Intervista a Claudio Moffa sulla Libia

Pubblicato il da ipharra.over-blog.it

Da: Laboratorio Forza Uomo

Filippo Romeo per il Laboratorio Forza uomo incontra Claudio Moffa per sapere la verità, quella scomoda, sulla vicenda Libia.

di Filippo Romeo.

Claudio Moffa è professore ordinario di Storia delle Relazioni Internazionali all’Università di Teramo. E’ autore di molti libri e saggi, e si é occupato in particolare di Libia, con scritti recenti riguardanti il Trattato italo-libico del 2008 e datati, per articoli e riviste specializzate. Ha curato tra l’altro il numero di Quaderni Internazionali dedicato alla “Libia di Gheddafi”, con saggi e interventi – oltre al suo, dedicato agli aspetti etnici e militari della “rivoluzione” del 1969 – di diversi docenti universitari, giornalisti e specialisti, come Piergiovanni Donini, Enzo Santarelli, Biancamaria Scarcia Amoretti, Igor Man, Valentino Parlato, Arminio Savioli e altri.

Gentile Professore, l’immediata azione militare contro la Libia a poche ore dal varo della risoluzione 1973 da parte del consiglio di sicurezza, è avvenuta  in violazione dell’art 2 com 3 della carta delle nazioni unite che afferma che: “ I Membri devono risolvere le loro controversie internazionali con mezzi pacifici, in maniera che la pace e la sicurezza internazionale, e la giustizia, non siano messe in pericolo”,ovvero avvalendosi della diplomazia prima di passare all’uso della forza. Tale attacco avvenuto in maniera così repentina, ha chiaramente lasciato intendere che Francia Inghilterra e Stati Uniti più che preoccuparsi di questione umanitarie, nutrano interessi di natura geopolitica. Se Lei è d’accordo con tale valutazione, potrebbe delinearci quali siano questi interessi?

L’illegittimità dell’attacco alla Libia è a mio avviso ancora più radicale, per due motivi: il primo è che, nonostante quanto accaduto dagli anni Novanta ad oggi, l’ONU può intervenire secondo la lettera della sua Carta solo nei conflitti tra Stati e non in quelli interni agli Stati; il secondo è che in base agli articoli 42 e 43 interni al Capitolo VII richiamato dalla risoluzione 1973 del 167 marzo – quella che ha istituito la cosiddetta no-fly zone – è il Consiglio di sicurezza a dover coordinare l’intervento e non gli Stati singolarmente presi. Dunque, per fare un esempio, intervento legittimo è quello in Libano, dove i Caschi blu costituiscono una forza di interposizione tra Israele e il Libano e agiscono sotto la bandiera delle Nazioni Unite; intervento illegittimo è quello in Libia dove è in atto una guerra civile che vede confrontarsi due parti della popolazione libica, e gli Stati agiscono senza coordinamento ONU.

Ora, è evidente che quella di Libia non è la prima guerra illegittima che l’ONU avalla contro i principi della sua stessa Carta. Tutto è iniziato in realtà nel ‘91, con la prima guerra contro l’Iraq e la prima no-fly zone assolutamente inventata dagli angloamericani dentro una risoluzione – la 688 – che parlava solo e semplicemente di “assistenza umanitaria”. Ma prima di allora, per circa 45 anni, grazie all’equilibrio di fatto tra i due blocchi (questa annotazione è indipendente dal giudizio sull’uno o sull’altro blocco, è una dato di fatto) mai l’ONU era intervenuta contro uno Stato suo membro in difesa di una insorgenza interna a quello stesso Stato: così nel Congo della guerra civile e del Katanga, così nella enorme ribellione del Biafra in Nigeria, o nelle rivolte nella Costa d’Avorio. Ovunque valeva la regola della non ingerenza e della difesa dell’integrità dello Stato membro, con la sola eccezione dei “popoli coloniali” – cioè delle colonie che non avevano ancora acquisito l’indipendenza – e degli Stati razzisti, Sudafrica e Rhodesia, in coerenza con la lettera della carta dell’ONU. 

 

Come si spiega allora la svolta degli anni Novanta?

