La ricerca dell'infelicità. La decrescita.Seconda parte

Pubblicato il da ipharra.over-blog.it

 

Da:Un estratto dell’intervento del presidente di Thule alle conferenze tenutesi a Mantova e a Casale Monferrato (20 e 27 giugno 2009) in cui fu presentato l’opuscolo “La ricerca dell’infelicità”. 


 


 

Se la crescita del prodotto interno lordo è considerata sinonimo di benessere e la crescita quantitativa delle merci un bene in sé, la possibilità di acquistare la maggiore quantità possibile di  merce viene identificata come un miglioramento della qualità della vita.


Il passaggio da un bene a una merce nella soddisfazione di un bisogno esistenziale è diventato un indicatore di emancipazione e di progresso. Nell’arco di una generazione alcuni beni di uso comune come le marmellate, la passata di pomodoro, la pasta e il pane, le verdure sottolio e sottaceto, non si sono più fatti in casa e sono stati sostituiti da prodotti comprati al supermercato. Un processo disastroso in cui la perdita di qualità si somma alla perdita di conoscenze, ma che è stato considerato un progresso perché ha comportato una crescita quantitativa della produzione di merci e del prodotto interno lordo.


La vita che si sviluppa in un tale contesto abitua lo spirito a far sì che ogni evento venga ridotto a denaro anche nei rapporti extraeconomici, il che significa assumere il valore monetario come metro per la misurazione di uomini e cose. Con l’adozione di un simile procedimento si svaluta progressivamente la percezione del valore definito con criterio puramente qualitativo. In tal modo, per quanto riguarda gli oggetti si perde il senso di quel che è soltanto bello, che è formalmente perfetto, ossia che è artistico; si accantona ciò che non può essere determinato, misurato o pesato secondo un punto di vista quantitativo. Si  richiede che gli oggetti ai quali si vuol attribuire un valore risultino utili o piacevoli – si spiega così il desiderio del «comfort» -, oppure che siano «costosi».


Un sistema economico fondato sulla crescita del prodotto interno lordo è innovatore per necessità intrinseca.


Per accrescere l’offerta di merci ha bisogno di continue innovazioni di processo per incrementare la produttività, cioè le quantità prodotte nell’unità di tempo.


Per accrescere la domanda ha bisogno di continue innovazioni di prodotto per rendere obsolete in tempi sempre più brevi le merci acquistate, in modo da abbreviare i tempi di sostituzione.


Entrambe le innovazioni dipendono fondamentalmente dagli sviluppi della tecnologia, che a loro volta dipendono dagli sviluppi della ricerca scientifica.


Maggiori sono le innovazioni, più rapida è la loro successione, maggiore è la crescita della produzione e del consumo di merci. In un sistema economico che misura la crescita del benessere con la crescita del prodotto interno lordo, l’innovazione diventa un valore in sé.


Poiché le innovazioni cambiano di continuo la situazione esistente, la disponibilità al cambiamento assume un ruolo centrale nel sistema dei valori condivisi. Diventa una pubblica virtù. Viceversa, la resistenza nei confronti delle innovazioni diventa un vizio da sradicare, una manifestazione di chiusura mentale da ridicolizzare, un atteggiamento d’altri tempi senza diritto di cittadinanza nella modernità. Nuovo è bello, migliore, più evoluto. Vecchio è brutto, peggiore, più arretrato.


A tal proposito non possiamo che essere d’accordo con il Pallante quando afferma che:


la cultura delle società che hanno posto a fondamento dell’attività economica la crescita del prodotto interno lordo è progressista. Tutte le sue manifestazioni si collocano consapevolmente all’interno di un paradigma delimitato dai due pilastri dell’ideologia del progresso e dell’ideologia della crescita. Che sono poi la stessa cosa vista da due prospettive, perché senza crescita non c’è progresso e senza progresso non c’è crescita, maggiore è la crescita e maggiore è il progresso, maggiore è il progresso e maggiore è la crescita. Nelle società che hanno posto a fondamento dell’attività economica la crescita del prodotto interno lordo, il valore dell’innovazione in quanto tale non viene messo in discussione da nessuno e in nessun campo. Tutti si dichiarano innovatori e progressisti”.


