La lezione di K

Pubblicato il da ipharra.over-blog.it

di Gianluca Freda

 

Perso per qualche settimana tra le sabbie della Liguria e l’intermittente sole ferragostano, separato - più per desiderio di disintossicazione che per cause di forza maggiore - da internet e dalla sua informazione multiforme e poliedrica, ho dovuto cogliere scampoli dei recenti avvenimenti di politica nazionale nei brandelli di TG captati in qualche bar balneare all’ora del caffè e nelle rare letture di “Repubbliche” del giorno prima abbandonate sul litorale da bagnanti ignoti.

Sono stato più volte sul punto di tradire il mio antico giuramento di non acquistare mai più un quotidiano nazionale, spinto dalla curiosità di verificare l’esattezza dei miei pronostici sull’andamento della crisi politica. Ho resistito non per virtù, ma per la scarsa disponibilità finanziaria, acuita dai crudeli regolamenti degli albergatori che mi hanno precluso la possibilità di riciclare i fogliacci scalfarici e debortoliani nell’uso a cui sono consueto adibirli dopo una sommaria ispezione.

In tutte le latrine balneari di Genova e provincia è infatti presente lo stesso, implacabile cartello, che recita: “E’ vietato gettare nel water tovaglioli, assorbenti e fogli di giornale”. Un vero e proprio schiaffo all’austerity e alla circolazione della libera stampa. In ogni caso, tra un caffè e una sguazzata fra le mucillagini, mi è sembrato di cogliere l’eco di alcuni importanti avvenimenti verificatisi negli ultimi giorni. Primo: mi è giunta voce che l’autore di Fotti il potere sarebbe deceduto la scorsa settimana in circostanze non sufficientemente chiarite dalle fonti che ho fin qui consultato. Sono certo che si tratta di un complotto e che il noto scrittore è in realtà vivo, vegeto e nascosto in un segretissimo bunker sotterraneo, come lo sono del resto Elvis, Marilyn e Adolf. Nella remota eventualità che la sua morte non fosse una messinscena, la cosa mi dispiacerebbe parecchio. Era un bravo scrittore, uno dei miei preferiti. Ha fatto anche altre cose nella sua lunga vita, ma non così buone come il suo ultimo libro. Se non l’avete ancora letto, fatelo. E’ un formidabile trattato di realpolitik e se si è capaci di leggere tra le righe contiene alcune importanti dritte sul funzionamento di quel meccanismo osceno che siamo soliti definire “democrazia”.

 

Ad esempio, se qualcuno ancora si chiede in quali ambienti internazionali sia stato progettato il colpo di stato che nel ’93 mise in ginocchio la nostra nazione (lo conosciamo familiarmente col nome di “Mani Pulite”), voilà, la risposta arriva dritta dritta da persona profondamente informata dei fatti: “Mani Pulite non nasce con l’arresto di Mario Chiesa. Ho parlato con diversi imprenditori coinvolti, e tutti mi hanno detto che gli sono stati contestati fatti appresi dai magistrati anni prima grazie alle intercettazioni. C’è qualcosa che non torna: perché quelle inchieste da anni dimenticate sono state di colpo lanciate tra i piedi del ceto politico? [Perché] l’azione della magistratura fu incoraggiata dall’FBI americano e dai poteri forti italiani”Dite che sono cose già note? Per chi frequenta l’informazione su internet, forse.

 

Ma provate a chiedere all’uomo qualunque e vi sentirete decantare la stagione del giustizialismo come meritoria campagna di moralizzazione repubblicana; oppure, all’inverso, la sentirete demonizzare come malefico colpo di coda del comunismo moribondo. Infettato dall’informazione di regime, il pubblico maggioritario si dibatte fra due antitetiche versioni della questione, entrambe fasulle e parimenti imbecilli. Ci voleva un testimone di primo livello dell’Italia postbellica per dare visibilità generale ad un’idea che su internet già si mastica da tempo: e cioè che il repulisti giudiziario di quasi vent’anni fa avesse mandanti e progettisti internazionali le cui finalità erano un po’ meno nobili e molto meno comuniste di quanto ancor oggi pensi la pubblica coglioneria.