Sullo sfondo c’è la scomparsa dell’Urss e la fine dell’equilibrio bipolare, con gli Stati Uniti che monopolizzano il Consiglio di Sicurezza, a fronte di una Russia di Eltsin a pezzi e sottoposta al dominio della famiglia finanziaria dei vari Berezovsky, Gusinsky, Khodorovsky, tutti potenti managers e speculatori che solo più tardi Putin riuscirà a eliminare politicamente e economicamente. Ecco dunque che – nella linea d’onda stigmatizzata in Italia da Arangio Ruiz e in Francia da Monique Chemillier Gendrau – “le categorie del diritto internazionale”, ha scritto quest’ultima, vengono “fatte a pezzi” e Il tradizionale “dominio riservato” degli Stati sovrani – gli “affari interni” – comincia ad essere violato attraverso tre nuove categorie-principi. Il primo è il “principio di autodecisione, che cessa di essere ancorato alla decolonizzazione, e diventa un grimaldello per balcanizzare e indebolire fino alla loro scomparsa gli Stati esistenti, vedi la Yugoslavia. Il secondo è  “genocidio”, che  dilaga in tutti gli Stati e tra tutti i i Popoli “cattivi” della nuova era: Milosevic e i Serbi, Saddam e i sunniti iracheni, gli Hutu e solo gli Hutu, tutti sono “genocidi” e tutti dunque vengono rinviati a giudizio, in “Tribunali” nazionali o nei famigerati Tribunali ad hoc degli anni Novanta. Autodecisione e genocidio comportano poi la “necessità” dell’intervento esterno, grazie a un terzo principio tipicamente colonialista (anche nell’Ottocento c’erano motivi umanitari per intervenire in Africa, ad esempio la Tratta orientale di schiavi o lo schiavismo in Etiopia), il cosiddetto “diritto di ingerenza umanitaria”, applicato dal forte e dunque “buono” nei confronti del debole e dunque “cattivo”.

 Dietro tutto questo, attenzione, c’è il ruolo dei mass media lobbisti di tutto il mondo, che si inventano genocidi dove non ci sono, per poter giustificare una interferenza esterna che sarebbe stata impossibile nella fase di transizione dal vecchio al nuovo diritto internazionale, senza una enfatizzazione-invenzione della insostenibilità e della criminalità del regime da combattere e rovesciare. In sostanza, negli anni Novanta accade a livello internazionale – come sempre insisto –  quello che è accaduto in Italia con Tangentopoli: in Italia l’alleanza stampa lobbista-giudici ha ammazzato i Partiti della prima Repubblica; a livello mondiale l’alleanza tra media lobbisti e apparato dell’ONU e leaderships occidentali, ha ammazzato gli Stati sovrani sorti dalla decolonizzazione o dalla seconda guerra mondiale. Un trend che è durato fino al mandato di cattura contro il presidente sudanese Al Bashir, che esente peraltro dalla ormai spuntata arma dell’accusa di “genocidio”, sta ancora al suo posto: giustamente, vista la faziosità della Corte Penale Internazionale.

Più in particolare, può spiegare perché sarebbe  illegittima la no fly zone?

Il motivo più profondo è quello che ho richiamato prima: in Libia c’è una ribellione di una parte della popolazione al regime a sua volta sostenuto da un indubbio consenso popolare nella regione occidentale del paese. Dunque si tratta di un conflitto interno. Ora, il capitolo VII cui si richiama la risoluzione 1973 riguarda invece, chiaramente, un conflitto tra Stati:  esso inizia infatti con la necessità di accertamento da parte del Consiglio di Sicurezza “di una minaccia alla pace, di una violazione alla pace, o di un atto di aggressione” (art. 39); difende più avanti, all’articolo 51 “il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite”, cioè di nuovo uno Stato; e fa riferimento, all’art. 40, alle “parti interessate” del conflitto, locuzione reiterata in tutta la Carta e dunque interpretabile solo alla luce dell’excursus normativo complessivo della Carta stessa, e dei suoi principi generali.

Da questo punto di vista il capitolo in oggetto è consequenziale, non solo numericamente ma anche logicamente, al Capitolo VI, a sua volta relativo alla “soluzione pacifica delle controversie”, fallita la quale entrano evidentemente in gioco i dispositivi di cui ai successivi artt. 39-51 ex cap. VII; ma “le parti di una controversia” di cui all’inizio-art.33 del capitolo VI, non possono essere altri che gli Stati: e questo perché, se non altro, il successivo art. 36 che fa riferimento esplicito all’art. 33, prevede al comma 3 il deferimento delle controversie giuridiche fra le “parti” alla Corte Internazionale di Giustizia, la quale a sua volta è competente ex art. 34, comma 1 del suo Statuto solo per i contenziosi fra Stati.

