Il caso Halabiyeh: la disumanità, l'omertà e la violazione dei Diritti da parte di Israele (Ecco perchè ci parlano di Sakineh..)

Pubblicato il da ipharra.over-blog.it

da INFORMAZIONE SCORRETTA

 

 

Mohammad Halabiyeh, un ragazzo palestinese di 16 anni è stato arrestato il 6 febbraio 2010 dalla Polizia di Frontiera Israeliana nella sua città natale di Abu Dis. Durante l’operazione per il suo arresto Mohammad si è rotto la gamba sinistra, appena sopra la caviglia. Ciononostante, i soldati lo hanno picchiato su tutto il corpo e lo hanno deliberatamente preso a calci sulla gamba ferita. Per i cinque giorni consecutivi al suo arresto sono proseguite le torture e i maltrattamenti che hanno raggiunto il loro culmine all’ospedale Hadassah, dove i soldati israeliani hanno infilato svariate volte delle siringhe nella mano e nella gamba del ragazzo, gli hanno chiuso la bocca con del nastro adesivo, e dato dei pugni in faccia, lo hanno colpito all’addome con un bastone e lo hanno privato del sonno nel tentativo di impedire che il ragazzo riferisse alla polizia israeliana i maltrattamenti subiti. Mohammad è stato risoluto e ha rilasciato una dichiarazione ufficiale a chi lo ha interrogato nella quale ha cercato di descrivere l’abuso e la tortura cui è stato sottoposto, persino dopo che altri inquisitori lo avevano minacciato di morte e di violenza sessuale. Al momento, Mohammad è sotto accusa, davanti a tribunali militari israeliani, per cinque reati riguardanti l’aver lanciato delle bottiglie Molotov. Egli si trova nella prigione di Ofer, in una sezione con prigionieri adulti. La prossima udienza del processo di Mohammad è fissata per il 6 settembre 2010.

 

Tortura e maltrattamenti durante l’arresto e l’interrogatorio.

 

La sera del 6 febbraio 2010, Mohammad Mahmoud Dawoud Halabiyeh stava camminando insieme ai suoi amici Anas e Ayyad nella loro città natale di Abu Dis, un quartiere di Gerusalemme Est tagliato fuori da Gerusalemme dal Muro di Annessione. Non appena ebbero superato il campo militare israeliano vicino alla loro città, vennero sorpresi da una pattuglia della polizia di frontiera israeliana che veniva da dietro un vicino campo di alberi di olivo. Mentre avanzavano verso Mohammad e i suoi amici, i soldati tenevano le loro armi puntate minacciosamente verso i ragazzi. Quando li raggiunsero, per prima cosa i soldati afferrarono Anas, che alzò le braccia in gesto di resa. Pietrificato dalla loro vista, Mohammad si mise a correre in direzione di casa sua. Nel far ciò, saltò giù da una casa non finita e d’acchito cadde di faccia in un fossato di circa quattro/cinque metri di profondità, fratturandosi tibia a fibula della gamba sinistra, poco sopra la caviglia.

 

Subito dopo, un soldato lanciò dall’alto il suo elmetto d’acciaio su Mohammad, che giaceva ferito sul fondo, e poi si fece strada per scendere. Quando Mohammad gli disse di essersi rotto una gamba, questi non gli credette e si mise invece a ridere lanciandogli una bomba sonora. Mohammad ricorda: “Ho sentito che alcuni ridevano e poi uno dei soldati mi ha guardato e mi ha lanciato una bomba sonora….La bomba è caduta a circa un metro di distanza da me.” Poi il soldato cominciò a picchiare in faccia Mohammad e a tirare calci su tutte le parti del suo corpo, mentre un gruppo di altri soldati assisteva alla scena. In una dichiarazione giurata consegnata ad Addameer, Mohammad precisa, “Quando ho gridato dal dolore per la gamba [ferita], uno di loro, con la carnagione scura e i capelli neri, mi ha torto la gamba in modo doloroso.”

 

Poi i soldati costrinsero Mohammad ad alzarsi in piedi, ma dato che zoppicava in modo evidente, due soldati acconsentirono a portare il ferito. Tuttavia, mentre questi lo trasportavano, continuavano a piovergli addosso da parte degli altri soldati sia percosse che insulti ignobili nei confronti della madre e delle sorelle. I soldati israeliani e le persone addette agli interrogatori spesso abusano psicologicamente dei detenuti palestinesi e sfruttano deliberatamente le norme della società palestinese, in cui, per tradizione, le donne ricevono una protezione maggiore e occupano una posizione sociale speciale, così come ha un’estrema importanza la difesa del loro onore.