 

Secondo: sulle Repubbliche del giorno prima ho notato un gran parlare di Costituzione di qua e di là, di sopra e di sotto. Maurizio Bianconi dice che se Napolitano si oppone al voto anticipato e favorisce la nascita di un governo tecnico, tradisce la Costituzione. Napolitano s’incazza: “Ah sì, io tradisco la Costituzione? E allora che chiedano l’impeachment!”. Al TG1, Piero Ostellino, accarezzando come di consueto la sempliciotteria analitica dell’uomo della strada, ribadisce che è proprio vero, il Presidente della Repubblica sta violando la Costituzione, perché se gli elettori hanno dato un mandato di governo a Berlusconi, il ribaltone in probabile dirittura d’arrivo sarebbe un tradimento della sovrana volontà popolare.


Devo dire che raramente mi è capitato di ascoltare un simile nugolo di scemenze stereofoniche in un arco di tempo così limitato. Sembra di presenziare a un bisticcio tra bambini dell’asilo non particolarmente dotati: signora maestra, Giorgio ha insultato la Costituzione! Non è vero, signora maestra, è stato Silvio che le ha fatto gli sberleffi per primo!


Da un lato l’interpretazione della Costituzione offerta da Bianconi, Alfano e altri “autorevoli” esponenti del PdL è palesemente ridicola. Non essendo, la nostra, una repubblica presidenziale, gli elettori non eleggono direttamente il Presidente del Consiglio, bensì le Camere. Sulla scheda elettorale si vota , non per una persona, e il fatto che sulla scheda ci sia scritto “Tizio o Caio presidente” indica una mera preferenza del partito per quella personalità a capo dell’esecutivo. Ma la nomina effettiva del Presidente del Consiglio spetta pur sempre al Capo dello Stato, che la decide tenendo conto di vari fattori, a partire dalla necessità che il governo ottenga la fiducia alle Camere. Chi si oppone al ribaltone invocandone  l’incostituzionalità sta dicendo dunque una solenne fesseria, al solo scopo di fornire ai suoi poco illuminati elettori una versione populistica e banalizzata dei meccanismi politici di cui i lobotomici seguaci possano riempirsi la bocca durante le partite a tressette.

 

La verità è che la Costituzione non solo permette tranquillamente i “cambi di fantino” in corsa, ma li contempla di proposito come una “estrema ratio” per tenere il più possibile a freno le interferenze della massa con l’empireo della politica e dei suoi affari, nei quali la volontà del popolo non solo non è (né potrebbe essere) sovrana, ma rappresenta un incombente pericolo da scongiurare ed eventualmente stroncare attraverso l’uso della forza.


Per questo motivo, sul versante opposto, i Napolitano e i Bersani si fanno in quattro per nascondere ai loro altrettanto lobotomici adoratori una verità piuttosto sgradevole: e cioè che la Costituzione italiana non è affatto studiata per garantire la sovranità al popolo, bensì per assicurare spazio di manovra agli intrallazzi affaristici delle cosche industriali dominanti e dei loro tirafili internazionali. Quando un governo non è più idoneo a garantire la fluidità di questi maneggi, è perfettamente possibile e costituzionalmente legittimo – benché non semplicissimo – sostituirlo con un altro di segno opposto senza il fastidio di passare per le urne; invocando, naturalmente, la necessità di garantire continuità (?) all’azione di governo, stabilità politica al paese e tante altre belle filastrocche di questo tipo.

 


Come sempre accade, quando i commedianti politici iniziano a vomitare Costituzione ad ogni sillaba, è il momento di non prestare alcuna attenzione alle loro parole e cercare di osservare la rappresentazione nel suo complesso, per cercare di capire qual è la posta in gioco e quale strategia è stata scelta per dissimularla. Lo insegna lo stesso sommo autore di “Fotti il potere”, cui s’è poc’anzi accennato: “ La verità è che la menzogna, ben più della verità è all’origine della vita, perché se gli uomini si sono evoluti è stato solo grazie alla loro capacità di mentire agli altri e a se stessi”. Il periodico riaffiorare della Costituzione e delle sue piacevolezze sulla stampa di regime è parte integrante dell’edificazione di quella “politica per crocerossine” ad usum populi che serve ai prestigiatori dell’intrigo per mettere fuori strada chi potrebbe ribellarsi ai loro maneggi, contrabbandando una versione puerile dei meccanismi operativi del potere, utile ad impedire che il grande pubblico ne comprenda il funzionamento.

