ISRAELE: LA PAZZIA AL POTERE (seconda parte)

Pubblicato il da ipharra.over-blog.it

Da: Maurizio Blondet

Molti giornalisti israeliani hanno detto che Netanyahu è sotto la totale influenza («è sottomesso») a sua moglie Sarah (la terza in ordine di tempo), la quale si impiccia degli affari di Stato e sarebbe determinante nelle scelte del personale politico di cui il marito si circonda. Specificamente, s’è detto che la donna ha bloccato la nomina di Alon Pinkas (un rispettato diplomatico, console generale a New York) ad ambasciatore di Sion all’ONU.


«E’ al governo per soddisfare lei, più che noi», ha scritto Ben Caspit, uno dei più influenti giornalisti israeliani, del Ma’ariv. 

La quale moglie (una ex hostess) è essa stessa  sospettata di un non perfetto equilibrio psichico:  «infantile, capricciosa, arrogante» sono i termini più usati al suo riguardo. Recentemente, una donna di servizio nella lussuosa residenza del premier a Cesarea, tale Lillian Peretz, ha fatto causa alla moglie di Bibi descrivendo le ripetute umiliazioni che aveva dovuto subire, oltre il fatto che madame Netanyahu non la pagava secondo il salario sindacale. Subito dopo, i giornali israeliani hanno rivelato di peggio: che «madame Netanyahu ha licenziato un vecchio ebreo settantenne, rimasto solo al mondo dopo che suo figlio è morto in combattimento, e che faceva qualche modesto lavoretto nel giardino per meno del salario minimo». Ne è nato uno scandalo, di cui naturalmente i giornali europei hanno taciuto, per il modo in cui la first lady trattava il servidorame: la cameriera Peretz l’ha accusata anche di obbligare i suoi servi a lavorare il Sabato... La coppia Netanyahu ha replicato denunciando per diffamazione il giornale che aveva rivelato la vicenda (Ma’ariv) e pretendendo un risarcimento-danni equivalente a 200 mila dollari.


Suscettibilissimo, Netanyahu ha risposto infuriato durante una conferenza-stampa in Germania (la Merkel era al suo fianco) ai giornalisti che lo interrogavano sul fatto: «Lasciate in pace mia moglie e i miei figli!».


Avrebbe dovuto aggiungere: «... e anche mio cognato!». Perchè il fratello dell’amata e padronale Sarah, un noto razzista di nome Hagai Ben-Artzi, s’è fatto intervistare dalla Radio dell’Esercito il 17 marzo scorso per insultare il presidente Obama chiamandolo (indovinate?) antisemita, per aver chiesto il congelamento delle costruzioni per soli ebrei a Gerusalemme: «Quando un presidente antisemita va al potere in America, è il momento per noi di dire: non cediamo. Ogni volta che gli americani hanno cercato di intervenire in qualcosa riguardante Gerusalemme, noi abbiamo risposto con una semplice parola: no».


Netanyahu ha dovuto pubblicamente prendere le distanze dal cognato. Che del resto non ha fatto che ripetere quello che proclamano sui loro giornali e siti  decine di rabbini e migliaia di coloni. 


Ma la presa di distanza mostra che, quando vuole, Netanyahu dà prova di autocontrollo. E dunque bisogna fare appello al lato consapevole del suo «semi-cosciente» evocare l’Iran come «un regime estremista, con una ideologia retrograda e ambizioni ben note sull’uso della forza, che ha accesso alle armi di morte di massa», e non gli sfugge certo che sta descrivendo Israele qual è oggi.


Perchè lo fa? Io credo: per far paura. Egli vuol convogliare ai governanti occidentali (prima ancora che a quelli musulmani) l’avvertimento minaccioso: attenti a voi, perchè siamo folli, irrazionali e abbiamo 200 bombe atomiche.


A quanto pare, è una consapevole strategia psicologica della politica israeliana verso il mondo. Già lo affermò Moshe Dayan: «Israele dev’essere come un cane rabbioso (mad dog), troppo pericoloso da molestare». Si tratta dunque di «fare i pazzi» per terrorizzare, e col tempo la tattica è diventata un habitus mentale?


Nel febbraio 2009, poco prima che gli elettori dessero a Netanyahu la carica che ricopre, e con ciò i codici di lancio dell’arsenale nucleare, fu Aaron David Miller - un diplomatico ebreo che è stato negoziatore per gli USA in Medio Oriente - a predire che come prima mossa, il premier di Sion sarebbe andato a parlare con Obama, allo scopo di «fare una paura da pazzi al presidente» (scare the daylights out of the president) per costringere non solo lui, ma l’intera comunità internazionale, ad affrontare il problema Iran secondo la volontà  dello Stato ebraico.


Netanyahu sa che non ha bisogno di far paura a Washington, visto che senatori e governanti sono già terrorizzati a dovere dall’AIPAC, la lobby, contro la quale sanno che non si viene eletti. Proprio nel mezzo del gelo tra la Casa Bianca e Israele dovuta all’insulto che Netanyahu  ha inflitto al vice-presidente Joe Biden, e proprio davanti all’AIPAC riunita per l’emergenza, i governanti USA si sono profusi in dichiarazioni di servilismo inimmaginabile. Joe Biden (di cui Haaretz ha scritto: «Ha preso lo sputo in faccia e ha detto che era pioggia») ha proclamato che il suo amore per Israele, come quello dell’Amministrazione e di tutti gli americani, è «solido come una roccia».


Nancy Pelosi s’è precipitata ad assicurare che i legami con Israele non saranno mai recisi, mai e poi mai. E così anche Hillary Clinton: la nostra politica sugli insediamenti, ha assicurato i settemila attivisti dell’AIPAC, è per il bene vero d’Israele, per assicurare in eterno la sua sicurezza... .


Che bisogno c’è di fare ancora più paura? Eppure è stata data la più ampia diffusione alle ultime dichiarazioni di Martin Van Creveld, il massimo storico militare israeliano: «Possediamo diverse centinaia di testate atomiche», ha detto, «e razzi, che possiamo lanciare su obbiettivi in ogni direzione, magari anche su Roma. La maggior parte delle capitali europee sono obbiettivi per le nostre forze armate... Abbiamo la capacità di trascinare giù il mondo con noi, e vi assicuro che questo accadrà  prima che Israele vada sotto».


Non è la prima volta che Van Creveld pronuncia queste minacce. Ma nessuna volta, mai, alcun rappresentante del regime isareliano l’ha smentito, o l’ha trattato da pazzo fanatico.


Anzi, peggio. Si scopre che le sue idee covano, sono diventate un habitus negli ambienti israeliani .  Il 7 aprile 2002, il professor David Perlmutter, un noto neocon, dalle pagine del Los Angeles Times, esprimeva i seguenti propositi: «Che cosa meriterebbe di meglio un mondo odiatore degli ebrei, a retribuzione di millenni di massacri, se non un inverno nucleare? Se invitassimo tutti quegli statisti europei e attivisti pacifisti che ci fanno la lezione morale a raggiungerci nei forni? Per la prima volta nella storia, un popolo minacciato di sterminio mentre il mondo ridacchia ha il potere di distruggere il mondo. Che sia l’ultimo atto di giustizia?».


E i politici occidentali possono ancora credere che il pericolo sia l’Iran? L’Iran non ha bombe atomiche. Israele sì.




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