 

Dopo essere giunti alla base militare israeliana, i soldati distesero Mohammad per terra e cominciarono a scuotere la sua gamba, mentre gli ponevano domande sulla sua famiglia e i suoi amici. Poi ripresero a picchiare il ragazzo finché non lo costrinsero a sedersi sul pavimento, lo bendarono e ammanettarono le sue mani sul davanti con stringhe di plastica, che strinsero in modo doloroso.

 

L’incessante abuso fisico e verbale si protrasse per circa un’ora e mezza, fino all’arrivo di un’auto privata bianca che trasportò Mohammad all’ospedale Hadassah, situato sul monte Scorpius, a Gerusalemme Est. Durante il tragitto di 40 minuti, un soldato continuò a picchiare con dei pugni la faccia di Mohammad e a dare calci alla sua gamba sinistra. A causa di tutti questi pugni l’occhio destro di Mohammad diventò gonfio e tumefatto.

 

Primo giorno: maltrattamenti dei soldati israeliani all’ospedale Hadassah.

 

Le violenze da parte dei soldati proseguirono persino dopo il loro arrivo all’ospedale, dove i soldati israeliani accompagnarono Mohammad durante tutte le fasi degli esami clinici. Dopo che il personale medico ebbe visitato Mohammad, lo trasportarono su una carrozzella per fare le radiografie alla gamba. I soldati continuarono a colpire Mohammad tutte le volte che il medico e l’altro personale sanitario si trovavano da un’altra parte, nella stanza per le radiografie e nella camera del paziente, dove occultarono la loro attività dietro una tenda per la privacy che avevano tirato attorno al suo letto.

 

Mohammad rammenta che i pestaggi, somministrati a questo punto con una “stecca di ferro” da due soldati della base di Abu Dis, l’uno forte e biondo con un taglio di capelli fatto con il rasoio elettrico e l’altro sottile con i capelli scuri, secondo la descrizione di Mohammad, costituivano un tentativo di costringerlo a starsene tranquillo circa le torture che aveva dovuto subire da parte dei soldati israeliani dopo la ferita alla gamba.

 

Tuttavia, quando Mohammad disse ai soldati che avrebbe rivelato tutto quello che era successo e cercò di gridare ad alta voce per avvertire il medico, i soldati gli tapparono la bocca con un nastro adesivo e gli ammanettarono le mani ad entrambi i lati del letto.

 

Più tardi, quando Mohammad venne accompagnato perché gli venisse fatta un’ingessatura alla gamba senza che fossero presenti i soldati, raccontò al medico che cosa gli stava succedendo. Il medico disse a Mohammad di chiamarlo quando i soldati avessero cercato di fargli ancora violenza. Mohammad venne riportato nella stanza di degenza e venne messo in un letto d’ospedale dietro a una tenda.

 

A questo punto, i due soldati gli applicarono di nuovo il nastro adesivo alla bocca e ripeterono le loro minacce di non raccontare a nessuno ciò che era successo, lo picchiarono col bastone di ferro, gli imbrattarono la faccia con un pomodoro che avevano portato e gli infilarono svariate volte le siringhe nella mano e nella gamba.

 

Il padre di Mohammad, Mahmoud, giunse all’ospedale attorno alle 23:00 dopo aver ricevuto una telefonata dall’ospedale. Prima di permettere a Mahmoud di vedere Mohammad, i soldati tolsero il nastro adesivo dalla bocca di Mohammad e lo coprirono con una coperta. Mohammad raccontò a suo padre che i soldati lo stavano picchiando, e quando il padre chiese ai soldati perché lo stavano facendo, essi gli urlarono contro, gli dissero di andarsene e chiusero di nuovo la tenda. Intimidito e per il terrore che il suo intervento potesse solo accrescere la violenza, Mahmoud se ne andò per portare a Mohammad abiti puliti. Tuttavia, prima di lasciare l’ospedale utilizzò il telefono mobile dei visitatori e chiamò tre volte la polizia israeliana, chiedendo loro di intervenire con i soldati perché questi cessassero di picchiare suo figlio. La polizia non si fece mai viva e le violenze continuarono.