Il discorso così si chiude: il capitolo VII riguarda relazioni fra Stati e non fra parti di uno stesso Stato; tutte le risoluzioni dell’epoca postbipolari che esulano da questo dettato sono illegittime, e con esse i dispositivi che violano lo spazio territoriale o aereo degli Stati membri dell’ONU. Tale è la no fly zone,  anche quella contro la Libia.

Autorevoli studiosi di questioni internazionali sostengono che l’attacco alla Libia era stato programmato ancor prima che scoppiassero le rivoluzioni nell’area del maghreb, lei non crede che  forse questi sconvolgimenti siano stati precedentemente pianificati col fine di sferrare un attacco alla Libia stessa?

Tra la tesi di chi vede nei sommovimenti in atto nel mondo arabo solo un complotto dei Rothschilds contro le banche islamiche a basso tasso di interesse, o di Israele  e dei suoi alleati occidentali, e dall’altra parte chi vi vede solo luminose marce verso la democrazia, credo che sia opportuno scegliere una via di mezzo: non solo perché i paesi in crisi più o meno aperta sono collocati in modo diverso nello scacchiere mediorientale e dei suoi conflitti – il rovesciamento di Assad e di Gheddafi  sarebbe un buon colpo per Israele, quella dello sceiccato del Bahrein sarebbe al contrario una vittoria della democrazia e dell’Iran – ma anche perché, una volta messa in moto la macchina della ribellione, non è detto che chi pretende di usarla per i propri scopi controlli alla fine tutto: guardiamo all’Egitto. Dopo le dimissioni di Mubarak sembrava che tutto si fosse fermato, e invece giusto oggi la stampa paventa il pericolo di una alleanza tra Fratelli musulmani e Esercito, e dunque uno slittamento del paese fino a pochi mesi fa organicamente legato ad Israele, verso una alleanza con l’Iran, la cui flotta come noto ha attraversato nel febbraio scorso il canale di Suez e naviga ormai nel Mediterraneo.

Certo, tutto questo non offre garanzia di un rinnovamento vero e di una alleanza delle forze e dei paesi del Medio Oriente che si oppongono a Israele e ai suoi alleati in Occidente: Iran e Libia si confrontano esattamente con gli stessi nemici, eppure non sono con ogni evidenza in buoni rapporti. Potrebbe darsi che un domani, un Egitto sensibile ai richiami della ribellione cirenaica possa creare un nuovo pericolosissimo fronte di attrito con la vicina Tripoli, un po’ come accadde con la guerra Iran-Iraq degli anni Ottanta. Ma tra questo rischio è la sua realizzazione c’è di mezzo la possibilità della “Politica”. Insomma nulla è definito, tutto può accadere: e d’altro canto l’Iran di Ahamedinejad non è lo stesso di Khomeiny anche se ne raccoglie il messaggio. Inoltre  Gheddafi ha attaccato Al Qaeda, a ragione, e Al Qaeda non ha nulla a che vedere con Teheran, anzi è nemica degli iraniani come da suo identikit per il quale l’organizzazione binladenista ha sempre minacciato azioni contro “crociati ed ebrei” ma mai ha compiuto un solo attentato contro Israele, mentre ha seminato morte tra i cittadini europei che ovviamente non erano e non sono crociati, con le sue bombe stragiste.

Insomma, il nemico comune dell’Iran e della Libia non è tanto l’Occidente, quanto l’oltranzismo occidentale sostenuto e alimentato da Israele e dalle sue lobbies: Sarkozy è stato la punta di lancia dell’aggressione a Tripoli, ed è uomo fino in fondo di Israele, così come Cameron di cui recentemente si è lanciato il messaggio – che ovviamente è una balla, ma quel che conta è appunto il significato simbolico della “notizia” – che discenderebbe nientepopodimeno che da Mosé. Ora, gli iraniani spesso attaccano la Gran Bretagna assai più degli Stati Uniti. Insomma, il conflitto e l’incomprensione tra Iran e Libia può anche svilupparsi, ma esistono anche le condizioni perché ciò non avvenga. E’ sbagliato l’ottimismo come il fatalismo pessimista.

Ritiene plausibile che gli Stati Uniti con la guerra in Libia intendano creare un avamposto sul mediterraneo che gli permetta di poter effettuare un controllo sull’eurasia e un avanzamento all’interno del continente africano?

