L’arte moderna è stata un’arma nelle mani della CIA.

Pubblicato il da ipharra.over-blog.it

Da: EFFEDIEFFE 

 

Questa è la notizia che non è mai entrata nel mondo della critica ufficiale, che ha sempre preferito costruire complicati teoremi per spiegare al popolo come accettare con entusiasmo le assurdità e le brutture dell’arte moderna. Chi prima delle recenti rivelazioni avesse scritto che la CIA tramava nell’ombra per far trionfare la spazzatura artistica americana (ed europea) si sarebbe beccato l’ennesima accusa di pervicace complottista.

 

Fiumi di inchiostro e, più recentemente, uno sterminato numero di bit sono stati impegnati per descrivere come fosse meravigliosa ed esaltante la modernità in tutte le sue variegate forme. Per intenderci chiamiamo modernità tutto ciò che è stato creato dall’espressionismo astratto  in poi, sino ai ripensamenti del postmodernismo realista. Un lasso di tempo superiore al mezzo secolo. E’ vero che da un po’ di tempo qualche dubbio è sorto a causa dell’ostinazione con cui la modernità si ostina a rimanere moderna a dispetto degli anni che passano e delle minime differenze che appaiono tra i successivi movimenti artistici. Ma neppure il postmoderno, che sarebbe dovuto nascere da una naturale evoluzione del moderno, ha intaccato l’atmosfera di mistica trascendenza che avvolge la modernità sin dal suo nascere.

 

Tuttavia recentemente, tramontato definitivamente il clima della guerra fredda, sono venuti alla luce fatti inquietanti che erano stati occultati per mezzo secolo. Con semplici deduzioni, partendo da realtà storiche, ero già arrivato ad ipotizzare la presenza di un disegno sottostante al trionfo del moderno, che si è affermato nonostante l’ostilità di gran parte del pubblico. Si veda in proposito: Berenson e la lunga farsa dellarte moderna, pubblicato su EFFEDIEFFE. Parlando del principale personaggio che promosse la nuova arte americana: Peggy Guggenheim, dicevo:Peggy seppe utilizzare bene i suoi soldi. Riuscì nell’impresa senza disporre delle risorse finanziarie dei suoi parenti. Aveva una rendita che, riportata ad oggi, era di circa 5 milioni di dollari, tra i Guggenheim era considerata quasi indigente. Philip Ryland, direttore del Peggy Guggenheim Collection a Venezia, dice che Peggy per la sua collezione di quadri moderni in tutto non spese più di cento mila dollari (del dopoguerra, oggi equivalenti a circa un milione e mezzo di dollari). Che cosa indusse Peggy Guggenheim a preferire nel 1943 il quasi sconosciuto ‘pittore’ Pollock, che realizzava quadri il cui unico merito era quello di essere uno specchio fedele della sua pazzia e della sua perenne sbornia? I suoi quadri vennero inquadrati nella corrente dell’espressionismo astratto. Esistevano in America molti artisti, sovvenzionati dallo Stato durante la grande recessione, con lo scopo di togliere dalla disperazione persone che, con il loro carisma, avrebbero potuto infiammare una rivoluzione. Ma nessuno tra i pittori ‘figurativi’, come ad esempio il bravissimo Thomas Benton, venne preso in considerazione. A Peggy probabilmente quella scelta fu suggerita per mettere a tacere l’arte vera, quella che mostrava la realtà della miseria americana insieme ai sogni perduti durante la grande recessione del ‘29».

 

Sappiamo adesso che i suggeritori erano molti, abilmente piazzati dalla CIA in posti strategici.

 

«Non potevano certo essere i quadri di Pollock ad entusiasmare gli esperti darte come Berenson, ma dopo la guerra, in una Europa alla fame, si trattava piuttosto del profumo del denaro dei Guggenheim».

 

Oggi sappiamo che quel denaro e il suo profumo non provenivano solo dalla non ricchissima Peggy, ma dal supporto della CIA.