 

Nel caso specifico, questo accapigliarsi sul senso ultimo del dettato costituzionale mira a nascondere una realtà che risulta fin troppo evidente a chi riesca ad andare appena al di là delle chiacchiere per educande. La realtà è che lo scontro istituzionale in corso nel nostro paese non ha nulla a che vedere con la Costituzione e la sua esegesi, ma è parte integrante di una ridefinizione dei rapporti di forza geopolitici, resasi necessaria a seguito del progressivo declino degli USA come superpotenza unica dominante e dell’emergere di potenze locali che mirano a riempire, col tempo, il vuoto di potere lasciato dal grande moloch rantolante. In questo gioco, la tattica con cui gli Stati Uniti tentano di rallentare il declino e consolidare i propri punti di forza per le future e decisive sfide prevede – fra le molte altre cose - la definitiva eliminazione di Berlusconi dallo scenario politico italiano e la sua sostituzione con soggetti politici in grado di gestire con più salda dedizione alle strategie d’oltreatlantico la rete di rapporti politico-industriali internazionali che servirà da avamposto (o meglio: come uno degli avamposti) per il controllo politico dello scenario europeo.

 

Berlusconi si è rivelato persona troppo libera e imprevedibile nei suoi maneggi e in un momento come questo nessuna deviazione dai piani frettolosamente definiti può essere più tollerata. Se l'uomo che venne da Arcore non è ancora stato spazzato via dallo scenario politico, ciò non è dovuto alla sua astuzia e capacità politica (che sono platealmente inesistenti) e neppure alla tanto sbandierata e sovrastimata forza persuasiva del suo apparato mediatico, che ha perso buona parte del suo smalto dopo la diffusione di internet e che è comunque controbilanciato da un apparato propagandistico di controllo di pari forza gestito dalla parte avversa. Il motivo per cui Berlusconi rimane (credo per poco) ancora in sella è, più semplicemente, l’assoluta inesistenza di una parte politica “fedele” cui i dominanti e i loro maggiordomi confindustriali possano affidare con fiducia le proprie sorti in questa difficile congiuntura.

 

Non perché vi sia difetto di servilismo in Fini, in Bersani, in Draghi o in Prodi, ché anzi tali soggetti non attenderebbero altro che l’ordine padronale per prendere posto a capo di un nuovo governatorato e servire gli interessi dei colonizzatori fino alla morte. La loro sopravvivenza politica, in fondo, dipende unicamente da questo. Ma il fatto è che il loro servilismo è così smaccato e percepibile, la loro incapacità di pensare in proprio è talmente palese, che nessuna maggioranza elettorale garantirebbe mai ad essi il proprio appoggio. I loro maneggi e la loro dipendenza dai diktat americani sono così plateali che perfino i più feroci avversatori di Berlusconi iniziano ad esserne nauseati e a chiedersi se valga davvero la pena cambiare una banda di pagliacci con una dittatura dei colonnelli per conto terzi.

 

Insomma, per quanto Berlusconi possa essere ormai impopolare, i suoi avversari sono la quintessenza stessa dell’impopolarità: servi dei nostri aguzzini americani, così avidi e assetati di comando da non riuscire più neppure a nascondere di fronte al paese le trame, le collusioni e i coltelli con cui preparano il regicidio. Se la loro fedeltà al padrone è scontata, la loro fame di potere, rimasta insoddisfatta per decenni, è così abnorme da renderli imprudenti, da rendere leggibile sui loro volti ciò che realmente progettano dietro lo scemenzario costituzionale e le frasi di circostanza. Ciò li rende poco spendibili, del tutto inidonei a garantire ai dominanti quella stabilità di potere di cui hanno bisogno in questa fase, un cavallo sul quale solo un giocatore davvero disperato potrebbe pensare di dirigere le proprie scommesse.