Francamente no: non credo che il via alla guerra l’abbia voluto Obama. E’ chiarissimo il segno sionista dell’aggressione alla Libia, solo i ciechi e i disonesti possono non vederlo, buttandola come al solito sul ben più tranquillizzante antiamericanismo. E’ facile essere antiamericani e attaccare il re tentenna Obama, che un giorno fa il duro e dà retta alla Clinton e l’altro no perché ascolta Gates. E’ difficile invece, e rischioso, semplicemente citare l’intervista di Shimon Peres in Svizzera, che nei giorni della rivolta in Siria elogiava le “rivoluzioni” arabe; è rischioso citare la denuncia di Damasco dell’arresto di agenti del Mossad nelle piazze dei rivoltosi siriani; o citare e ricordare la irresistibile ascesa di Sarkozy all’Eliseo, un Presidente eletto con il concorso e il sostegno, attivo e costante della lobby pro israeliana francese e americana:  un presidente dunque che il solito superficiale e furbo opinionismo occidentale ha salutato come un nuovo De Gaulle, ma che di de Gaulle non ha proprio nulla, a cominciare dall’orgoglio di essere un vero francese, come tale difensore dei popoli arabi e non suo aguzzino.

Pericoloso potrebbe essere inoltre far circolare il libro di Blanrue su gli Ebrei Israele e Sarkozy. Blanrue ricorda la partecipazione del Sarkozy alle festività ebraiche, non se ne perde una tra il Purim, la Pesach e l’Hannakah. Le Figaro ha parlato di lui come di una Sayan-grande spia del Mossad. Bene, sono queste le cose che fanno paura a dirsi, e non solo da parte del giornalismo più o meno “professionale” nostrano, ma anche se non soprattutto da parte dei cosiddetti “rivoluzionari” di destra e di sinistra. Se la fanno tutti sotto a parlare di come stanno le cose quando c’è di mezzo Israele: e allora meglio un liberale o un cattolico conseguenti che questi insopportabili cialtroni di sinistra e di destra, che riescono a combinare il loro silenzio sull’evidentissimo ruolo del sionismo nella guerra di Libia con i loro anatemi e slogan astratti contro un sionismo senza tempo e senza luogo, un sionismo ridotto alla mera occupazione della Palestina, un sionismo privo di progetto culturale: questa gente sa solo sparlare per nascondere la propria codardia civile e intellettuale, e fare gli eroi solo contro Obama, a favore delle “masse proletarie” o della “nazione”, di Stalin o di Mussolini, simboli di un passato che in realtà appartiene solo alla Storia e che invece vengono usati come ricettacoli di piagnistei amarcord per deviare l’attenzione dei giovani dai problemi e dalle opzioni di oggi, connesso coraggio incluso.

Di fronte a questo scenario, quali potrebbero essere le ripercussioni geopolitiche per l’Italia?

Sono di quelli che credono che la guerra di Sarkozy è stata anche contro l’Italia e l’ENI. C’è dietro la Total francese; c’è dietro una politica estera di Berlusconi che al di là dei baci sull’anello o delle dichiarazioni verbali, dà fastidio all’oltranzismo occidentale Israele compreso, vedi Putin, il Southstream e appunto la Libia; e c’è, perché no, un po’ di invidia. L’invidia è un sentimento facitore di politica eccome. L’assassinio di Sankarà “il bello”, e suonatore di chitarra nei locali di Accra e Ouagadougu assieme al ghaniano Jerry Rawlings,  da parte di Compaoré, richiama oltre che gli scenari della lotta “di classe” o di quella al signoraggio, anche queste miserie umane: questo perché qualsiasi Potere forte utilizza di tutto pur di sconfiggere i suoi nemici, anche le guerre civili, gli odi interetnici e gli odi e antipatie personali. Mi dilungo un po’: qualche settimana fa Dagospia titolò un suo divertente articolo con un nano papi riferito a Berlusconi e un nanoleone riferito a Sarkozy. Al di là del fatto che il D’Agostino è forse troppo cresciuto alla scuola di Vincino ai tempi di LC – quando Vincino amava disegnare la gobba di Andreotti per fare “satira” – al di là di questo insistere sulla bassa statura fisica, i due attributi sono sbagliati: Sarkozy non è un nanoleone, ma come dimostra tutta la sua carriera, che D’Agostino farebbe bene a conoscere, è un nanoservo di Israele e del sionismo. Anche per questo ha scatenato la guerra alla Libia di Gheddafi.