 

«Peggy Guggenheim fu il personaggio che più si è prodigato per la diffusione delle novità più cervellotiche di qua e di là dellAtlantico. Inconsapevolmente Peggy provocò allarte un danno maggiore di quello causato da tutte le invasioni barbariche perché alla fine venne distrutto il senso del bello. Ma non è stato solo un ghiribizzo di una ricca ereditiera un posvampita, in cerca di sensazioni, è stata una scelta criminale che ha contribuito in modo decisivo a distruggere larte. Infatti assegnando alle persone un ruolo improprio, si ottiene in ogni caso una serie di conseguenze funeste. Pollock stesso è stato la prima vittima di quella scelta impropria. …. Il processo degenerativo messo così in atto ha colpito a morte prima larte occidentale poi ha contagiato tutto il mondo. La scelta fatta dallariccaGuggenheim fu loperazione più vistosa ed efficace condotta nel campo della pittura e coincise con lindebolimento della borghesia nel dopoguerra. Il successo fu enorme, ben al di là della aspettative e venne a coincidere con lannientamento del senso del bello e del gusto estetico. Bellezza e buon gusto poco apprezzati dalla classe dei nuovi ricchi, privi di cultura e favorevoli ad unartenuova’, che ignorasse scomodi richiami alla cultura ed alle tradizioni. Loperazione ebbe una tale fortuna che oggi un quadro di Pollock ha raggiunto la quotazione massima mai raggiunta da un dipinto: 140 milioni di dollari».

 

La distruzione dell’arte e della cultura europea, che avvenne lentamente nel dopoguerra, si può paragonare a quella imposta dal Sacro Romano Impero, con Carlomagno, che militarizzò tutto il mondo occidentale per rendere ardua le penetrazioni delle invasioni barbariche. La difesa allora venne frazionata con la costruzione di castelli sempre più potenti, una tecnica di difesa poco apprezzata dall’Impero Romano. La divisione del Sacro Romano Impero in feudi fu la fine della civiltà e della cultura dell’Impero Romano di Occidente, ma fu l’unica soluzione per resistere senza disporre di una organizzazione statale e di un esercito stabile.

 

La CIA realizzò una fortificazione ideologica del mondo occidentale, ma contemporaneamente non dimenticò l’obbiettivo di sostituire l’anima europea in modo da toglierle ogni velleità di indipendenza. Paradossalmente furono proprio i francesi a fornire agli americani gli strumenti per questa azione. I francesi dopo la guerra aspiravano ad un ruolo di predominio nel mondo dell’arte, della cultura e della moda. Si apprestarono a mettere in campo i loro maggiori maitres a pensée, elaborarono nuovi stili nelle arti visive, nella musica, seguendo la volontà di dissacrare l’arte di ieri. 

 

Gli americani, credendo che quella fosse l’arte del futuro, ci si buttarono, avendo capito che in quel modo facevano tabula rasa di tutta l’arte del passato, una eredità enorme contro la quale non potevano combattere da soli. Così gli americani ebbero tra le mani gli strumenti per realizzare il loro fine di dominio culturale, mentre contemporaneamente sconfiggevano le idee diffuse dai comunisti. E’ stato grazie alle avanguardie francesi nella filosofia e in tutte le arti che gli americani trovarono la strada per soppiantare la cultura e l’arte europea. La Francia aveva già perso la guerra contro la Germania, pur disponendo all’inizio di un esercito superiore a quello tedesco. La sconfitta militare fu merito di una gerontocrazia che dominava gli alti comandi militari francesi, nell’indifferenza degli intellettuali che poi si risentirono violentemente contro il governo di Vichy suddito della Germania.

 

La Roma imperiale adottò l’arte ellenistica come suo strumento di rappresentazione e di propaganda. Gli americani invece preferirono imboccare la strada della distruzione dell’eredità dell’arte europea, poiché semplicisticamente raccolsero l’ultimo nato dell’arte francese, quella che si dilettava a mettere i baffi alla Gioconda di Leonardo e a svillaneggiare tutti i grandi capolavori del passato, da quelli più recenti a quelli più antichi: compresa l’arte greca. Gli americani pensarono di creare una nuova arte che fosse il portabandiera e il simbolo del potere degli Stati Uniti e non trovarono di meglio che saltare sul carro dell’arte moderna europea e soprattutto francese. Neppure i grandi critici d’arte di quel periodo dettero molto peso all’influenza degli americani.

 

Mi chiedo se Bruno Zevi, il più celebrato critico e ideologo del modernismo, ma anche un ficcanaso cronico saltabeccante dovunque, fosse mai stato a conoscenza di questa così vasta intromissione della CIA in territori come l’architettura e l’arte in genere, dove lui faceva e disfaceva critiche e giudizi definitivi. E’ impossibile supporre che lui fosse all’oscuro, certamente non risulta che ne parlò mai. Eppure qualche voce circolava. Da dove veniva la ricchezza che affliggeva artisti, critici e galleristi che si dedicavano all’arte moderna? Sembrava che tutto il merito dovesse essere ascritto al mercato. Ma non era così. Un fiume di denaro usciva dalle casse della CIA e quindi dai contribuenti americani per alimentare un’arte che in realtà prefigurava il declino dell’Occidente. L’operazione fu così radicale che venne distrutta anche l’eredità dell’arte americana maturata durante la grande recessione del ‘29.

