Intervista ad Hosseyn Morelli, portavoce dell'Associazione Islamica Imam Mahdi

Pubblicato il da ipharra.over-blog.it

di Federico Cenci

Da: agenziastampaitalia

In questi giorni le attenzioni dei media occidentali si stanno concentrando su alcune zone del medio oriente. In alcuni paesi islamici sembra essersi propagata una sindrome di rivolta popolare che sta tallonando regimi considerati dispotici, che tuttavia vantano, in certi casi, un rapporto d’amicizia e di collaborazione con molte democrazie d’occidente. I mutamenti ai vertici del governo egiziano in particolare comporteranno un ridisegnamento geopolitico sui cui sviluppi gli analisti stanno attualmente spendendo previsioni talvolta contrastanti tra loro. 
Agenzia Stampa Italia ha contattato Marco Hosseyn Morelli, portavoce dell’Associazione Islamica Imam Mahdi (AJ) in Italia, per conoscere una sua opinione su questi recenti eventi e su altre questioni che infiammano il medio oriente. Un’opinione, quella di un esponente di una comunità sciita, non filtrata dal pregiudizio occidentale alimentato dalla retorica atlantica dello scontro di civiltà. 

Gentile Hosseyn Morelli, che idea si è fatto dei tumulti che infiammano le strade di alcuni paesi del medio oriente? Quali sviluppi potrebbero generarsi prossimamente e in che modo inciderebbero sui rapporti tra l’occidente e i paesi colpiti dalle rivolte?
 
Col Nome d'Iddio. Che gran parte dei paesi del mondo arabo-islamico siano diretti da dittature laiche o laiciste, nella quasi totalità supportate e foraggiate dai governi democratici occidentali, non è un mistero per nessuno. Si tratta in gran parte di sistemi, guidati da diversi decenni da clan o famiglie, oppressivi verso le rispettive popolazioni e particolarmente servili verso le potenze occidentali, Stati Uniti in testa, e nella maggior parte collaborazionisti - pubblicamente o in privato - con il regime di occupazione di Israele. E' quindi naturale ed estremamente positivo che le popolazioni del Nord Africa e del Vicino Oriente si sollevino e provino a rovesciare questi troni. E’ però chiaro che al contempo gli Stati Uniti cercano di orientare e incalanare queste ribellioni, prive di vere guide e movimenti militanti ben organizzati, per salvaguardare i propri interessi e strategie. La maggior parte dei dittatori di questi paesi hanno superato i settanta anni, ed una loro improvvisa scomparsa potrebbe comportare degli stravolgimenti imprevisti all'interno di ogni paese, con ripercussioni in tutta l'area. Un'area, ricordiamo, di enorme interesse economico, politico e strategico. Come diversi analisti hanno evidenziato, i funzionari USA già da tempo avevano rinsaldato i legami con i vertici militari di molti paesi oggi oggetto di rivolte e ribellioni, pianificando la presa del potere da parte di queste giunte militari fedeli all’Occidente, assicurandosi così che il servilismo nei propri confronti continui, e al contempo pubblicamente mostrando il volto, ma sarebbe più corretto dire la maschera, della potenza democratica sempre attenta alle richieste di libertà delle popolazioni del mondo. Gli sviluppi di questi cambiamenti, in certi casi veri e propri golpe militari, dipenderanno molto dalla piazza e dalle popolazioni. Se i popoli rivoluzionari saranno determinati e saggi, non cadranno nel tranello statunitense, e invocheranno dei governi davvero liberi e popolari, il ché potrebbe mutare completamente la mappa del Vicino Oriente e del Nord Africa. Ma se ci sarà un semplice cambiamento di volti e nomi, non credo che i rapporti di sudditanza di questi paesi verso i paesi neocolonialisti subiranno bruschi cambiamenti.
 