Quanto all’Italia, la prima conseguenza evidente è sul fronte dell’immigrazione, siamo tornati ai “bei tempi” dell’immigrazione facile sostenuta dalla sociologia posta marxista sedicente “progressista” e dalla Caritas. Ma per fare un bilancio completo bisogna aspettare, c’è già in ballo un incontro con Sarkozy su questo argomento, e una situazione in pieno movimento dopo il passaggio del comando delle operazioni alla NATO, una mossa che peraltro è stata fortemente voluta dal Presidente del Consiglio italiano per bloccare i furori antigheddafisti del nanoservo, visto che un ritorno al Consiglio di Sicurezza per invertire la tendenza della guerra, sarebbe stato impraticabile in ragione del diritto di veto di Parigi e di Londra.

A proposito della NATO, la Turchia pur essendone un membro, da un po’ di tempo a questa parte e in particolar modo dopo l’elezione di Erdogan, sta agendo in modo disorganico rispetto alle linee politiche dell’Alleanza Atlantica. Questo perché lo stato turco assurge a ricoprire un ruolo di potenza regionale. Quali potrebbero essere gli effetti di uno stravolgimento geopolitico per l’importanza della Turchia nella regione?

 

La svolta di Ankara ha portata storica. Il kemalismo era un’emanazione della massoneria europea dentro l’Impero Ottomano, del quale le potenze dell’epoca  agognavano la fine per una serie di motivi che includono anche l’obbiettivo del sionismo – un obbiettivo dunque plurisecolare e non risalente alla nascita ufficiale del movimento con Herlz e il Congresso di Basilea del 1897 – di un “ritorno a Gerusalemme”. Per questa sua consonanza radicale col sionismo e la massoneria europea, la Turchia pre-Erdogan è sempre stata solida alleata di Israele. Ora questa amicizia si è rotta, e in Medio Oriente sta cambiando tutto: la rottura Ankara-Tel Aviv è stato l’ennesimo colpo duro per Israele e la sua arroganza politica e militare dal giugno 2006 ad oggi: la vittoria di Hezbollah nel 2006, la resistenza di Hamas nella guerra di Gaza del 2009, il fallimento di tutte le minacce contro il legittimo progetto nucleare iraniano, dirette o per interposti Stati Uniti sono segnali evidenti di una crisi di Israele da una parte e dall’altra di un rafforzamento della Turchia di Erdogan grazie ai rapporti nuovi intessuti con l’Iran e con una serie di paesi “terzi”, come il Venezuela ad esempio.

Dunque lo sconvolgimento politico di cui lei parla è già in atto. Come si riverseranno su questo processo le rivolte arabe? Come sta lavorando Israele rispetto alla nuova situazione? E che ne sarà della NATO e del suo comando delle operazioni in Libia? Mi pare che Israele continua a registrare difficoltà: in Egitto la situazione scivola verso una deriva per ora non favorevole allo Stato ebraico. In Siria bisognerà vedere.  Ma anche in Libia le cose stanno andando male per Tel Aviv, perché Gheddafi sta sempre lì e – sempre che non lo facciano fuori – non molla, e la NATO sembra stia funzionando – fino ad ora almeno – in calmieratore della situazione. Addirittura la notizia delle ultime ore è quella di un intervento della NATO per bloccare alcune navi cariche di armi per i ribelli, proprio poco dopo che Frattini aveva dichiarato apertamente – non so quanto in modo emotivo e quanto concordato con Berlusconi (o usato da Berlusconi?) – che Roma avrebbe appoggiato i ribelli bengasini.

Che succede alla NATO? Finirà con lo schierarsi in difesa di Tripoli? O semplicemente getterà le basi per una separazione della Cirenaica dalla Libia? Quesiti che hanno del pazzesco come del resto tutta la crisi libica. E comunque, c’entra la Turchia in questo eventuale cambio di rotta della NATO che colpisce Sarkozy e l’oltranzismo occidentale pro Israele? La situazione è ancora in movimento, ma mi sembra che fino ad ora il passaggio del comando dell’avventura libica alla NATO sia stata opera solo o soprattutto di Berlusconi, con Ankara e la sua importante base di Smirne come  sponda utile per la svolta. Comunque, è un fatto –in una situazione comunque di precarietà e passibile di improvvise inversioni di tendenza – che oggi la situazione mostra alcuni segnali di miglioramento, persino sul fronte dell’immigrazione.

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