L'unità d'Italia e quei servi di Semiramide

Pubblicato il da ipharra.over-blog.it

di Antonio Pennacchi

Da: ariannaeditrice

Nei centocinquant'anni dell'unità, per me, ci sarebbe poco da festeggiare. Se uno apre il giornale e vede come è ridotta l'Italia, emerge un povero paese lacerato, vituperato, violato e violentato ogni giorno dalle classi dirigenti, da chi dice "Italia Italia" e pensa solo ai fatti propri. L'Italia violentata e stuprata in tutta quanta la sua centocinquantenaria storia. Poco da festeggiare e poco da essere orgogliosi.
Se poi esci dalle pagine patinate ed entri nelle pieghe storiografia e studi bene le questioni c'è poco da gloriarsi. Il più grande eroe che ha infiammato la mia infanzia, l'eroe che ancora mi muove l'animo di italiano, è Giuseppe Garibaldi: eppure, quando entri nelle pieghe dei fatti di Bronte, vedi che già lì, nel 1860, il sogno del popolo italiano di vedere insieme le idee di unità nazionale e di riscatto sociale viene tradito dai garibaldini stessi, Bixio in testa, perché per compiacere il duca inglese Nelson e i britannici che avevano protetto lo sbarco a Marsala viene stuprato e violato il popolo di Bronte che si era permesso di violare le sue tenute. Quando vedi che per 150 anni, nascondendosi dietro l'idea di nazione, in realtà le classi dirigenti hanno violato gli interessi generali del popolo, ti cadono le braccia. E succede lo stesso quando oggi vedi che questo vento disgregatore, quello che dice "il Nord con il Nord e il Sud con il Sud", quello che sembra agitare le piccole patrie, è il primo traditore delle piccole patrie stesse, perché i Mille erano soprattutto bergamaschi. La ricchezza di Bergamo è tutta legata ai milioni di siciliani che dal '51 al '61 andarono a popolare le fabbriche del Nord; la prosperità del Nord l'hanno fatta i settecentomila braccianti che dalla Puglia sono andati a lavorare in Lombardia e in Piemonte. Oggi i leghisti dicono "dividiamoci" ma, se vai a vedere, la maggior parte o sono di origine meridionale o hanno sposato donne meridionali. Ma che Paese è questo, dove uno che si sposa una siciliana poi si mette in testa l'elmo cornuto dei celti! Ma che paese è questo dove tutta un'intellighenzia che fino al giorno prima inneggia al duce il giorno dopo non solo diventa antifascista e lotta per la resistenza, ma dice di esserlo sempre stato! Lo stesso Paese in cui, oggi, chi si vanta di essere stato fascista si allea coi distruttori dell'Italia, e soprattutto con colui che si è impadronito dell'Italia e la considera l'Italia proprietà personale sua. Evocano il fascismo, che era - con tutti i suoi errori e orrori - una visione della nazione e della patria come interesse collettivo, che vedeva cioè l'individuo subordinato alla collettività, e poi stanno tutti agli ordini dell'individuo che si è comprato la collettività. Evocano il fascismo, che ha fatto le guerre e le leggi razziali ma ha fatto pure le bonifiche, togliendo le terre ai ricchi per darle ai poveri, e stanno alla corte di chi toglie al popolo per dare solo ai ricchi e agli amici suoi.
È un'Italia così. Un'Italia incapace di uno slancio, con i giovani migliori che devono andare all'estero, con le classi sociali più povere mortificate, con la scuola pubblica ridotta allo stremo, un'Italia capace di formare solo i figli dei ricchi, in cui le intelligenze e le creatività che vengono dal popolo devono espatriare, un'Italia incapace di fare sviluppo, incapace di riformarsi e capace di vedere il proprio futuro solo nel turismo. Il progetto di Italia che stiamo consegnando alle nuove generazioni è un'Italia assente dalla competizione globale sulla ricerca, sulla crescita, sull'innovazione, sulla conquista dello spazio, un'Italia cioè destinata solo a una vocazione ricreativa. Questa classe dirigente ci vede, nel futuro, solo come un popolo di camerieri, di pizza e mandolino, al servizio dei cosmonauti pachistani, brasiliani, cinesi, che tra trent'anni conquisteranno le stelle. E noi dove saremo?
Il problema, centocinquant'anni dopo, sono le nostre classi dirigenti. E la speranza può essere solo un atto di volontà, a questo punto. La speranza è solo nella capacità di forza e di recupero del nostro popolo, di quelle che Togliatti chiamava le larghe masse popolari e Mussolini l'Italia proletaria. Sono quelli l'unica, vera, primigenia forza nostra. La gente che continua a fare il proprio dovere. Quelli che si alzano la mattina e bestemmiando contro il governo e contro i politici corrotti vanno al lavoro, lavorano e sudano tutta la giornata, senza rubare un centesimo a nessuno. E poi ci sono i nuovi italiani, gli immigrati che hanno scelto di vivere nella nostra Italia. Non riconosciuti ancora da noi come tali, ma italiani anche loro come noi perché qui lavorano come noi e qui muoiono come noi nei cantieri, qui allevano i figli, che vanno a lavorare pure loro, e quando trovano un portafoglio per la strada lo consegnano ai carabinieri. Sono gli unici, ma questo i leghisti non lo sanno, che quando sale un vecchio sulla metro o sul treno si alzano e gli lasciano il posto. Queste sono le forze in cui sperare. Sono gli italiani che fanno il proprio dovere.
Mentre dico queste cose al Secolo, sta piovendo a dirotto sull'agro pontino. Il canale Mussolini è in piena, dalla finestra vedo campi allagati. Ma questo è un paese in cui la gente si dimentica dei parlamentari che si sono venduti al calciomercato della politica, e non si pone il problema che quelli rubano, ma per quattro lire scende nell'acqua, ripara i pali della luce, stura i tombini. Questa è la verità della nazione, questo popolo unito che riconosce nell'Italia la propria patria non perché sia un concetto geopolitico ma perché è la terra dove è nata, dove è vissuta e soprattutto dove vuole morire ed essere seppellita come i propri padri. È la stessa comunità che dalle Alpi alla Sicilia ha un minimo comune denominatore di valori, di ricordi e di tradizione. Spesso non sono ricordi felici, ma sono quelli di un popolo che da 150 anni continua a fare il suo dovere e a dare il suo sangue. Come quei soldati in Afghanistan, che non si capisce bene perchè li abbiamo mandati là - forse lo sa solo Wikileaks - ma là stanno e là combattono e muoiono con onore, con fedeltà, alla faccia di quelle classi dirigenti che ce li hanno mandati e che assomiglia ai servi di Semiramide «che libito fe' licito in sua legge / per torre il biasmo in cui era condotta» (canto V dell'Inferno). La speranza è però che questo popolo prima o poi si incazzi. E che soprattutto continui sempre a essere onesto per se stesso, a prescindere dal malaffare di chi lo dirige.
Una bella analisi del fasciocomunista Pennacchi sui 150 anni da quando Vittorio Emanuele II si dichiarò Re d'Italia non avendo ancora annesso un terzo del territorio (Lazio, Veneto, Friuli) ed avendo massacrato un popolo che da più di 700 anni era unito in un unicum (Regno delle Due Sicilie).
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