Alcuni paesi occidentali, così solerti nel difendere regimi considerati tirannici come quelli di Ben Ali in Tunisia o Mubarak in Egitto, sono, al contrario, estremamente severi e puntuali quando c’è da condannare l’operato di altri governi mediorientali. Secondo lei a cosa è dovuta questa differenza nel metro di giudizio?
 
La questione è essenzialmente di natura politico-economica, e poco ha a che vedere con presunte sensibilità dei governi liberal-democratici verso questioni quali i diritti umani, le libertà individuali, la democrazia. Quando i regimi sono dittatoriali, spietati, sanguinari, ma servili verso i governi occidentali e i loro interessi, vengono tollerati, supportati e spesso perfino elogiati pubblicamente. Quando però vi sono governi indipendenti e sovrani, come ad esempio la Siria o la Repubblica Islamica dell'Iran, paesi neocolonialisti come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, con il seguito dei paesi ad essi asserviti, iniziano una demonizzazione in campo mediatico, pressioni economiche, minacce militari, sabotaggi diplomatici.
 
A proposito di interessi occidentali in medio oriente, il presidente americano Obama ha duramente condannato Hezbollah indicandolo come movimento colpevole di aver fatto cadere il governo libanese Saad Hariri. Qual è la situazione in Libano? Quali le reali cause della caduta del governo?
 
La situazione in Libano, che si è ben delineata ormai da diversi anni, e precisamente all'indomani dell'attentato al Primo Ministro Hariri avvenuto il 14 febbraio 2005, è piuttosto chiara. Lo scenario politico è diviso essenzialmente in due blocchi, che vedono da una parte i partiti e movimenti che difendono l’indipendenza, sovranità e interessi del paese (e che non comprende solo gli sciiti di Hezbollah e Amal, ma partiti e movimenti di vario orientamento, come ad esempio i cristiani di Aun, il Partito Comunista e a ‘fasi alterne’, i drusi di Jumblat) e dall’altro movimenti legati a doppio filo agli USA, alla Francia e perfino a Israele (come il partito di Saad Hariri e quello di Samir Geagea). Il motivo reale della caduta del già precario governo guidato da Hariri figlio è la sua totale suddistanza ai voleri di Washington, ed in particolare la supina accettazione delle richieste del Tribunale Internazionale che indaga sulla morte dell’ex premier libanese. Questo Tribunale ha già dimostrato ampiamente di non operare in modo libero e indipendente per accertare le cause e soprattutto gli autori e mandanti di quell’attentato, ma è piuttosto uno strumento politico degli Stati Uniti per incolpare e infangare l’unico movimento che è riuscito a sconfiggere militarmente Israele: Hezbollah. Il fronte patriottico aveva piu’ volte ammonito Hariri e alleati che, se invece dell’accertamento della verità e gli interessi nazionali, avessero dato preminenza alle richieste dell’amministrazione USA, ciò avrebbe portato alla caduta del governo. Questo è ciò che è puntualmente avvenuto, quando Hariri, invece di accettare il dialogo con le forze dell’opposizione, ha preferito chiudere la porta ad ogni trattativa proprio durante il suo viaggio negli Stati Uniti per consultazioni con il presidente Obama.
E’ quindi normale che gli Stati Uniti accusino Hezbollah per la caduta del governo, poichè il movimento di resistenza nazionale guidato da Seyyed Nasrallah rappresenta il principale oppositore ed ostacolo alla politica di dominio e controllo statunitense del Libano. 
 
Facendo un passo indietro negli anni, a suo parere quali sono state le motivazioni che hanno spinto gli USA a muover guerra, nel 2003, al regime di Saddam Hussein in Iraq? Qual è oggi la situazione irachena?
 
