Iraq, la scoperta di una prigione segreta, dove si torturavano i prigionieri

Pubblicato il da ipharra.over-blog.it

 

Da: IRIB

Una prigione segreta a Baghdad, dove per mesi sono spariti in centinaia, molti dei quali venivano regolarmente torturati.

Che c’è di così strano – visto che stiamo parlando di Iraq? Beh, il fatto che la struttura era apparentemente sotto il diretto controllo del premier Nouri al-Maliki - rivelazioni che, se confermate, non sono esattamente quello che ci vuole in un momento in cui sta cercando di ottenere un secondo mandato. Tutto comincia ai primi di ottobre dello scorso anno – ottobre 2009. L’esercito iracheno effettua delle retate nella provincia di Ninive, nel nord, considerata una roccaforte di “al-Qaeda in Iraq”, e comunque una delle più violente del Paese, tutt’altro che pacificata.

Gli arresti sono centinaia, e a protestare è lo stesso governatore, Athil al-Nujaifi, secondo il quale non si tratterebbe solo di insorti o terroristi, ma anche di cittadini comuni, spesso portati via senza un regolare mandato. Le famiglie degli arrestati organizzano manifestazioni per chiederne la liberazione, e poi si mettono a cercarli – senza successo, perché nel frattempo gli uomini sono stati trasferiti a Baghdad, per timore che le autorità giudiziarie locali potessero ordinarne il rilascio.

Poi, nel marzo di quest’anno, la scoperta della prigione segreta – nel vecchio aeroporto di Muthanna, zona ovest della capitale irachena - da parte di funzionari del ministero per i Diritti Umani, secondo quanto riferisce il Los Angeles Times, il giornale che ha pubblicato per primo la notizia. Inizialmente, il solito muro: di ispezioni non se ne parla. Poi il muro pian piano cede: e due squadre del ministero ricevono il via libera – fra loro, c’è anche il ministro (donna), Wijdan Salim Mikhail.

Lo spettacolo che si trovano davanti: 431 prigionieri, in condizioni terrificanti. "Più di 100 erano stati torturati. Avevano i corpi pieni di segni", ha raccontato al Los Angeles Times un funzionario iracheno a conoscenza delle ispezioni, che – comprensibilmente – ha chiesto che non venga fatto il suo nome. "Li hanno picchiati, hanno usato l’elettricità. Li hanno soffocati con buste di plastica, e metodi vari". Il ministro dei Diritti Umani riferisce le testimonianze di alcuni prigionieri, che le hanno raccontato di essere stati tenuti ammanettati 3-4 ore per volta in posizioni assai scomode, o addirittura sodomizzati, a volte tutti i giorni.

Secondo le fonti irachene, a porre fine a tutto questo sarebbe stato l’intervento del ministero dei Diritti Umani – del ministro in particolare. Di fronte a un rapporto presentatogli questo mese dalla Mikhail, il premier Maliki si sarebbe impegnato a chiudere la prigione, dopo aver ordinato l’arresto degli ufficiali che ci lavoravano. Sempre secondo le fonti irachene, 75 detenuti sarebbero stati liberati, e altri 275 trasferiti in carceri “normali”. Intanto dal ministro per i Diritti Umani, arriva una difesa del premier. "Il Primo Ministro non può essere ritenuto responsabile per tutti i comportamenti dei suoi soldati e del suo staff", ha dichiarato la Mikhail - una cristiana caldea entrata nel governo in quota alla Iraqi National List di Allawi, che alle elezioni del 7 marzo scorso si è presentata nelle liste dell’Alleanza per lo Stato di diritto, la formazione di Maliki. Quanto al capo del governo, sostiene che non sapeva nulla degli abusi che avvenivano nella prigione, giustificando il trasferimento dei detenuti a Baghdad con timori di corruzione delle autorità giudiziarie di Mosul.

E ribadisce l’impegno a eliminare l’uso della tortura - largamente praticata nelle carceri irachene, secondo le organizzazioni per i diritti umani, internazionali e locali. “Le nostre riforme continuano, e abbiamo il ministero per i Diritti Umani per monitorarlo”, ha detto Maliki al Los Angeles Times. “Se verrà provato che qualcuno è coinvolto in atti del genere, lo chiameremo a risponderne”. Parole che non convincono molti – in particolare, dato che notoriamente esistono unità speciali (complete di magistrati inquirenti e personale addetto agli interrogatori) che rispondono direttamente all’ufficio del Primo Ministro.

E di cui più volte è stato denunciato l’operato – e l’incostituzionalità [in arabo] – spesso a (grande) rischio e pericolo di chi lo ha fatto. Resta il fatto che quello scoperto a Baghdad non era uno dei (tanti) carceri “ufficiali”: “né sotto il ministero della Difesa, né sotto quello della Giustizia, o sotto quello degli Interni”, sottolinea un funzionario della sicurezza irachena, anche lui coperto dall’anonimato. Sembra che lo scopo era quello di dare vita ad una guerra civile a tutti gli effetti – fra sciiti e sunniti – che doveva durare quasi due anni, facendo migliaia e migliaia di morti, e costringendo gli iracheni a fuggire in massa dalle loro case, andando a ingrossare le fila degli sfollati e dei profughi. Un siluro degli americani a Maliki?

Adesso l’ambasciata Usa a Baghdad lancia l’allarme – e probabilmente un siluro alle ambizioni di Maliki di ottenere un secondo mandato alla guida del governo. Nel rapporto interno citato dal Los Angeles Times si avverte che “la rivelazione di una prigione segreta probabilmente comprometterebbe anche la capacità del Primo Ministro di mettere insieme una coalizione di governo in grado di sopravvivere con lui al timone". E’ questo l’obiettivo?

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