 

Per tutta la notte, i soldati restarono nell’ospedale con Mohammad, torcendogli la gamba ferita e facendo pressione sull’ingessatura che non si era ancora asciugata del tutto, picchiandolo sull’addome e sulle mani con il bastone di ferro e dandogli dei pugni sul lato sinistro della sua faccia, il tutto mentre gli dicevano che gli avrebbero deformato la faccia e rotta anche l’altra gamba. Gli impedirono di dormire picchiandolo tutte le volte che si fosse assopito. Le violenze e la tortura avevano lo scopo di infliggere a Mohammad tanto dolore e tanta paura che lui non si sarebbe lamentato con nessuno della esperienza subita.

 

Mohammad ricorda che, “Per lunghe ore durante tutta la notte, i soldati erano soliti chiedermi che cosa avrei detto a chi mi avesse interrogato, se avessi raccontato ciò che loro mi avevano fatto. Gli avevo risposto che avrei detto a tutti ciò avevano fatto. Le percosse erano state un crescendo lungo tutta la notte[…..]”

 

Secondo giorno: Tortura durante il trasferimento alla stazione di polizia e durante l’interrogatorio.

 

La mattina seguente, del 7 febbraio 2010, Mohammad provava un grande dolore, in particolar modo alla gamba sinistra ferita e al lato sinistro del mento dove era stato colpito ripetutamente con pugni durante la notte. Quando il padre di Mohammad ritornò con gli abiti puliti per il figlio, notò quanto la faccia di Mohammad era divenuta tumefatta per le continue percosse. Di nuovo Mahmoud si rivolse ai soldati a proposito della violenza fatta a suo figlio, ma loro gli dissero “Va via [‘Hijj’ in arabo] o picchieremo anche te.”

 

Mahmoud aiutò Mohammad a indossare abiti puliti e lo aiutò a camminare per andare fuori, dato che non aveva un bastone. Mentre stavano aspettando il mezzo dell’esercito che avrebbe condotto Mohammad all’interrogatorio, questi raccontò a suo padre delle violenze subite nella notte precedente. Al padre venne comunque impedito di accompagnare il figlio al centro per l’interrogatorio. Poi Mohammad venne infilato dentro il veicolo militare israeliano dove i soldati gli legarono le mani e gli coprirono gli occhi con un cappuccio, che strinsero attorno alla sua faccia.

 

Durante il viaggio alla stazione di polizia di Ma’ale Adumim dove Mohammad doveva essere interrogato i funzionari di polizia continuarono ad aggredire Mohammah sull’auto e a far pressione perché non rivelasse a nessuno la verità su come gli fossero state procurate le sue ferite. Ad un certo punto sull’auto, Mohammad vomitò per le continue percosse, sebbene non avesse ricevuto nulla da mangiare fin dal suo arresto avvenuto il giorno precedente.

 

Quando giunsero alla stazione di polizia di Ma’ale Adumim, nel primo pomeriggio, Mohammad venne interrogato per diverse ore da un inquirente israeliano. Costui accusò Mohammad di lancio di bottiglie Molotov ad una pattuglia dell’esercito israeliano e gli disse che il suo amico Anas aveva già confessato. Accennò, inoltre, che Anas aveva raccontato loro che i tre ragazzi, quando erano stati arrestati il giorno precedente ad Abu Dis, erano per strada per lanciare bombe Molotov. L’addetto all’interrogatorio disse anche che Anas aveva raccontato loro che Mohammad, nel passato, aveva lanciato bottiglie Molotov in 15 occasioni. Mohammad negò le accuse di chi lo interrogava.

 

Costui cominciò poi a scrivere lui stesso una dichiarazione falsa, nella quale veniva riportato che Mohammad aveva detto di aver lanciato le bottiglie Molotov, e cercò poi di costringere Mohammad a firmare la dichiarazione. Mohammad si rifiutò di sottoscriverla. Il funzionario israeliano cominciò a minacciare di colpirlo e di ucciderlo. Poi disse a Mohammad che gli avrebbe fatto delle “cose sessuali” e che “ a lui piaceva farle ai ragazzini”.