 

La guerra fredda

 

La guerra fredda fu combattuta senza esclusione di colpi e non ci si deve troppo scandalizzare se la CIA sia entrata anche nella creazione artistica del mondo occidentale, che stava per essere fagocitato dall’impero sovietico. La posta in gioco per l’Occidente era la sopravvivenza della libertà per tutta lUmanità. In realtà si trattava soprattutto di estendere il dominio degli Stati Uniti su tutto il pianeta. Ciò che solleva indignazione è che la CIA, scegliendo una linea artistica deprimente, arrivò a distruggere tutta l’arte occidentale pur di opporsi all’arte sponsorizzata dai comunisti. Anzi iniziò dalla distruzione dell’arte proprio negli Stati Uniti. Questo ci dice che per gli americani l’arte non aveva alcun valore in sé e quindi se ne poteva disporre a piacere per ottenere uno scopo, nella fattispecie vincere la competizione con il comunismo. Se poi da questo relitto di arte si potevano trarre anche guadagni tanto meglio.

 

Qui è il delitto compiuto dagli americani, che hanno distrutto l’arte perché per loro l’arte non esiste. Unico valore che ha l’arte è dato da quanto viene pagato per acquistare un’opera d’arte. Ma il parere di alcuni americani oggi è nettamente diverso: essi antepongono a tutto l’orgoglio di essere americani e così credono addirittura che il risultato dell’azione della CIA fu la creazione di una nuova vera grande arte, della quale vanno fieri perché sono convinti che questa sia la loro arte! Sono fieri di una cosa di cui loro non hanno la minima idea di che cosa realmente sia.

 

Per vincere contro l’arte che usciva dal mondo comunista era necessario sostenere ciò che c’era di peggio nel mondo occidentale? Questa scelta estetica da che cosa derivava? L’arte occidentale doveva rappresentare i caratteri distintivi dell’Occidente capitalista. Era necessario mettere in evidenza la differenza con i canoni artistici imposti nel mondo comunista. I caratteri si vollero trovare nell’estremo personalismo, così estremo da rendere quasi impossibile comunicare non avendo l’arte prescelta un linguaggio comprensibile e poi non avendo in realtà nulla da dire. Il capolavoro politico di questa operazione fu che proprio le inconsapevoli sinistre dell’Occidente furono indotte a sposare le direttive, che oggi si sono rivelate essere state emanate direttamente dalla CIA, come ha rivelato un suo ex funzionario: Donald Jameson, del quale si parlerà ampiamente più avanti.

 

Una succinta sintesi di questa brutta storia 

Astratto e apolitico, l’Espressionismo astratto rappresentava l’antitesi allo stile realista imposto agli artisti del blocco comunista e un’alternativa al dominio dell’Europa, in particolare di Parigi, nel mercato dell’arte. Per affermare tale corrente il Dipartimento di Stato americano si appoggiò alla CIA, che a sua volta utilizzò vari canali, primo fra tutti tra il 1940-50 il MoMa, attraverso il presidente Nelson Rockefeller, collezionista degli Espressionisti astratti, il quale durante la guerra era stato a capo dell’agenzia di spionaggio per l’America Latina.

 

Il periodo di circa venti anni, dal 1950, fu quello in cui la grande maggioranza degli americani non gradiva ed anzi disprezzava l’arte moderna. Per quanto riguarda gli artisti molti erano ex comunisti difficilmente accettati nell’America dell’era del McCarthismo, e certamente si trattava di persone che non avrebbero mai ricevuto sostegni dal governo degli Stati Uniti. Perché la CIA li ha sostenuti?

 

Perché nella guerra di propaganda con l’Unione Sovietica questo nuovo movimento artistico sinistreggiante avrebbe potuto essere preso come una prova della creatività, della libertà intellettuale e della forze culturale degli Stati Uniti. L’arte russa, confinata nella camicia di forza dell’ideologia comunista, non avrebbe potuto competere. Dell’esistenza di questa politica se ne parlava da molti anni, ma ora è arrivata per la prima volta la conferma ufficiale da parte di un ex funzionario della CIA: Donald Jameson.