Alla base dell’aggressione anglo-americana all’Iraq vi sono una serie di fattori: ovviamente la volontà di impossessarli delle ricchezze naturali di questo paese, petrolio in primis; la posizione importante che esso ricopre nell’area, ed in particolar modo la vicinanza geografica con la Repubblica Islamica dell’Iran, nel tentativo di accerchiamento del governo di Tehran; ma soprattutto l’indebolimento, oserei dire il quasi annullamento, di una potenza regionale nell’ottica del mantenimento della supremazia di Israele su tutta l’area. In ultimo, ma non per ordine di importanza, va ricordato come l’Iraq ricopra, secondo diverse forme tradizionali e religioni, un’importanza anche escatologica rispetto ai destini ultimi del mondo. Non è casuale l’accanimento riservato all’Iraq da parte di Gran Bretagna, Stati Uniti e Israele, con operazioni davvero disumane: pensiamo solo al criminale embargo economico imposto dopo l’aggressione al 1991. O agli stessi nomi, spesso di carattere ‘biblico’, scelti per le aggressioni. 
La situazione attuale, sia a livello sociale che politico, è molto difficile. Le potenze occupanti, con anni di operazioni coperte e attentati terroristici attribuiti a questo o quel gruppo, sono riuscite a creare delle forti e profonde divisioni all’interno del tessuto sociale. Il governo è fortemente limitato dalle pressioni e ingerenze statunitensi. La popolazione, nonostante le ingenti ricchezze naturali sotto il suolo su cui cammina e vive, è spesso priva dei piu’ elementari servizi. La povertà e la disoccupazione sono diffusissime. 
 
Spostandoci al confine con l’Iran, qui in occidente si fa un gran parlare di alcune questioni relative alla politica del presidente iraniano Ahmadinejad (nucleare e pena di morte su tutte). Qual è il suo punto di vista riguardo il regime iraniano? Quali questioni sono state omesse o mal riportate dai media occidentali, soprattutto riguardo le attuali manifestazioni della cosiddetta "onda verde"?
 
Il "regime" iraniano è terminato 32 anni fa con la cacciata dello Shah, quello stesso regime oppressivo e dittatoriale coccolato e rimpianto ancora oggi dall'Occidente democratico. Da allora, all'indomani della Rivoluzione guidata dall'Imam Khomeyni, è sorta una Repubblica Islamica che ha tenuto regolarmente elezioni e tornate elettorali: dieci per le presidenziali, otto per il parlamento. Tutti i responsabili politici del paese, anche la stessa Guida, Ayatullah Khamenei, vengono direttamente o indirettamente eletti dalla popolazione. 
L'Iran è un paese che, seppur con contraddizioni e problemi, cerca di coniugare la modernità, la tecnologia, senza rinunciare alla propria identità e cultura islamica. Ma la realtà è comunque totalmente differente rispetto a quello che ci viene propugnato dai governi e mass-media occidentali, o da alcuni dissidenti spesso prezzolati presentati come la ‘voce del popolo oppresso’. 
Rispetto ai due temi da lei citati, ad esempio, ovvero il progetto di sviluppo nucleare che ricordiamo ha fini esclusivamente civili, era già presente anche nei governi precedenti quelli di Ahmadinejad, come durante quello del ‘rimpianto’ Khatami. Qui da noi, il Presidente del Consiglio da anni parla della volontà di sviluppare energia nucleare per scopi civili. C’è stato forse un solo governo o politico che lo ha accusato di progettare la costruzione della bomba atomica?
Mentre per quanto riguarda l’applicazione della pena di morte per casi specifici (come ad esempio in caso di stupro, omicidio volontario o traffico di quantitativi ingenti di stupefacenti), riguarda la magistratura, che è assolutamente indipendente dal potere esecutivo. 
Per quanto riguarda le manifestazioni di “dissidenti”, ogni paese ha al proprio interno persone e gruppi che criticano il governo in carica o persino l'intero ordinamento che lo sorregge. Questa cosiddetta "onda verde", che è un agglomerato di movimenti e individui dagli orientamenti più disparati e spesso contrastanti fra loro, dai nostalgici monarchici ai comunisti, dalla borghesia senza identità e ideologia ai nazionalisti xenofobi, rappresenta una fetta estremamente minoritaria nel complesso della popolazione. Gli Stati Uniti ed il sionismo internazionale, attraverso i loro canali, amplificano a dismisura la sua portata. Le manifestazioni di qualche migliaio di persone in una città con più di 10 milioni di abitanti come Tehran vengono presentate come l’espressione della “popolazione che si ribella al regime degli Ayatollah”, ma quando in tutto il paese milioni e milioni di persone, di ogni età, sesso e ceto sociale, scendono per ribadire la loro fedeltà alla Repubblica Islamica, ai suoi valori, ai suoi obiettivi ed alla sua Guida, come l'11 febbraio scorso in occasione del 32° anniversario della Rivoluzione Islamica, cala un silenzio assordante.  
 
