Il caso Gugliotta, la forza bruta coperta dalla divisa

Pubblicato il da ipharra.over-blog.it

Da Rinascita

di: michele mendolicchio



Si allarga a macchia d’olio la vicenda del giovane picchiato dalle forze dell’ordine subito dopo la fine della partita di coppa Italia tra Roma e Inter. Nella caccia al tifoso, scatenata pochi minuti dopo il fischio finale dell’arbitro, sono finite nella rete anche altre persone, malmenate e portate in carcere per resistenza a pubblico ufficiale, che stando alle testimonianze poco c’entrano con lo stadio. Il caso più grave è avvenuto in via Pinturicchio, al quartiere Flaminio, dove il giovane Stefano Gugliotta è stato manganellato da alcuni poliziotti mentre era in sella al suo motorino, proprio sotto casa, assieme ad un amico.


Per fortuna del giovane l’evento dell’aggressione è stato filmato da alcuni cittadini che dai loro balconi hanno assistito alla scena. E così tutto è finito su Youtube e poi ripreso anche dalla trasmissione televisiva: Chi l’ha visto? Questo ha permesso di documentare un’aggressione da parte dei poliziotti del tutto ingiustificata. Ora la vicenda è finita nelle mani del pm Francesco Polino che dovrà valutare, attraverso l’acquisizione di diversi filmati, la posizione degli agenti resisi responsabili di questo pestaggio. Probabilmente si procederà per lesioni volontarie nei confronti degli agenti dal manganello facile. Quello che sconcerta è l’uso della forza eccessiva e scriteriata da parte di chi indossa la divisa. Troppe volte si è assistito a scene di inaudita violenza da parte delle forze dell’ordine nei confronti di chi manifesta a difesa del lavoro, contro le sporche guerre umanitarie o per la propria fede calcistica.

 

Basti ricordare quanto accaduto durante il G8 di Genova del 2001, con la mattanza dei manifestanti alla scuola Diaz prima, e alla caserma Bolzaneto poi. I responsabili di quello scempio non hanno pagato, grazie all’ombrello della prescrizione. Troppi i casi di cittadini fermati, pestati, e in diversi casi poi deceduti, che non possono essere accettati e tollerati. Federico Aldrovandi, Gabriele Sandri e Stefano Cucchi sono i casi più emblematici di tre ragazzi morti per l’irresponsabilità di chi porta una divisa e per questo si sente autorizzato a sparare, a manganellare e a picchiare, spesso senza reale motivo. Basta fermare e identificare o immobilizzare le persone senza per questo lasciarsi prendere dalla voglia di spaccargli la faccia. Anche perché nel caso di Gugliotta non pare proprio che il ragazzo avesse intenzione di reagire, almeno stando ai filmati. Si è trattato di violenza gratuita da parte di chi indossa una divisa, come spesso avviene anche tra bande giovanili. E per questo è totalmente da condannare. Oltre a Gugliotta ci sono altre sette persone attualmente detenute nel carcere romano di Regina Coeli, con l’accusa di violenza, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. Tra queste il giovane deliberatamente investito da un’auto civetta della Polizia che ha riportato la frattura di una vertebra. Anche in questo caso ci sono dei filmati che mostrano quel che è accaduto.

 

Tornando a Stefano Gugliotta si dice che il giovane sia stato scambiato per un tifoso che aveva partecipato agli scontri. Anche se fosse stato un ultras c’era bisogno di pestarlo? E poi per quale motivo è stato convalidato l’arresto quando i filmati dimostrano che da parte del giovane non c’è stata alcuna reazione? Lo sconcerto e la rabbia per queste violenze gratuite hanno indotto anche il capo della polizia Manganelli a disporre una rigorosa attività ispettiva per la verifica del comportamento degli uomini in divisa. Nella vicenda è intervenuto anche il ministro dell’Interno Maroni che ha chiesto ai responsabili delle forze dell’ordine di fare piena luce sul caso, per non lasciare ombre che danneggino l’immagine della polizia. Intanto 15 persone sono pronte a testimoniare a favore del giovane picchiato e arrestato. Per quanto concerne le altre sette persone fermate e detenute nel carcere romano si attende la decisione del tribunale del riesame in merito alla richiesta di revoca della custodia cautelare presentata dai propri difensori.


Di questa vicenda, come in altri casi, non è accettabile che chi indossi una divisa e faccia servizio d’ordine si senta in diritto di esercitare una violenza gratuita che spesso porta a danni permanenti alla persona fermata se non addirittura alla morte. Non siamo di fronte a persone armate pronte a sparare addosso ai poliziotti, ma a normali servizi d’ordine pubblico e di controllo del territorio. La verità è che si fa troppo uso della violenza senza che ve ne siano i presupposti. E le responsabilità sono soprattutto di chi dà certi ordini, come accaduto nella mattanza del G8 di Genova.  

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