 

All’insaputa degli artisti che vennero aiutati venne applicata il sistema del guinzaglio lungo, con sostegni indiretti come avvenne con i periodici Encounter, pubblicato da Stephen Spender, Tempo Presente diretto da Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte. All’inizio venne svolta apertamente un’attività di sostegno alla nuova arte americana. Nel 1947 il Dipartimento di Stato organizzò e finanziò un mostra internazionale itinerante chiamata Progressi dellArte Americana, con lo scopo di smentire la tesi sovietica che l’America fosse un deserto culturale. Ma la mostra fu oggetto di una forte critica in patria, con Truman che affermò, con una frase divenuta famosa, di essere un Ottentotto se quella era arte; Truman stesso ad un convegno dichiarò: «Io sono appunto uno stupido americano che paga le tasse per questo genere di spazzatura». La mostra itinerante venne cancellata. Il governo degli Stati Uniti si trovò di fronte ad un dilemma. Questo filisteismo, combinato con le accuse di McCarthy contro tutto ciò che fosse avanguardia o non ortodosso, creava un forte imbarazzo. Ciò gettò discredito sull’immagine di un’America patria di una democrazia complessa e culturalmente ricca.

 

Questo aveva impedito al governo statunitense di portare la supremazia culturale da Parigi a New York sin dagli anni ‘30. La CIA venne impegnata per risolvere questo dilemma. Parecchie figure facevano da tramite tra l’agenzia e l’istituzione museale. Accanto a Nelson Rockefeller troviamo i direttori del museo, Alfred Barr, un’autorità nella definizione del gusto dell’epoca, e René d’Harnoncourt (aveva lavorato nella sezione artistica dell’agenzia per l’America Latina) che regolarmente rendeva conto al Dipartimento di Stato. Molti collaboratori e componenti del consiglio amministrativo (John Hay Whitney e William Burden) provenivano da strutture di governo ed erano strettamente connessi alla CIA, tra questi Tom Braden.

 

Nonostante l’opposizione di alcuni membri del consiglio, oltre a massicce acquisizioni per la propria collezione, il museo esportò numerose mostre di propaganda. A questo scopo fu fondato nel 1952 l’International Program, finanziato con 125 mila dollari l’anno dal Rockefeller Brothers Fund e diretto da Porter McCray, anch’egli proveniente dalla CIA dopo essere stato per un anno a Parigi nella sezione culturale del Piano Marshall. In quattro anni il programma organizzò 33 mostre all’estero, tra cui la partecipazione alla Biennale di Venezia nel 1950 e la mostra Twelve Americans nel 1953-54. In tale occasione la CIA operò attraverso l’Association Française d’Action Artistique nel finanziamento del catalogo e della pubblicità. Il presidente di quest’istituzione, Philippe Erlangen, era un contatto designato dalla CIA al ministero degli Esteri francese. In occasione della mostra Young Painters il sostegno avvenne attraverso il pagamento dei costi di trasporto da parte della Farfield Foundation, finanziata dalla CIA, e con premi di 2mila dollari per i migliori artisti, messi a disposizione dal Congress for Cultural Freedom e attraverso l'intervento sulla stampa.

 

Nel 1960 fu organizzata al Louvre Antagonismes, con opere esposte l’anno precedente a Vienna in una mostra organizzata per minare il festival dei giovani comunisti e costata 15.365 dollari. Per l’esposizione a Parigi altri 10mila dollari furono donati attraverso la Hoblitzelle Foundation e 10mila dalla Association Française d’Action Artistique. Basta per comprendere perché, dopo l’apertura degli Archivi di Stato americani, sia stato possibile ricostruire alcuni importanti passaggi della storia culturale del dopoguerra. La decisione di includere l’arte e la cultura nell’arsenale delle armi statunitensi, impegnate nella Guerra Fredda, venne presa appena la CIA fu fondata nel 1947.

 

La nuova agenzia, costernata per l’attrazione che il comunismo ancora esercitava su molti intellettuali e molti artisti in Occidente, creò una divisione, la Raccolta dei punti di Propaganda, che poté esercitare la sua influenza su oltre 800 testate di giornali, riviste e agenzie per la pubblica informazione. Questi rispondevano come un jukebox, quando la CIA premeva un bottone si sentiva la musica desiderata suonare in tutto il mondo.

