La Fiat festeggia gli utili e licenzia gli operai

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Da: RINASCITA

Di: Filippo Ghira

La Fiat festeggia i risultati del secondo trimestre del 2010. A fronte di ricavi per 14,8 miliardi di euro c’è stato un risultato netto positivo di 113 milioni di euro contro una perdita di 179 milioni nello stesso periodo del 2009. L’aspetto significativo più che nei numeri sta nel fatto che tali risultati sono stati approvati dal consiglio di amministrazione che si è riunito a Auburn Hills, quartier generale di Chrysler, nel Michigan. A ribadire che per il Lingotto l’Italia non è più centrale.


E’ infatti l’America la nuova Terra Promessa del duo Marchionne e Elkann. Con gli stabilimenti della Chrysler negli Stati Uniti e in Canada, e con quelli della stessa Fiat in Brasile e Argentina. Produrre in un Paese piuttosto che in un altro per gli Agnelli e i loro fidi è la stessa cosa. Del resto la Fiat produce in Polonia, Jugoslavia e Turchia, Paesi nei quali gli operai accettano ritmi di lavoro massacranti ai quali la maggioranza di quelli italiani, in nome della decenza e del rispetto delle leggi in vigore, non intendono sottostare.

 

Aver fatto svolgere il CdA negli Usa rappresenta quindi un monito a quanti in Italia, in primo luogo la Fiom-Cgil, non intendono sottostare ai ricatti della Fiat che, tanto per dimostrare la nuova aria che tira, ha già provveduto a licenziare diversi operai che non accettavano il nuovo corso e l’accordo capestro su Pomigliano (sottoscritto da Fim-Cisl, Uilm, Ugl e Fismic) che ha riportato le relazioni industriali indietro di 40 anni.

 


La verità è che la Fiat vuole normalizzare a suo modo i rapporti di lavoro in fabbrica e ha trovato purtroppo chi ha accettato (i sindacati collaborazionisti) di affiancarne gli sforzi. Il nuovo contratto prevede infatti il massiccio ricorso agli straordinari, il taglio delle pause da 40 a 30 minuti e, con la benedizione del Ministero del Lavoro, l’introduzione di fatto del divieto del diritto di sciopero con la possibilità di licenziare chi vi ricorra. Come ai bei tempi, si fa per dire, dei Padroni delle Ferriere di fine Ottocento.

 


La Fiat peraltro vuole la pace sociale in fabbrica soprattutto in una fase come questa in cui sta procedendo allo scorporo della Fiat Auto dalla Fiat Holding. Una operazione funzionale all’integrazione produttiva con la Chrysler e alla successiva fusione societaria. Al Lingotto si sogna di dare vita ad uno dei principali colossi mondiali dell’auto. Un gruppo in grado, se non di insidiare il primato di vendite di Toyota e General Motors, quantomeno di combattere per le posizioni successive occupate da Volkswagen, Ford, Renault e Peugeot-Citroen. Un piano di sviluppo che ha già ricevuto il via libera di un consorzio di banche italiane ed estere che ha messo a disposizione 4 miliardi di euro. Il debito finanziario Fiat, tanto per gradire, è attualmente di circa 5 miliardi.

 


Resta il fatto che il piano su Pomigliano, il cosiddetto progetto “Fabbrica Italia” nasce debole perché impostato su un ricatto. Noi, dicono dal Lingotto, investiamo 750 milioni e riportiamo la produzione della Panda dalla Polonia 
 in Italia a Pomigliano, e in cambio voi operai accettate di lavorare a condizioni schiaviste per rendere più efficienti e competitivi gli impianti. Dobbiamo pure contrastare la concorrenza estera… Un ricatto che è la degna continuazione della decisione di chiudere lo stabilimento di Termini Imerese alla fine del 2012. La Fiat non vuole avere più seccature e dopo i licenziamenti di Melfi (tutti di operai della Fiom), due giorni fa è arrivato quello di un operaio dello stabilimento di Termoli che avrebbe “sabotato” la produzione.


Per Guglielmo Epifani, finalmente riallineato alle posizioni della Fiom, si tratta di “uno stillicidio di atti contro il buon senso e contro ogni misura”. Diventa difficile, ha ammesso, non pensare ad “atti di ritorsione”.
E diciamo noi, ad atti di intimidazione. Licenziane uno per educarne cento. Tanto per parafrasare il famigerato slogan brigatista. Per Epifani, la Fiat radicalizza lo scontro in un momento in cui è impegnata in un piano di divisione societaria e di rilancio molto impegnativo. Il segretario ha assicurato che il sindacato ricorrerà alla magistratura perché si tratta di casi che non giustificano un provvedimento come il licenziamento.

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