 

Alle 6 del pomeriggio di quel giorno, più di 24 ore da che Mohammad era stato arrestato, gli venne dato finalmente qualcosa da mangiare da funzionari della stazione di polizia di Ma’ale Adumim. A coloro che lo interrogavano Mohammad rilasciò una dichiarazione, nella quale reiterava la sua iniziale smentita di un qualsiasi coinvolgimento nel lancio di bottiglie Molotov e richiedeva che venisse avviata un’azione legale per la tortura che aveva subita ad opera dei soldati israeliani fin dal momento del suo arresto. Nessuna copia di questa dichiarazione è stata annotata o fornita durante la comunicazione preventiva dalla pubblica accusa militare.

 

Confessione forzata.

 

Alle 8:30 di quella sera, dopo aver trascorso più di un giorno con poco cibo e senza poter dormire, Mohammad firmò una confessione nella quale dichiarava di aver lanciato delle bottiglie Molotov. Più tardi raccontò al suo avvocato, il procuratore di Addameer Mahmoud Hassan, che aveva fatto questa confessione per paura, dopo le ripetute minacce fatte da coloro che lo interrogavano che sarebbe stato sottoposto a ulteriori torture se non l’avesse fatto. Un video dell’interrogatorio mostra a questo punto l’inquirente israeliano che fa la stesura della dichiarazione scritta della confessione di Mohammad, che suggerisce a uno stanco e spaventato Mohammad, che domanda influenzando la risposta e che lo imbocca con le parole che l’inquirente vuole che lui dica.

 

Un problema supplementare è dimostrato dal linguaggio del video. Dalla proiezione del registrato è ovvio che l’inquirente, di nome Avi Teveoni, non possedeva sufficiente padronanza dell’arabo per porre le domande al ragazzo e comprendere la sua versione dei fatti. In più occasioni, l’inquisitore ha chiesto a Mohammad di ripetere la sua dichiarazione come se non avesse compreso del tutto il resoconto del ragazzo. Ed è perciò probabile che abbia fatto degli errori nella dichiarazione che ha riportato, e così facendo, abbia alterato la dichiarazione di Mohammad. Ciò diviene ancor più motivo di dubbio quando si consideri che questa dichiarazione serve da testimonianza principale contro Mohammad nel suo processo davanti al tribunale militare.

 

Inoltre, la dichiarazione scritta fatta in quel momento venne buttata giù in ebraico, una lingua che Mohammad non comprendeva. Il video dell’interrogatorio, ottenuto dall’avvocato Hassan solo dopo che il procuratore militare gli aveva svelato per caso la sua esistenza, rivela che la dichiarazione scritta non riporta gran parte dei ripetuti riferimenti di Mohammad alla tortura che aveva subito ad opera dei soldati israeliani ad Abu Dis e all’ospedale. Il video rivela anche che, sebbene l’inquirente riportasse nella dichiarazione scritta che essa era stata letta ad alta voce a Mohammad prima che lo stesso la firmasse, non l’aveva fatto.

 

Oltretutto, Addameer fa presente che persino un’analisi superficiale della dichiarazione scritta mette in evidenza il ruolo coercitivo svolto dall’inquirente israeliano. In un punto della confessione forzata, ad esempio, Mohammad dice di aver lanciato delle bottiglie Molotov con un amico nel tardo 2009; quell’amico, tuttavia, era stato imprigionato da Israele fin dal dicembre 2008, per cui tutto ciò non poteva essersi verificato. Come nota l’avvocato Hassan al momento di discutere della confessione forzata, “Quando temi per la tua vita, dirai qualsiasi cosa, fornirai qualsiasi nome per far sì che il dolore, o la paura del dolore, abbia fine.”

 

Terzo giorno: Trasferimento dal centro di detenzione di Etzion alla prigione di Ofer e ritorno a Etzion.

 

Quella notte, dopo sette o otto ore di interrogatorio, Mohammad venne portato al centro di detenzione di Eyzion a sud di Betlemme, in una cella che conteneva un gran numero di altri detenuti che stavano già dormendo. Mohammad ricorda che la stanza era notevolmente fredda, ma le guardie si erano rifiutate di dargli una coperta quando la chiese. Nel pomeriggio del giorno successivo, l’8 febbraio 2010, arrivò un medico, fece una visita superficiale a Mohammad e, dato il suo dolore, gli dette una compressa di paracetamolo con un bicchiere d’acqua.