 

Il successivo passaggio chiave avvenne nel 1950, quando a capo dell’International Organisations Division (IOD) fu messo Tom Braden. Fu questo ufficio che sovvenzionò la versione teatrale della Fattoria degli Animali di George Orwell, fu questo ufficio che sponsorizzò gli artisti del jazz americano, i recital teatrali, le tourné internazionali dell’Orchestra sinfonica di Boston. I suoi agenti vennero piazzati nell’industria cinematografica, nelle case editrici, persino come corrispondenti volanti per le celebri guide Fodor.

 

Sappiamo ora che la CIA sostenne anche il movimento dell’avanguardia anarchica, oltre al già citato Espressionismo Astratto. Per anni abbiamo criticato le folle di spie del KGB, gli accompagnatori politici che seguivano chi visitava i paesi dell’Est. Da questa parte della cortina di ferro le cose erano molto simili, con la differenza che da noi non lo si poteva neppure pensare. 

 

Nell’immediato dopoguerra in Europa, dopo l’epurazione culturale, sopravviveva agli occhi dei vincitori solo l’arte francese. In realtà c’era anche l’arte italiana, che aveva conosciuto un periodo di grandezza. Ma l’Italia era messa da parte perché aveva creato il fascismo che sul piano ideologico era stato un pericoloso nemico del capitalismo. Dell’arte tedesca neppure parlarne, quella inglese era inesistente. Restava solo la Francia che, per la sua civetteria inguaribile sino al suicidio, aveva la colpa di essersi  dedicata da qualche decennio a distruggere tutta l’arte precedente, compresa quella del periodo d’oro francese nella seconda metà del XIX secolo.

 

Gli americani afferrarono la situazione così com’era e la congelarono, promettendosi di surclassare gli artisti francesi sul loro stesso terreno. Nel dopoguerra il mercato di New York per i quadri d’autore superò quello di Parigi. Ma essere arrivati al punto di aver creato una non-arte che fosse un’arma nella guerra fredda è stato un crimine contro l’umanità. Dai tempi più remoti sino alla Seconda Guerra Mondiale l’arte ha avuto finalità anche ideologiche, religiose, celebrative, ma non è mai stata falsata per raggiungere lo scopo di essere solo uno strumento, solo ed esclusivamente un’arma nella contesa politica.

 

Prima era ovvio che l’arte dovesse piacere alla gente. Invece la CIA riuscì a sovvertire il concetto di arte, sostituendola con il brutto, l’irrazionale, la nullità dei significati. Era un’arte che veniva imposta da uno stuolo di personaggi camuffati da grandi pensatori, che oggi sappiamo essere stati solo gente prezzolata, gente ignobile, che non sempre sapeva chi pagava il conto di tante corbellerie. La deformazione imposta all’arte avvenne secondo premeditate linee guida dettate dalla psicoanalisi sociale, distillata dalla psicoanalisi freudiana, promossa al rango di scienza esatta.

 

Anche per chi condivide l’obbiettivo di impedire al comunismo di dominare in tutto il mondo l’azione condotta dalla CIA e dalle tante fondazioni americane procura un certo senso di disagio e di nausea. Sapere che l’arte è arrivata all’attuale punto di degrado per opera di gruppi votati al dominio totale del mondo, ci induce a pensare che siamo passati dalla prospettiva di una aperta dittatura globale comunista ad una dittatura mascherata da libertà, mettendoci tutti al servizio del capitale senza regole e senza legge, ovvero la legge della rapina globale legalizzata.

 

Quindi in opposizione al dirigismo di stampo marxista venne incoraggiata l’arte libera, anzi l’arte priva di qualsivoglia regola. Questa scelta ricevette il plauso degli artisti più estremisti, aprendo una prospettiva di successo anche a quelli assolutamente incapaci, che ovviamente sono molto più numerosi degli artisti tecnicamente ed umanamente dotati.

 

A questo punto tutta la storia artistica del dopoguerra dovrebbe essere riscritta. Il consenso popolare attorno all’arte moderna sapevamo essere molto debole, ma questa realtà introduce un elemento di perturbazione intollerabile. In passato ci sono state influenze determinanti sullo sviluppo dell’arte, anzi in ogni periodo storico il potere politico o religioso ha avuto influenza sull’evoluzione dell’arte, in particolare sull’architettura. Ma nel caso della modernità c’è stata la presenza di un finanziatore occulto. Neppure il mercato, il demiurgo supremo del mondo capitalistico, ha potuto giocare un ruolo decisivo.

