mezzi economici e le forze per contrastare le bande che si stanno spartendo il vaso territorio lasciato libero dalle forze di Gheddafi e il vuoto di potere che ne sta derivando.

Prigioni affollate, espulsioni di massa ed esecuzioni sommarie

«Chi mi ha dato il permesso di creare una prigione? Nessuno. In questa guerra non ne ho bisogno». Così si era espresso Abdullah al-Mehdi, un ex pilota dell'aviazione libica passato dalla parte delle forze ostili a Gheddafi, intervistato dalla giornalista freelance Portia Walker, a febbraio di quest'anno. Correvano i primi giorni dell'insurrezione al regime del Colonnello e Al-Mehdi aveva deciso di aprire un centro di detenzione capace di ospitare un centinaio di prigionieri in una ex scuola di Zintan, un villaggio nel cuore del deserto libico, non lontano dal confine con l'Algeria.
LE PRIGIONI SI SONO MOLTIPLICATE. A nove mesi di distanza da quell'intervista, il regime totalitario del raìs di Tripoli non esiste più, tuttavia le prigioni messe in piedi dalle milizie ribelli nei giorni della lotta al Colonnello si sono moltiplicate in tutto il Paese. Come ha scritto Walker «le visite condotte nelle carceri della Capitale negli ultimi mesi hanno rivelato che centinaia di lavoratori migranti africani sono stati ereditati dalle milizie ribelli. In una prigione visitata dai cronisti dell'Independent nel settembre scorso, le guardie avevano stimato in almeno 500 i neri africani ancora detenuti per il sospetto di essere mercenari al soldo del regime. E molti degli africani di colore non incarcerati intervistati a Tripoli avevano rivelato di avere paura di uscire di casa per il timore di essere arrestati».
RAZZISMO E VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI. Episodi di razzismo e violazione dei diritti umani che si aggiungono alle violenze e alle esecuzioni sommarie perpetrate nei giorni successivi alla caduta del regime dalle milizie vittoriose. Emblematico è il caso della città di Tawargha da dove le forze di Gheddafi avevano lanciato il proprio sanguinoso attacco a Misurata. Secondo fonti delle milizie ribelli, 30 mila abitanti di Tawargha sono stati cacciati dalle proprie case ed espulsi dalla città con l'accusa collettiva di avere appoggiato le forze del Colonnello. Un episodio che si è ripetuto in molti villaggi e cittadine della parte occidentale del Paese, ritenute fedeli al raìs di Tripoli.

La caccia ai presunti sostenitori di Gheddafi per le strade di Sirte

Come ha commentato Patrick Cockburn, corrispondente dell'Independent dal Medio Oriente, «la detenzione di 7 mila persone nelle carceri libiche da parte delle milizie ribelli non è un fatto sorprendente. Il conflitto nel Paese nordafricano è sempre stato soprattutto una guerra civile fra libici, a dispetto di come lo hanno definito i governi e i reporter». Il ricorso alla violenza da parte dei vincitori non è un fatto nuovo e si somma alla sete di vendetta di alcuni dei ribelli, che hanno avuto parenti o amici uccisi negli anni del regime o durante i mesi dell'insurrezione.
IL CNT E UN CONTROLLO SOLO TEORICO. Il tutto, senza contare le tradizionali rivalità tribali esistenti in Libia, acuite dalle posizioni assunte durante gli scontri che hanno segnato la fine del quarantennio del Colonnello. «C'è una profonda e crescente frenesia di andare alla caccia di chiunque possa essere associato in qualche modo al regime, soprattutto da parte di giovani miliziani o estremisti islamici», ha spiegato un uomo intervistato da Cockburn a Sirte, la città natale di Gheddafi.
Secondo il corrispondente del quotidiano inglese, inoltre, «il controllo assunto dal Consiglio nazionale di transizione è per gran parte teorico e non può fermare le purghe in atto, perché alcuni dei suoi componenti temono di essere anch'essi accusati di avere collegamenti con l'ex regime». Una posizione scomoda all'interno di una situazione incandescente, che non lascia presagire un facile futuro per la giovane Libia post-Gheddafi, un Paese apparentemente dimenticato dai media internazionali nelle ultime settimane, ma del quale si tornerà a parlare spesso.

 

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