 

In seguito due agenti della polizia carceraria (Nahshon) presero Mohammad per trasferirlo alla prigione di Ofer, situata dentro alla base militare di Ofer vicino a Ramallah. A questo punto Mohammad era ammanettato ai polsi, non aveva alcun bastone, e saltellava dolorosamente sulla sua unica gamba buona. Egli giunse ad Ofer alle 7 circa del pomeriggio, ma venne fatto attendere dentro al mezzo di trasporto della Nahshon fino a mezzanotte prima che giungessero gli agenti della Nahshon per portarlo dentro alla struttura. Tuttavia, quando il funzionario della prigione di Ofer vide Mohammad e lo stato delle sue ferite, si rifiutò di ammetterlo lì, nella prigione, ordinando invece agli agenti della Nahshon di portarlo innanzitutto in un ospedale.

 

Però, gli agenti della Nahshon riportarono invece Mohammad a Etzion, dove il ragazzo trascorse un’altra notte fredda.

 

Quarto giorno: Trasferimento indietro alla prigione di Ofer.

 

Il giorno seguente, il 9 febbraio, Mohammad venne trasferito di nuovo alla prigione di Ofer, dove venne trattenuto in una stanza con una rete di ferro, denominata la “gabbia”. Più tardi, nello stesso giorno, Mohammad si fece visitare da un medico della prigione che gli promise di portargli una stampella. Quella sera agenti della prigione portarono a Mohammad un paio di stampelle, che usò per due giorni prima di ottenerne un paio che erano state usate in precedenza da un amico di Abu Dis di nome Wael Younis, che era ugualmente trattenuto a Ofer. Quinto giorno: Mohammad ottiene infine visita medica

 

Nel quinto giorno dopo il suo arresto, Mohammad venne trasportato all’Hadassah Ein Karem, un ospedale situato nella zona sud-occidentale di Gerusalemme. Là, i medici gli fecero delle radiografie alla mandibola ferita e gli dettero dei farmaci per il dolore e per favorire una completa ricostituzione dell’osso ferito.

 

Poi Mohammad fece ritorno a Ofer, dove si trova attualmente. Tutte le istanze di rilascio sotto cauzione sono state negate fino ad ora.

 

ACCUSE E PROCESSO.

 

Il 16 febbraio 2010, procuratori militari israeliani hanno presentato gli atti d’accusa contro Mohammad in ottemperanza agli ordini militari israeliani che governano gli OPT (Occupied Palestinian Territories). Mohammad è accusato di cinque reati connessi al lancio di bottiglie Molotov ad Abu Dis in varie occasioni, tra il novembre 2009 e la data del suo arresto in febbraio.

 

Il processo di Mohammad davanti al tribunale militare ha avuto inizio il 12 aprile 2010 con la lettura delle accuse e l’iscrizione della richiesta di Mohammad ed è attualmente in corso presso il tribunale militare di Ofer, all’interno della base militare vicino a Ramallah. L’avvocato per la difesa di Mohammad, avv. Hassan, ritiene che questo processo richiederà circa due mesi. Il 26 agosto 2010, l’avvocato Hassan ha presentato una richiesta al tribunale militare per il rilascio sotto cauzione di Mohammad fino alla conclusione del suo procedimento legale. La prossima udienza del processo è fissata per il 6 settembre 2010, dove è previsto che il terzo teste dell’accusa, un agente di polizia, testimoni davanti alla corte.

 

Indagine di polizia svolta nei confronti dei soldati di Abu Dis.

 

La polizia israeliana ha avviato un’indagine riguardante i soldati che avevano arrestato Mohammad sulla base della dichiarazione rilasciata dal ragazzo il 7 febbraio 2010, ad Avi Teveoni, uno degli inquirenti alla stazione di polizia di Ma’ale Adumim. In tale dichiarazione, Mohammad cita diverse volte il tipo di abuso e di maltrattamento al quale era stato sottoposto da parte dei soldati israeliani. Questa informazione, tuttavia, era stata tenuta nascosta all’avvocato Hassan, che era venuto a conoscenza casualmente dell’indagine di polizia il 9 agosto 2010, nel momento in cui aveva posto delle domande a un agente di polizia, che, all’ultima udienza di Mohammad, aveva testimoniato davanti alla corte come teste del procuratore militare. Di conseguenza, l’avvocato Hassan rivolse la richiesta di vedere i materiali dell’indagine alla procura militare a al tribunale militare. La richiesta era stata annotata nel protocollo d’udienza e il giudice promise di rendere disponibili questi documenti “il più presto possibile”. Più di due settimane dopo, l’informativa relativa all’indagine di polizia non era stata ancora fornita all’avvocato Hassan per la visione.

