GIORGIO BOCCA: SPIETATO TERRORISTA

Pubblicato il da ipharra.over-blog.it

 

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO:

Di Germana RUGGERI

Ritengo opportuno in occasione delle celebrazioni del 25 aprile far conoscere il seguente brano tratto dal libro " Storia dell' Italia partigiana -sett. 43- apr. 45" di Giorgio Bocca.


Da esso risulta ben chiaro che i partigiani.specialmente di estrazione comunista,cinicamente assassinavano,ben mimetizzati, tedeschi e fascisti in divisa con l'obbiettivo di provocare le sanguinose rappresaglie,tra l'altro previste dalle norme del Tribunale Internazionale di guerra dell'Aja.


Giorgio Bocca, proprio ex capo partigiano ed intellettuale di sinistra,non parla per sentito dire ma per conoscenza diretta delle attività resistenziali.
Possiamo perciò considerare in particolare i partigiani comunisti deliberati scatenatori della guerra civile terroristica che imperversò negli anni '43-'45,per non parlare poi della macelleria post 25 aprile.


Una sola cosa va aggiunta e che ribadisce ed aggrava le responsabilità dei resistenti: le vittime fasciste designate da assassinare erano sapientemente scelte da chi gestiva il terrorismo tra gli elementi più moderati in modo che l'indignata reazione dei fascisti più risoluti ed intransigenti assicurasse la rappresaglia.


Tutto era studiato,previsto ed attuato scientificamente secondo una precisa strategia.


Storia dell’Italia partigiana sett.43-apr. 45 di Giorgio Bocca Pag 145 e seguenti:



"Nel novembre ( ‘43 ) la Resistenza armata ha questo problema:trasformare il favore delle città in alleanza,il loro odio per l’occupante in lotta contro l’occupante.


Sono i comunisti ad aprire la strada : con gli scioperi,con il terrorismo. Perchè i GAP Il terrorismo nelle città mira a effetti militari e politici ed è un atto di moralità rivoluzionaria.Se si accetta il principio morale e rivoluzionario della ribellione armata contro la legalità iniqua,bisogna arrivare al terrorismo cittadino. La Resistenza è indivisibile,la guerra popolare,guerra di tutti,non può tollerare isole di privilegio e di ingiusto rispetto,che si uccida,si torturi,si incendi nei villaggi di montagna e nei quartieri operai mentre le enclaves della borghesia cittadina restano tranquille e ,dentro,tranquilli gli oppressori.


Sulle prime la scelta comunista è contrastata dagli altri partiti.Non che questi sostengano il principio della neutralità cittadina;piuttosto,pensano che le città siano psicologicamente impreparate al terrorismo,temono che esso si riveli dannoso. Dietro la prudenza sincera ci sono poi i motivi meno confessabili: gli altri partiti non possiedono nel ’43 gli strumenti del terrorismo, e neppure la carica rivoluzionaria che consente di liberarsi dalla paura antica per una violenza così drammaticamente eversiva.


Del resto gli stessi comunisti,nel corso delle discussioni,concedono qualcosa all’antica paura,spiegano anch’essi la necessità del terrorismo come prevenzione dell’inevitabile terrorismo tedesco,come presenza che rincuora chi resiste: quasi cercassero delle giustificazioni.

 

In realtà, e i comunisti lo sanno bene,il terrorismo ribelle non è fatto per prevenire quello dell’occupante ma per provocarlo,per inasprirlo. Esso è autolesionismo premeditato:cerca le ferite,le punizioni,le rappresaglie,per coinvolgere gli incerti,per scavare il fosso dell’odio.E’ una pedagogia impietosa,una lezione feroce. I comunisti la ritengono giustamente necessaria e sono gli unici in grado di impartirla,subito."

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