A questa tendenza l’autore pone come argine il ritorno al concetto di comunitàricordando come questa parola sia composta dall’unione delle parole latine cum, che significa «con», e munis, che significa «dono», ovvero indicando un raggruppamento di persone fondato su legami sociali più forti di quelli esclusivamente mercantili che legano i membri di una società.


Ma quali sono questi legami sociali più forti? L’autore abilmente glissa.


Munio, significa “difendo, fortifico, proteggo”, da cui moenia, le mura. Quindi una chiamata a raccolta sulla base di qualsivoglia affinità comunitaria implica sia l’inclusione dei simili che l’esclusione dei dissimili. Per definizione, una comunità discrimina i facenti dai non facenti parte: altrimenti non si è in presenza di una comunità, ma di qualcos’altro.


Ovviamente tale concetto non potrebbe pervadere la proposizione di una decrescita aggettivata come “felice”, in quanto l’esclusione e la discriminazione dalla comunità renderebbe “meno felice” qualcuno rendendosi quindi antipatica a quelle forze progressiste che si mostrano tolleranti verso le alternative decresciste.


Ma una comunità nella sua piena interpretazione non sottintende per nulla una chiusura verso altre realtà – ogni fortezza ha le sue porte, da aprire a tempo e luogo – dando piuttosto per primaria e qualificante i componenti della stessa.


Quanto appena detto dovrebbe far comprendere perché la Thule abbia tutto ildovere di parlare di decrescita e di proporre un sistema socio-economico compatibile con il valore di comunità che di Thule è fondamento.


Thule non può accettare alternative fondate sul “vantaggio in termini di felicità individuali” che restano rilegate nel vortice dell’utilitarismo. Ciò significherebbe infatti considerare ancora valido il postulato di Bentham della ricerca della “maggior felicità possibile per il più gran numero possibile di individui”.Vorrebbe dire continuare ad identificare il bene etico con l’utile e il male con tutto ciò che nuoce alla felicità. Ancora una volta una morale concepita come un “calcolo sapiente del più reale e fruttuoso interesse di tutti, dove l’interesse dei singoli, se bene inteso, si accorda in definitiva con l’interesse generale ed i limiti che questo impone all’egoismo del momento  compensati dal risultato finale ch’è una somma maggiore di felicità”.


Ecco perché alla felicità sostenuta da tali idee di utile e di vantaggio, noi contrapponiamo l’infelicità. Non è una provocazione ma il rigetto dei principi che hanno sostenuto e sostengono il capitalismo e il liberalismo e che troveremmo riproposti in una “marmellata fatta in casa”. Non è sostituendo per utilità o necessità il prodotto industriale con uno casalingo che si produce un’alternativa. Semmai questo sarebbe un effetto di un più ampio progetto che mette in discussione proprio l’idea di utile quale un non valore in se.


Se l’ideologo riconosciuto della decrescita – Serge Latouche – afferma: “la decrescita è una necessità. Si tratta di fare di necessità virtù, e di concepire la decrescita come un fine che ha i suoi vantaggi” allora noi non siamo decrescisti, non volendo ricercare una soluzione ne di necessità ne di pura utilità.


Se  Jacques Ellul, uno dei primi pensatori di una società della decrescita, fissa per l’orario di lavoro l’obiettivo di un massimo di due ore al giorno, rispolverando le utopie marxiste, allora noi non siamo decrescisti, non volendo qui fornire risposte già condannate dalla storia.


Non ci si può inoltre contrapporre alla società dominata da un’economia improntata al principio della crescita solo in quanto questa viene a scontrarsi con i limiti della biosfera. Significherebbe indossare un manto ecologista senza voler comprendere che la battaglia investe altre e più alte sfere e non si vince di certo usando slogan naif – che di ingenuo poi hanno ben poco – di api sorridenti su verdi prati.


Noi vogliamo veramente provare a mettere in dubbio la divinità che abbiamo adorato. Rimettere in discussione il nostro immaginario. Istituire una società non improntata ad una crescita fine a se stessa.

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