Il dialogo tra religioni è da molti considerato l’antidoto alle diffidenze reciproche. Non tutti sanno o ricordano che in questo senso, durante il mese di ottobre scorso, Ahmadinejad ha svolto un importante gesto. Vuol parlarcene?
 
Lo scorso ottobre il Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran ha scritto per la seconda volta - come già fece peraltro nel 1980 l'Imam Khomeyni - al Pontefice, nel tentativo di avvicinare i credenti cristiani e musulmani di fronte al tentativo di Israele di creare contrapposizioni e conflitti tra i seguaci delle due maggiori religioni nel mondo. Nelle due missive Ahmadinejad ricordava e sottolineava a Benedetto XVI anche i molti punti su cui concordano le due fedi, ed il vasto terreno comune sul quale hanno il dovere di cooperare per sconfiggere l’oppressione, l’ingiustizia, le discriminazioni e l’odio, cercando di porre congiuntamente un freno al declino della società umana, preda delle passioni più basse, dell’individualismo e del materialismo, e avvicinare l’umanità agli insegnamenti celesti e divini, facilitare il cammino spirituale, lo scopo dell’esistenza.
 
Lei ritiene che "il declino della società umana", a cui ha fatto riferimento il leader iraniano in quella lettera, sia anche la causa dell’indifferenza di un gran parte dell’opinione pubblica occidentale verso quanto avviene in Palestina?
 
L'indifferenza verso Dio, il non considerarLo come il fondamento della propria vita, il relegare la religione a un mero fatto simbolico o abitudinario (come può essere l'andare a messa due volte l'anno, a Natale e Pasqua), fa sì che l'occidentale medio si preoccupi solo del proprio benessere materiale senza curarsi delle sofferenze degli altri, che si tratti del vicino di casa o dell'abitante di Gaza sottoposto continuamente alle violenze ed al terrore di Israele. Naturalmente vi sono minoranze, anche non religiose, ma che hanno particolare sensibilità verso la giustizia e gli oppressi del mondo, che cercano invece di svegliare questa coscienza assopita nei propri connazionali, ‘addormentata’ dai mezzi di informazione, che sono quasi totalmente sotto il controllo della lobby sionista.
 
Su quali basi, a suo parere, può essere costruita una pace in medio oriente?
 
La pace in Medio Oriente non può prescindere da alcuni fatti: la fine di ogni ingerenza anglo-statunitense negli affari interni dei paesi della regione; la libertà per queste popolazioni di scegliersi governi conformi alle loro aspirazioni, cultura e identità; il ritiro della presenza militare straniera e soprattutto lo smantellamento del regime razzista e occupante di Israele. Ricordiamo che il cosiddetto Stato di Israele è nato nel 1948 attraverso la pulizia etnica, il terrorismo e la deportazione forzata di centinaia di migliaia di palestinesi, cacciati dalle loro città per far posto a milioni di ebrei proveniente da altre regioni del mondo. La presenza di questo corpo estraneo, aggressivo ed espansionista è la causa di decenni di conflitti, tensioni e dolore in tutta la regione. La formazione di un unico Stato dove possano convivere musulmani, cristiani ed ebrei autoctoni, che rimpiazzi questa entità razzista e coloniale che propugna uno Stato per soli ebrei, è l'unica soluzione razionale e giusta per una pace reale.
 

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