 

Altrettanto importante, il 17 luglio 2010, Addameer ha richiesto anche la visione della cartella clinica di Mohammad, presentando una lettera ufficiale al servizio carcerario israeliano. Il rapporto completo, che venne messo a disposizione di Addameer solo il 29 agosto 2010, all’incirca 40 giorni dopo la richiesta, [omette la relazione medica iniziale che avrebbe dovuto essere stata scritta e firmata il giorno stesso dell’arresto di Mohammad e del suo ricovero in ospedale, il 6 febbraio 2010. Il primo rapporto incluso nella pratica è datato, invece, il 10 febbraio 2010 e] conferma le fratture della tibia e della fibula nella parte più bassa della gamba sinistra, come pure il livido e l’ecchimosi attorno all’occhio destro, in esso tuttavia non c’è menzione degli altri lividi, contusioni o ferite riconducibili a percosse, pugni e calci e del dolore inflitto dalle siringhe conficcate nel corpo del ragazzo[, che Mohammad ha riferito ad Addameer e a coloro che lo interrogavano]. Inoltre, non c’è alcun riferimento alla causa delle ferite di Mohammad. Addameer condanna con forza l’occultamento di tutte le informazioni che dovrebbero rappresentare la testimonianza nell’inchiesta contro i soldati della polizia di frontiera israeliana che avevano abusato e maltrattato Mohammad.

 

INFORMAZIONI FAMILIARI E PERSONALI.

 

Mohammad è uno di nove figli. Durante i primi quattro mesi che seguirono all’arresto, Mohammad non ha ricevuto alcuna visita da parte dei componenti della sua famiglia. Questa situazione non è anormale, dato che le autorità israeliane cercano di tenere i prigionieri isolati durante il periodo iniziale della detenzione e, per questo motivo, non concedono come al solito permessi di visite. Dato che pure l’utilizzo dei telefoni non è concesso ai detenuti palestinesi incarcerati per motivi di “sicurezza”, Mohammad non ha avuto praticamente alcun contatto con il mondo esterno, a parte i colloqui con il suo avvocato. Ha avuto la possibilità di vedere i suoi genitori solo durante le udienze, ma non di parlare con loro, dato che le autorità israeliane proibiscono ogni forma di contatto tra il detenuto e i suoi familiari all’interno del tribunale militare.

 

Fin dalla prima visita del 9 giugno 2010, la madre di Mohammad, Yusra, e il padre, Mahmoud, hanno avuto la possibilità di andarlo a trovare in prigione ad Ofer solo tre volte, dato che le visite di familiari alla prigione di Ofer sono ammesse solo una volta al mese. Al contrario, gli altri prigionieri palestinesi che sono nelle carceri israeliane hanno il permesso di ricevere ogni due settimane la visita di componenti familiari. Nessuno dei tre fratelli del ragazzo o delle cinque sorelle ha avuto la possibilità finora di andarlo a trovare.

 

Al tempo del suo arresto, Mohammad aveva terminato l’11° classe e stava lavorando a part time in un ristorante di Abu Dis. DICHIARAZIONE DI ADDAMEER.

 

Addameer condanna la tortura e i maltrattamenti subiti da Mohammad ad opera delle autorità israeliane in quanto violazioni del divieto assoluto, secondo il diritto internazionale, dell’applicazione di tali misure, violazioni che sono tanto più odiose a causa della giovane età di Mohammad. Inoltre, Addameer rimane molto preoccupato per ciò che riguarda la legittimità del processo di Mohammad in corso davanti alla corte militare israeliana, in quanto non c’è dubbio che questi tribunali operano in flagrante violazione degli standard fondamentali internazionali di un giusto processo e sono privi di ogni sorta di significativa protezione nei confronti dei detenuti minori.

