Il senso dell’esistenza nazionale e individuale

Pubblicato il da ipharra.over-blog.it

Da:RINASCITA

Di:Manfredi Camici , Centro Studi l'Arco e La Clava

 

 

La politica è un gioco per il potere e con il potere.
Alle sue regole nel mondo moderno devono sottostare tutti. Compresi coloro i quali se ne disinteressano. Anche l’apolitica è parte integrante e spesso fine implicito della politica. Scriveva Karel Kosik più di 50 anni fa: “La nostra attuale crisi non è solo una crisi politica, essa è anche una crisi della politica”. Frase a dir poco calzante per i tempi moderni. “Gli abitanti di questo paese sono stufi di vivere come massa. I politicanti non possono più affermare la propria funzione di una dittatura burocratica di polizia”. Questa fantomatica crisi può essere risolta solo da una democrazia socialista. La differenza è sostanziale. A fondamento della democrazia in uno stato capitalista vi è la massa anonima, a fondamento della democrazia socialista i cittadini dello stato socialista.


Massa e manipolazione politica costituiscono un blocco unico del sistema burocratico, nel quale l’uomo è oggetto unicamente all’alienazione. Ma è importante che il cittadino riacquisisca ben presto coscienza della sua individualità. “Gli uomini non nascono massa, lo diventano in un sistema che si basa nella divisione in due della società: la maggioranza anonima e i manipolatori”. Il pensiero è sostituito dalla retorica, strumento che inesorabilmente intesse coscienze massificate. L’intelligenza dialettica e il buon senso, sono escluse dalle decisioni. Oramai “Il politico è solamente colui che prende le decisioni. Ma ogni decisione è un atto con cui viene realizzata una scelta fra alcune possibilità”. A differenza dello scienziato il politico non può permettersi di riflettere a lungo. Il politico moderno è dunque schiavo del tempo poiché il carattere delle sue azioni dipende unicamente dalla sua tempestività, cioè varia a seconda che i suoi interventi siano effettuati nel momento giusto, oppure prima o dopo.


A questo punto c’è da osservare quali siano le personalità esistenti oggi di uomo politico. Ne descriverei solamente due: il politico pragmatico, colui il quale intende la politica come una tecnica manipolatoria, e il politico pensatore, ormai difficilmente rintracciabile. Il politico pragmatico aspira a portare tutto al suo livello (mediocre) perché concepisce la realtà in chiave utilitaristica come regno del dominio. Ne consegue che il reale è solo ciò che è dominabile, manipolabile e vantaggioso. Il politico pragmatico è in grado di risolvere alcuni problemi sociali e crisi contingenti. Tenta di dominare una crisi economica o costituzionale, ma è incapace di affrontare una crisi morale.


La cosiddetta “morale” è in concreto l’essenza stessa della nazione e dell’essere umano ed è chiaro che il politico pragmatico ha successo in questioni secondarie, mentre fallisce in quelle fondamentali. La nostra crisi attuale è prima di tutto un conflitto circa il senso dell’esistenza nazionale e individuale. Ci siamo ormai degradati al livello di masse anonime, per le quali la coscienza, la dignità umana , il senso della verità e della giustizia, l’onore, il coraggio sono una zavorra non necessaria, oppure siamo in grado di risollevarci?


Queste sono solo alcune tematiche che affronta Karel Kosik, considerato una delle voci più originali della cultura marxista contemporanea, ma ci fermiamo a questo punto con il tentativo di sviluppare delle risposte plausibili e aderenti alla realtà contemporanea.
Per dare in qualche modo una sensata risposta al problema posto da Kosik, problema fondamentale della società attuale, non possiamo che introdurre, con l’aiuto di Castoriadis, lo scopo reale del politico pragmatico e massificatore: la trasformazione dell’uomo in oggetto per essere più facilmente controllato e sfruttato. Ci sembra allora che il subdolo politico sia molto vicino a quello che è il suo fine ultimo. La vita umana, nel mondo occidentale, è divenuta una ricerca continua e infinita del superfluo, una ricerca del bene materiale.


E’ inevitabile che questa caccia al tesoro non sia altro che il regno dell’oggetto sul soggetto. Un regno capovolto dell’uomo, che pur tuttavia è umano e per questo “naturale” come d’altronde è la sua essenza. Proprio per questa definizione non si può sostenere che il vero mondo umano sia in realtà altro o che ne esista uno soltanto, un vero mondo umano e naturale. Noi , come membri del genere umano, abbiamo la facoltà di non aver un’essenza definitiva; l’uomo varia per via di ciò che lo circonda e al tempo stesso sono le sue azioni a modificare la natura. Siamo animali bio-socio-cognitivi.


Chiudendo questa parentesi e riagganciandoci a quanto detto in precedenza da Castoriadis si potrebbe dire che il nostro cammino sia segnato, eppure non è cosi. Nel campo ideale non può esistere ne esisterà mai, proprio per la nostra essenza animale, un predominio netto e totale. Ed è proprio da qui che bisogna ripartire. Bisogna ricostruire una nuova critica del mondo moderno, una nuova critica volta a noi stessi, consapevoli sì delle nostre esperienze passate ma non fermandoci ad esse, poiché non potrebbero mai avere successo in questo tempo cosi come non lo hanno avuto nel loro. Bisogna ricostruire una nuova cultura umana e umanista, per poter ridare vita al politico-pensatore. Affinché ciò avvenga bisogna prima che l’uomo diventi tale.

 

Solo in un secondo momento si può passare dalla sfera culturale-ideale all’azione. Dobbiamo avere coscienza di noi stessi, coscienza dei nostri mezzi e delle nostre idee. Basterebbe smettere di sentirsi vittime del sistema, vittime di Berlusconi, del Pdl, del Vaticano, degli Usa, del capitalismo e della globalizzazione. Se tutto ciò avviene è colpa di chi lo permette, di noi stessi. Sentirsi vittime vuol dire sentirsi giustificati di fronte ad un probabile fallimento. Vuol dire fallire in partenza. Vuol dire non provarci neanche. Il pensiero dominante esiste, ma non si estende a tutti, altrimenti da dominante diventerebbe egemonico. Tutto questo percorso è solo per rispondere alla domanda sollevata da Kosìk. La risposta non può che essere affermativa; non oggi, non domani (poiché il domani non appartiene a nessuno), ma deve essere positiva poiché spetta a noi il compito di creare questa nuova entità culturale, non al politico pragmatico. Il solo fatto che ci sia ancora possibile pensare a questo “domani” significa che non sia già determinato e che dunque ci si possa riscattare.

 

 

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