 

Oggi la competizione con il potere comunista è tramontata, quindi sarebbe opportuno compiere una revisione radicale dei pochi ma pessimi principi su cui si fonda tutta l’arte moderna. Eppure oggi, da fonte americana, si sente dire che i felici portatori di dollari vengono a Roma non tanto per vedere l’Ara Pacis ma il suo contenitore, opera del grande architetto Maier. Viene considerata una vittoria degli Stati Uniti aver collocato un puro prodotto dell’arte moderna americana nel centro storico di Roma. La CIA, nelle vesti di un principe sostenitore dell’arte, ha creato una non arte per una serie di motivazioni, che sono state già studiate e discusse.

 

A questo processo mancava la prova finale inoppugnabile. I propositi dei progetti dell’utopia comunista non erano meno distruttivi di quelli attuati dalla CIA, ma avevano un punto a loro favore: l’arte doveva servire a convincere le masse ad aderire al comunismo e quindi doveva essere un’arte negli aspetti formali gradita alle masse. Quindi almeno sotto questo si trattava di un’arte umana. Ma agli artisti occidentali, peraltro in maggioranza dichiaratamente di sinistra, non è mai andato a genio doversi adattare a soddisfare i gusti delle masse, hanno sempre preferito, un po’ in sordina, solleticare i desideri inconfessati dei capitalisti. Il compito di dialogare con le masse in Occidente è riservato alla pubblicità, ai fumetti, ai cartoni animati, alla musica leggera, all’architettura del restauro ed altre cose del genere.

 

Dicono gli americani: di che cosa vi lamentate? la CIA, con i nostri soldi, ha vinto, anzi in questo caso ha stravinto la guerra fredda anche sul piano dell’arte ed in più ha regalato al mondo l’arte giusta per i tempi moderni, la vera arte del presente e del futuro. Quindi sia lode alla CIA, ai generosi contribuenti americani e dimentichiamo senza rimpianto l’arte di un passato che certamente non ritorna indietro.

 

Ma allora cosa dire dell’arte astratta e della critica che l’ha sostenuta?

 

Tutta l’arte moderna andrebbe reinterpretata e rivista in conseguenza di questo elemento solo recentemente acquisito alla storia degli ultimi sessant’anni: gli interventi della CIA sotto forma di finanziamenti mirati a favorire in maniera occulta un ben preciso tipo di arte: l’espressionismo astratto, in cui si vide un mezzo ottimale per la promozione dell’ideale statunitense di libertà di pensiero e di libero mercato, uno strumento perfetto per competere sia con gli stili del socialismo reale delle nazioni comuniste, sia con il mercato dell’arte europea, allora dominante. I libri di Frances Stonor Saunders, La Guerra Fredda Culturale - La CIA e il mondo delle Arti e delle Lettere, spiegano nel dettaglio come la CIA, tramite il Congresso per la libertà culturale dal 1950 al 1967 organizzò e finanziò la promozione degli artisti americani ed in particolare di quelli aderenti all’espressionismo astratto.

 

I finanziamenti piovvero anche su personaggi di sinistra per meglio dissimulare tutta l’operazione. Anzi questo fu il vero capolavoro della CIA: come risultato la sinistra europea non prese neppure in considerazione l’arte di oltre cortina. Ci sono molti lavori interessanti pubblicati sull’argomento e che si trovano anche in rete, come quello di Elena Lanzanova La CIA Dietro Il Successo Dell’Espressionismo Astratto Americano.

 

Conclusioni

 

Pirani  su La Repubblica racconta come ebbe termine l’operazione della CIA:

 

«Lo scandalo che travolse tutta la sofisticata organizzazione scoppiò in America nel 1966 in seguito a una campagna di rivelazioni di una rivista californiana, cui seguirono processi, clamori, dimissioni. Eprobabile …che il presidente Johnson e la CIA, molto diversa da quella dellimmediato dopoguerra, orchestrarono lo scandalo per liberarsi dei rapporti con la sinistra democratica non comunista…».

 

Per colmo dell’ironia l’arte americana in realtà non ha mai ripudiato l’arte realista per suo uso e consumo, con la condizione che non creasse fastidi sul fronte dei fatti reali. Allo scopo sono state create formule come il realismo magico, che in Italia era già stato utilizzato per connotare una pittura non disturbante, come nel mondo anglosassone quella di Mark Tansey, un pittore nato nel 1949, che crea quadri con una vaga vena surreale ma con una assolutamente inesistente carica di rivendicazioni sociali.


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