INTERVISTA DI CLAUDIO MOFFA ALL'AGENZIA IRANIANA "IRNA" IN OCCASIONE 
DEL VERTICE NUCLEARE DI TEHERAN

Pubblicato il da ipharra.over-blog.it

 

OBAMA E IL "RISCHIO NUCLEARE AL QAEDA"? BENE, PURCHE' SI FACCIA CHIAREZZA E SI RICONOSCA CHE AL QAEDA NON C'ENTRA PROPRIO NULLA CON HAMAS, HEZBOLLAH, LA RESISTENZA IRACHENA E I MOVIMENTI DI LIBERAZIONE CHE SI BATTONO CONTRO GLI ESERCITI DEI PAESI OCCIDENTALI E DI ISRAELE CHE HANNO INVASO O MINACCIANO I PAESI ARABI E ISLAMICI

La demonizzazione occidentale della giusta aspirazione iraniana
all'industria nucleare - Il ruolo centrale di Israele nei piani
di aggressione all'Iran - Bertolaso e la catena mediatica De Benedetti -
Come "si indossa la kippiah" in Italia - Cina e Russia di fronte
alle pretese degli oltranzisti occidentali 

Come valuta la nuova politica di Obama emersa nel vertice americano conclusosi ieri, e caratterizzata fra l'altro dalla minaccia di ritorsione nucleare contro l'Iran nel caso non accetti di bloccare il suo programma nucleare?

Claudio Moffa. Ho letto anch'io quelle dichiarazioni, ed è stata giusta e opportuna la reazione dell'Iran in sede ONU contro quella che comunque è stata una minaccia di ricorso alle armi nei confronti di un paese che sta operando in campo nucleare nel pieno rispetto dello Statuto dell'AIEA e del Diritto internazionale. Non esiste infatti alcuna prova che Teheran stia costruendo un arsenale atomico, lo ha detto del resto lo stesso Robert Gates, e lo dicono anche gli esperti, come in Italia uno scienziato dell'ENEA – l'ente italiano per l'energia atomica – che dichiarò un mese fa circa al Giornale Radio della RAI di Stato, che il 20% di arricchimento di uranio è una percentuale troppo bassa per poter parlare di nucleare militare. Dunque siamo alle solite: i mass media demonizzano l'Iran, cercano in tutti i modi di seminare zizzania fra Teheran e i governi occidentali esaltando alcune dichiarazioni di Obama ridimensionate poi da altre, quelle che hanno visto tre giorni fa il presidente americano tornare al tema delle sanzioni contro Teheran .

Questo vuol dire che gli Stati Uniti stanno secondo lei operando positivamente nei confronti dell'Iran? E che non c'è nessuna novità nella politica USA nei confronti di Teheran?

Claudio Moffa. Assolutamente no, la politica di Obama è aggressiva, lesiva della sovranità e dell'indipendenza dell'Iran. Innanzitutto quelle gravissime allusioni minacciose ci sono state. In secondo luogo anche la politica delle sanzioni è radicalmente ingiusta. Si cerca di ripetere il disastroso e criminale scenario dell'Iraq fino a trascinare le Nazioni Unite e la comunità internazionale verso la legittimazione di un intervento armato contro la Repubblica islamica di'Iran, che è quello cui punta da sempre Israele, l'unico paese che dovrebbe subire sanzioni in Medio Oriente per la violazione costante del diritto internazionale fin dalla nascita dello Stato ebraico nel 1948. Non credo d'altro canto che questa sia una novità nella politica di Obama perché per fare un esempio già in occasione del G20 del settembre 2009 il presidente USA fece minacce analoghe.
Semmai la novità del vertice con i 47 paesi conclusosi ieri a Washington è l'accento dato al rischio Al Qaeda. Ma si tratta di una novità dimezzata, e per questo a sua volta a rischio: Obama e i paesi che lo seguono non vanno fino in fondo

Perché dimezzata?

Claudio Moffa. Perché oltre a denunciare il rischio Al Qaeda, bisogna far chiarezza su cosa è veramente questa organizzazione e su quale direzione prendere per affrontarlo. In Occidente c'è una micidiale disinformazione attorno al tema del “terrorismo islamico”, alimentata da una politologia servile e dall'ingenuità superficiale di certo estremismo di sinistra, disinformazione della quale tutto il ceto politico si mostra completamente succube. La disinformazione consiste nell'accomunare fenomeni diversi sotto la stessa categoria del “terrorismo”, cosicché gli Stati Uniti e l'Europa continuano a includere Hamas e Hezbollah nella lista nera delle organizzazioni “terroristiche”. In realtà Hamas, Hezbollah, la resistenza irachena e quella afghana, al di là delle loro differenze interne anche forti, sono movimenti di liberazione nazionale nel senso classico del termine: essi difendono il loro paese da un'occupazione straniera, sono organizzazioni politiche “palesi” anche quando costrette alla clandestinità assoluta.

