LA FINE DEL SOGNO AMERICANO

Pubblicato il da ipharra.over-blog.it

Di: Salvo La Valle

 

Ormai è ufficiale. Ufficiale e certificato. L’agenzia di rating Standard & Poor’s oggi 6 agosto 2011, per la prima volta nella storia, ha declassato gli Stati Uniti d’America. Non avranno più la tripla AAA (massimo di affidabilità in campo economico) ma soltanto la doppia AA insieme a paesi come il Giappone, la Cina, la Spagna e il Belgio. Dopo essere stati nei giorni scorsi a un passo dal fallimento è il meno che gli potesse capitare. Intendiamoci, il rischio default non è definitivamente scongiurato bensì rinviato nel tempo, come quando ad un debitore recidivo si concede di firmare un’ultima cambiale. Se questa sarà onorata lo sapremo tra due anni. Ma come è potuto accadere che l’”american dream”, l’”american way of life” abbiano fatto questa miserevole fine?


Ricordo quando, nell’ormai lontano 1971, giovane studente universitario, visitai gli States. Tutto   luccicava, tutto trasudava ricchezza e opulenza. Ogni famiglia media possedeva due televisori di cui uno a colori, due automobili di cui una con l’aria condizionata e il cambio automatico, accanto al frigorifero formato magnum vi era il congelatore, e, almeno in una stanza vi era un condizionatore d’aria. La gente lavorava intensamente per cinque giorni alla settimana e nei restanti due comprava e spendeva nei supermercati e nei centri commerciali. La disoccupazione era bassissima. Gli States erano almeno venti anni più avanti dell’Italia.


Salire sull’Empire State Building (381m.), allora l’edificio più alto del mondo fu una emozione unica. Oggi è al 9° posto e scivola verso il 10°. Percorrere nella notte centinaia di chilometri sulle High Way e sulle Express Way di Long Island illuminate a giorno da migliaia di lampade alogene aveva qualcosa di irreale, di fantascientifico. Nel 1971 il dollaro valeva oro e non solo per modo di dire ma perché, vigendo il sistema monetario del Golden Standard, ci si poteva recare in banca e chiederne la convertibilità nel metallo prezioso. In campo scientifico ancora non si era spenta l’eco del primo uomo sulla Luna (20 luglio 1969). In poche parole gli USA attraversavano un periodo di forte crescita economica e di espansione internazionale.


Da allora    molte cose sono radicalmente cambiate e tante altre si modificano giorno dopo giorno a un ritmo vorticoso e, apparentemente, incontrollato. Per poter finanziare la guerra del Vietnam il Presidente Nixon dichiarò la fine della convertibilità del dollaro dall’oro ponendo le basi, non avendo più nessun aggancio o vincolo, per massicce e incontrollate emissioni di biglietti verdi. Gli USA continuarono la loro politica espansionistica e, dopo che fu saturo il mercato nazionale, si rivolsero ai mercati esteri inondandoli con il “made in USA”.  Il consumismo venne spinto al massimo per consentire di produrre e di vendere sempre di più. La gente venne incentivata a fare debiti, sempre più debiti per acquistare prodotti spesso superflui o addirittura inutili. Lo Stato, dal canto suo, si indebitava sempre di più per mantenere un gigantesco esercito che gli consentisse di svolgere il suo ruolo di super potenza.


Ma fu all’inizio degli anni ‘90, con la “deregulation” e con la globalizzazione dei mercati, che scattò la trappola. I lavoratori, le fabbriche e le industrie statunitensi furono costretti a competere con i lavoratori, le fabbriche e le industrie del terzo e del quarto mondo, dove il costo del lavoro era infinitamente inferiore. Il mercato americano fu inondato da prodotti, cinesi, taiwanesi, tailandesi, indiani, ecc. magari di scarsa qualità ma prodotti e venduti a prezzi  irrisori. A quel punto molte fabbriche fallirono, molti lavoratori furono licenziati, le grosse  aziende furono costrette a delocalizzare (trasferire) all’estero le loro attività.


Le combinate conseguenze di questo capitalismo sfrenato, di questo consumismo senza limiti, della cinica speculazione finanziaria, oltre ad un paio di guerre senza fine, hanno prodotto il risultato che oggi è sotto gli occhi di tutti. Un astronomico debito pubblico pari a 1.400 miliardi di $, un altrettanto mastodontico indebitamento privato, una disoccupazione al 9,2% e un PIL che stenta a decollare.

 

CONCLUSIONE

 

Oggi il dragone cinese, la tigre indiana, l’orso siberiano e l’anaconda amazzonica, insieme alle altre economie emergenti, si muovono ad una velocità 3, 4 o anche 5 volte superiore a quella alla quale vanno le economie occidentali e quindi è facilmente prevedibile che nei prossimi anni si verificheranno sorpassi clamorosi come quello recente della Cina sul Giappone.


A me sembra di vedere la Vecchia Europa e la Old America come due vecchie nobildonne incamminarsi fianco a fianco verso un inglorioso quanto inevitabile declino, magari asciugandosi qualche lacrima con fazzoletti bianchi guarniti di pizzo, ricordando i bei tempi andati.

 

MADE IN USA

 

 

 

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