 

Addameer chiede pertanto che le accuse contro Mohammad siano immediatamente fatte decadere, e che siano indagati e perseguiti coloro che sono responsabili delle sue torture e dei suoi maltrattamenti. Addameer chiede pure che la comunità internazionale, gli stati membri dell’Unione Europea in particolare e gli organismi pertinenti delle Nazioni Unite, facciano pressione su Israele perché svolga un’indagine criminale approfondita e imparziale sulla condotta dei soldati che hanno torturato e abusato di Mohammad Halabiyeh e perché consegni i responsabili alla giustizia. Allo stesso tempo, Addameer sostiene che è molto improbabile che un’indagine di questo tipo sarà avviata senza la necessaria pressione politica e diplomatica, dato che le autorità israeliane hanno costantemente omesso di indagare e di mettere in stato d’accusa i suoi soldati coinvolti in reati criminali contro civili palestinesi nei Territori Palestinesi Occupati (OPT).

 

Un’inchiesta penale nei confronti dei membri delle forze di sicurezza che compiono reati contro i palestinesi e le loro proprietà nella West Bank, che vanno da omicidio colposo ad abuso di saccheggio, ricade sotto la responsabilità dell’Avvocatura Militare Generale (MAG), del Dipartimento Investigativo della Polizia Criminale Militare (MPCID) e del Dipartimento per le Indagini dei Funzionari di Polizia presso il Ministero di Giustizia.

 

Queste agenzie per l’applicazione del diritto sono state oggetto di gravi critiche per il loro modo di svolgere le indagini su persone sospette e per il perseguimento di membri delle forze di sicurezza accusati di commettere tali reati. L’occultamento dei referti medici relativi alle cause delle ferite di Mohammad e l’indagine condotta sui soldati dall’avvocato Hassan dimostra solo questa tendenza. Secondo Yesh Din, negli anni della seconda intifada, il 90 % delle indagini del MPCID si è concluso con fascicoli che vengono chiusi senza che vengano depositati dei rinvii a giudizio. Addameer sollecita quindi i funzionari dei governi stranieri, inclusi i membri degli uffici di rappresentanza all’estero dell’Autorità Palestinese a Ramallah e i Consolati stranieri di Gerusalemme Est, come pure l’Ufficio del Rappresentante dell’UE in Israele e negli OTP, le Organizzazioni per i Diritti Umani, gli organismi delle Nazioni Unite a:

 

- Sollevare con le Autorità Israeliane il caso di Mohammad Halabiyeh;- Richiedere che il Dipartimento Investigativo Criminale della Polizia Militare svolga un’inchiesta imparziale e indipendente sui fatti compiuti dai soldati;- Richiedere che il Ministero Israeliano per la Salute conduca un’inchiesta indipendente e imparziale su ciò che è accaduto all’ospedale Hadassah;- Sollevare il caso di Mohammad Halabiyeh all’attenzione del Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulle Torture e sui Trattamenti o Punizioni Crudeli, Disumane o DDegradanti, in conformità con le linee guida che controllano il rispetto dei vari diritti umani, comprese le Linee Guida dell’UE sulla Tortura e Altri Trattamenti o Punizioni Crudeli, Degradanti, Disumane;- Partecipare alle udienze processuali di Halabiyeh presso il tribunale militare israeliano.

 

Oltre a ciò, Addameer sollecita anche i gruppi di solidarietà e le organizzazioni per i diritti umani di:

 

- Inviare lettere di sostegno a Mohammad al suo indirizzo postale della prigione;- Scrivere al governo israeliano, alle autorità militari e giuridiche per chiedere che Mohammad sia rilasciato immediatamente, che le accuse nei suoi confronti siano fatte decadere e che sia fatta un’inchiesta indipendente e imparziale sul comportamento dei soldati che hanno sottoposto Mohammad a tortura e a maltrattamenti; o- Scrivere al vostro rappresentante eletto per sollecitarlo perché faccia pressione su Israele per il rilascio di Mohammad e perché richieda che sia svolta immediatamente un’indagine indipendente e imparziale sui fatti relativi al suo arresto.

 

Per ulteriori informazioni sull’attività di Addameer per fermare la tortura e i maltrattamenti dei prigionieri palestinesi sotto custodia israeliana, potete visitare il nostro sito web www.addameer.info, o contattarci direttamente:Addameer Prisoner Support and Human Rights Association

 

Tel: +972 (0) 2 296 0446/297 0136Fax: +972 (0) 2 296 0447Email: info@addameer.psSito web: www.addameer.info

 

[….] contiene parti incluse in un’altra versione del rapporto di Addameer

 

 (tradotto da mariano mingarelli) - http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/

 

 

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