La ricerca dell'infelicità. La decrescita.Prima parte

Pubblicato il da ipharra.over-blog.it

Da:Un estratto dell’intervento del presidente di Thule alle conferenze tenutesi a Mantova e a Casale Monferrato (20 e 27 giugno 2009) in cui fu presentato l’opuscolo “La ricerca dell’infelicità”. 


 

Vediamo cosa dice uno dei principali teorici dell’alternativa alla crescita:

 


«Sostenere la necessità di una decrescita economica e produttiva, descriverne i vantaggi in termini di felicità individuale, di sollievo per gli ecosistemi terrestri, direlazioni più eque e serene tra gli individui e tra i popoli, è un passaggio obbligato nella costruzione di una nuova cultura capace di superare i terribili problemi posti all’umanità e a tutte le specie viventi da un sistema economico fondato sulla crescita illimitata della produzione di merci».


Quanto appena letto rende meno oscura una delle ragioni che ci hanno indotto a scegliere per il documento preparatorio alle tesi della Thule sulle tematiche sociali il titolo di: “La ricerca dell’infelicità”.


Se infatti si possono verificare ampie convergenze in fase di critica, il dirupo si presenta nel momento in cui si vanno ad analizzare i principi soggiacenti ai modelli alternativi. Ecco quindi palesarsi due opposte visioni del mondo.


Da una parte la riproposizione sotto mentite spoglie del bagaglio culturale tipico di una certa aerea antagonista – più o meno aggressiva – che si mostra ancora oggi complice del sistema che ritiene di combattere. Se alla decrescita si associano termini come vantaggio, felicità individuale e relazioni eque e serene è per noi indubbio che si sta prospettando l’uso errato di uno strumento giusto, poiché ci rifà a quei presupposti attraverso i quali si è favorito lo sviluppo dell’attuale sistema economico.


Non è infatti mediante l’individualismo e l’idea del vantaggio che si è creato il tipo umano da inserire poi nel contesto etnopluralista e cosmopolita?


Non è infatti grazie al concetto di equità – sottoprodotto della rivoluzionaria eguaglianza – che si è forgiato un tipo umano che corrispondesse ad uno standard del consumatore medio trans nazionale?


Noi non vogliamo essere una vivace isola contestatrice allevata dal sistema e con cura mantenuta ad un sicuro livello di nanismo ideologico e di innocuità politica.


Ed è perciò che la decrescita per Thule può essere solo un valido strumento all’interno di una più ampia “rivoluzione” che interessi le fondamenta dello Stato e sappia mettere in discussione i dogmi alla base del capitalismo prima e del liberalismo poi.

 

Non è facendo ricorso agli stessi strumenti che hanno provocato il danno che è possibile ipotizzare un’inversione di tendenza. Ne tantomeno attraverso unadecrescita studiata per il vantaggio o la felicità individuale. E’ stata propriol’abnorme importanza attribuita ai concetti di utilità e di benessere, che ha portato con sé una sopravvalutazione dei beni materiali e, di conseguenza,all’attuale primato dell’economia. Primato che non viene messo in discussione dai modelli alternativi quando poggiano sulle medesime fondamenta.


Per noi, il primo passo da compiere è confutare l’assioma che l’economia sia un processo naturale e riportarla nel campo delle creazioni scaturite dalla libera decisione degli uomini. In tal modo anche il futuro dell’economia, o di un determinato sistema economico, è rimesso alla valutazione che discende dalla libera volontà di uomini.


Occorre pensare, ragionare e proporre – o riproporre – da uomini veramente liberi diverse fondamenta sociali.


La differenza tra libertà e schiavitù sta proprio nel pensare ed agire in maniera consapevole e conforme a dei valori, in anticipo su scelte obbligate. Riformulare consapevolmente un immaginario collettivo su ciò che è o non è necessario è qualcosa di ben diverso dal subire un’imposizione esterna e contingente che elimini uno o più bisogni eccessivi.


Per tornare alla decrescita argomento di questa conferenza occorre chiarire cosa si intenda nell’attuale sistema per crescita e come questa viene ad essere misurata. L’indicatore è il PIL – Prodotto Interno Lordo – che non misura l’incremento dei beni prodotti, ma l’incremento delle merci scambiate con denaro. Ma non sempre le merci sono beni, perché nel concetto di bene è insita una connotazione qualitativa che non appartiene al concetto di merce. Se si fanno le code in automobile aumenta il consumo della merce carburante, quindi il PIL, ma dal punto di vista qualitativo non si può certo parlare di un miglioramento della qualità della vita.


La condizione di non saper produrre nessun bene, o quasi, nei paesi industrializzati è ormai generalizzata. Ciò costituisce un enorme impoverimento culturale, che invece è stato proposto e vissuto come un progresso e come un’emancipazione dell’uomo dai limiti della natura.


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