Esempio plateale di tale inettitudine recitativa è la recente piazzata di Napolitano, il quale, di fronte ad un Bianconi qualsiasi che straparlava a vanvera della mitologica sovranità popolare garantita dalla Costituzione, temendo di vedersi sottrarre dagli avversari il pretesto principe con cui ogni soperchieria viene ornata di mirabili finalità dinanzi agli occhi inebetiti dell’elettorato belante, ha perso ogni controllo ed è intervenuto irritualmente, con l’equivalente diplomatico di una scazzottata nella piazza del mercato, per strappare la foglia di fico costituzionale dalle mani adunche della parte avversa. “Venite qua e cacciatemi fuori, se avete coraggio!”. Non si fa così anche nelle liti condominiali? La realtà è che Napolitano ha i nervi a fior di pelle e ciò fa sì che l’intero intreccio dei suoi progetti per favorire l’avvento di un governo tecnico fedele ai dominanti risulti visibile a chiunque come attraverso una teca di cristallo. La sua parte politica ha già perso ogni credibilità.

 

Le manovre dei dominanti statunitensi, presso i quali ha impiegato una vita per accreditarsi, risultano sempre più trasparenti anche all’elettore più disaccorto. Toglietegli anche la Costituzione e le sue fiabesche garanzie di sovranità e non gli resterà più nulla per giustificare dinanzi al popolo il capovolgimento di maggioranza che sta progettando. Da qui il nervosismo, le scenate, la rivelatoria caduta delle maschere. Di qui la titubanza dei padroni e dei loro gendarmi bancari e confindustriali, che vorrebbero liberarsi di un Berlusconi ormai stracotto ed ambiguo, ma proprio non se la sentono di sostituirlo con uno di questi guitti da strapazzo.

 


Questi essenziali retroscena della lotta per il controllo delle nostre vite non avrete (quasi) mai la soddisfazione di vederli trattati sulla stampa nazionale, ancor meno in prima pagina, in un editoriale di Scalfari o di Giannini. Per questo “Fotti il potere” è un fondamentale testo di educazione civica, uno dei più completi e vigorosi che siano mai stati scritti. Il suo titolo non è per nulla ironico: per fottere il potere (ma io direi più educatamente: per poterlo controllare) bisogna conoscerne il funzionamento reale, le finalità effettive, la logica concreta, i verimeccanismi.

 

Il che è proprio ciò che l’”informazione” dei De Bortoli, degli Ostellino, dei Minzolini e compagnia cantante tenta di impedire, essendo lautamente retribuita per svolgere questo compito. Per questo straparlano di Costituzione e di sovranità, ripetendo a pappagallo la cosmologia fanciullesca edificata dai loro referenti istituzionali, senza minimamente accennare alle autentiche materie del contendere, alle implicazioni globali dei dissidi locali, alla posta in gioco cui si conformano dietro le quinte le puntate e le strategie dei contendenti in lizza, alla vera natura degli stessi contendenti.

 

Si sposta il piano del discorso sulla morale, sui diritti, sui principi, rintronando le teste di teoria, di filosofia e di retorica per oscurare il livello pragmatico su cui il conflitto si attua e produce i suoi effetti tangibili sul corpo vivo della società. Si fomenta l’idealismo, paradiso lisergico in cui la nebbia della chiacchiera si sostituisce all’analisi scientifica delle cause e dei moventi reali dell’agire politico. Non è un caso che il libro, nella fascetta che avvolge la copertina, rechi la fondamentale prescrizione: “Tenere lontano dalla portata degli idealisti”.

 

Un’attenta lettura di “Fotti il potere” nelle scuole e nei corsi di formazione per docenti sarebbe più utile allo sviluppo della coscienza civica della memorizzazione dell’intero testo costituzionale; sempre che funzione della coscienza civica sia quella di controbilanciare, conoscendolo, il potere e non quella di lasciarlo il più possibile libero di impazzare senza freni mentre i cittadini, distratti dalle favole, sognano inverosimili sovranità popolari e scorrazzano nelle praterie dei diritti umani inciampando, di tanto in tanto, in uno dei cocci delle loro vite. 

 

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