Al Qaeda è tutt'altra cosa: è un'organizzazione transnazionale e a-territoriale, e per questo ambigua e pericolosa per lo stesso mondo islamico e arabo. Al Qaeda si è scontrata ripetutamente con Hamas, Hezbollah, con la resistenza Baath in Iraq, con lo stesso Saddam Hussein ieri e con il governo iraniano oggi. Ha spesso dichiarato di voler combattere gli “ebrei e i crociati”, ma in realtà non ha mai compiuto un solo attentato contro Israele, e ha seminato morte nell'Occidente cristiano con stragi di civili come quelle di Londra del 2004, nei giorni in cui il governo Blair, secondo la stampa britannica, stava esaminando la possibilità di ritirarsi dall'Iraq. Al Qaeda è rimasta immobile quando gli anglo-americani hanno invaso l'Iraq nel 2003, per poi compiere una catena di attentati terroristici appena rovesciato il governo di Bagdad ma … contro diversi paesi arabi!
In breve, e senza continuare con esempi e dati, credo che Al Qaeda – nonostante la complessità della situazione afghana, dove comunque le truppe occidentali continuano a far stragi di civili invece di trovare una soluzione politica – sia la longa manus di chi in Occidente vuole favorire lo scontro di civiltà fra mondo islamico e mondo cristiano. Non si può non pensare – come nel caso dell'11 settembre – al Mossad e a Israele. Ecco perché la svolta di Obama è “dimezzata”: il presidente americano e tutti i leaders occidentali dovrebbero cominciare a fare outing come Blair davanti alla Commissione d'inchiesta, dovrebbero dire chiaro e tondo quel che ha detto un leader moderato come Erdogan: che è Israele la vera minaccia per la pace in Medio Oriente, e che gli interessi e le opzioni di Israele non coincidono con gli interessi
nazionali dei paesi europei e degli Stati Uniti.

E perché non lo fanno?

Claudio Moffa. Per debolezza, per organicità completa col sionismo, o per calcoli “tattici” alla fine perdenti e autolesionisti. Per brevità, dico solo che in generale esistono due modi di “indossare la kippiah” in Occidente, uno organico e uno strumentale. In Italia alla prima categoria appartiene ad esempio una parte del PD espressione della “sinistra finanziaria” e, nel centrodestra al governo, la fronda Finiana anti Berlusconi, alleate e supportate entrambe dalla catena editoriale del nemico storico del Presidente del consiglio, l'ing. De Benedetti. Alla seconda – gli “strumentali” – gli avversari di Fini. Le dichiarazioni di Berlusconi in Israele non sono servite a placare l'assedio della stampa cosiddetta “progressista” nei suoi confronti: appena tornato in Italia la catena di De Benedetti guidata da Repubblica, gli ha rovesciato addosso il fango del capo della Protezione civile, un funzionario di levatura eccezionale che ha affrontato con altissimo senso della professionalità le emergenze rifiuti a Napoli e terremoto all'Aquila.
Negli Stati Uniti una dialettica simile è quella fra Obama e la Clinton, il segretario di stato concorrente di Obama nelle primarie di due anni fa, e che durante quella campagna elettorale fece una velenosa battuta su Kennedy per cercare di vincere la corsa alla candidatura per la Casa Bianca.
Ma ovviamente non ci si può consolare con l'esaltazione di queste divergenze pur molto importanti. Il problema è parlar chiaro su Al Qaeda: come è possibile che un attentato così preciso, altamente tecnologizzato come quello dell'11 settembre, sia stato compiuto senza un supporto di servizi segreti occidentali, quelli israeliani compresi? Come è possibile pensare che Al Qaeda abbia le capacità tecniche per compiere attentati atomici?

Che funzione possono avere Russia e Cina di fronte alla politica ostile dell'Occidente verso l'Iran e il mondo musulmano?

Claudio Moffa. Sicuramente una funzione molto importante, visto che entrambi i paesi siedono al Consiglio di Sicurezza e vista la loro importanza economica e diplomatica nello scenario mondiale. Esistono differenze fra le due politiche – quella cinese sembra seguire logiche più propriamente economiche, quella russa è anche se non soprattutto politica e geopolitica: non a caso Putin, il presidente che ha fatto fuori la famiglia finanziaria russo-israeliana dell'era Eltsin, è odiato da tutta l'intellighentzia filo sionista occidentale – ma entrambe convergono verso quello che è definibile come il nuovo bipolarismo che ha preso il posto del vecchio bipolarismo Est-Ovest. Per essere più precisi: un nuovo multipolarismo che ha messo la parola fine all'unilateralismo a due teste - USA-Israele – ancora forte fino a qualche anno fa. Un assetto geopolitico di cui fanno parte anche paesi “medi” molto importanti come il Venezuela di Chavez, essenziale per creare spazi di resistenza e di difesa della democrazia internazionale, e dunque molto importante. Rispetto al quale brilla per la sua assenza e la sua impotenza l'Europa, un continente che sembra non avere più alcuna autonomia e capacità di elaborazione di una politica estera propria, confacente ai propri interessi strategici e non a quelli degli Stati Uniti e di Israele.

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