Egr. Ministro Ronchi non ci incanti, l'accusatio è manifesta!

Pubblicato il da ipharra.over-blog.it

di Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua.

 

Da molti mesi il Ministro per le Politiche Comunitarie, Andrea Ronchi, ha dato il via a una vera e propria campagna mediatica per difendere un “suo” decreto dall’accusa di privatizzare l’acqua e sconfessare il referendum abrogativo “l’acqua non si vende” (www.acquabenecomune.org). Non c’è media e giornale dove il ministro non sia intervenuto, qualche volta in contraddittorio con noi del comitato promotore del referendum, e molto più frequentemente in solitaria.

 

Col primo giugno ministro e ministero hanno lanciato una “operazione verità” (testuale) intitolata “Acqua le ragioni dell’intervento”, una sorta di “decalogo” di “vero” e “falso” sulla Legge che sarebbe mistificata da noi referendari, dai movimenti dell’acqua bene comune e da tutti i difensori del servizio pubblico. Il testo, che è una vera perla, è stato messo bene in evidenza sul sito del ministero.


Per ironia della sorte un’idea simile era già venuta alle multinazionali francesi dell’acqua Suez e Veolia che in diverse occasioni (Forum internazionali e giornate mondiali dell’acqua) hanno divulgato pubblicazioni e istruzioni ai loro dipendenti su come rispondere alle accuse dei movimenti sociali. Il caso vuole che le risposte del ministro siano davvero molto simili a quelle delle multinazionali

 . Ma non c’è mistero. L’ideologia è la stessa.


Anche se l’epoca è cambiata. Lo testimoniano le quasi 900mila firme raccolte in un mese e mezzo proprio dalla campagna per l’acqua pubblica. E alloraproviamo a fare chiarezza anche noi, sul “decreto Ronchi” e la “liberalizzazione” dell’acqua.

E prima di procedere – come ha scelto di fare il ministro e come fanno le multinazionali nelle loro campagne – al gioco del “vero” e “falso”, ricordiamo solo di cosa stiamo parlando perché rischiamo tutti (i media per primi) di prendere da subito un abbaglio.


Il provvedimento

Il 9 settembre 2009 il Consiglio dei Ministri vara un decreto legge “salva infrazioni”: un “rapido assolvimento di obblighi nei confronti dell’Unione europea per ovviare a procedure di infrazione per ritardato o non corretto recepimento di direttive comunitarie”. Nel decreto c’è un po’ di tutto. Come riporta il sito del ministero, c’è la riforma dei servizi pubblici locali con l’apertura del mercato ai privati, misure per la difesa del Made in Italy, regolamentazione degli spot telefonici e ancora, previsione di norme anti-mafia per l’Expo 2015, proroga delle convenzioni per la Tirrenia, obbligo di vendita di lampadine ed elettrodomestici a basso consumo a partire dal 2010.


Il 17 novembre il decreto è in dibattito alla Camera e per la 28esima volta il governo decide di porvi la fiducia con la consueta formula, annunciata dal ministro per i rapporti con il Parlamento Elio Vito, velocizzare i tempi”. Mancava una settimana alla scadenza, il tempo per discutere c’era. Ma il governo non vuole discutere e si vota: 302 voti a favore e 263 contrari.

Il punto che riguarda l’acqua nel Decreto Legge 135/09 è l’art. 15 “Adeguamento alla disciplina comunitaria in materia di servizi pubblici locali di rilevanza economica” (e notate bene “di rilevanza economica”) ed è molto corposo (http://www.parlamento.it/parlam/leggi/decreti/09135d.htm).
È oggetto del primo quesito referendario della nostra campagna, che riguarda l’abrogazione totale dell’art. 23 bis della legge 133/2008 modificato appunto da questo art. 15.


Un solo articolo all’interno di un provvedimento omnibus che porta ad estreme conseguenze la “liberalizzazione” per i servizi pubblici locali (in teoria solo quelli a rilevanza economica: trasporti, rifiuti…).


Quindi fa sorridere che il ministero ex-post scriva frasi del tipo: “il sistema disegnato dal decreto Ronchi nasce dall’esigenza di adeguare il settore dei servizi pubblici locali, governato da leggi ormai anacronistiche, alle attuali esigenze dei cittadini, della società e dell’economia del Paese. Una necessità ancora più evidente relativamente alla gestione del servizio idrico integrato e al dissesto in cui versano le reti

 ”.

Puro fumo negli occhi. . E infatti il ministro che orgogliosamente rimane col cerino in mano è quello per “le politiche comunitarie”, invece di quello per l’ambiente e la tutela del territorio o di quello per le infrastrutture. Non lo affiancano nemmeno. È rimasto solo Ronchi a parlare di reti idriche, concessioni, tariffazioni… Tutta roba che non gli competerebbe ma gli è caduta sul tavolo.


Vero o falso?

L’operazione “verità” del ministro è presentata in alcune affermazioni “vero o falso” con i relativi commenti.

La lista delle affermazioni è la seguente:

- Il decreto Ronchi privatizza l’acqua: falso

 

- Un intervento nel settore era necessario: vero

- Le tariffe aumenteranno in maniera indiscriminata: falso

- L’acqua resta un bene accessibile a tutti: vero

- Non è più possibile affidare la gestione dei servizi in house: falso

- Nessuno vigilerà sui gestori del servizio e sulle tariffe applicate: falso


E il primo dato davvero significativo per noi dei movimenti per “l’acqua bene comune” è il rovesciamento di senso. . Non c’è niente da rallegrarsi, purtroppo, perché se il senso comune si sta rovesciando a favore del pubblico (non del partitico, lottizzato, burocratizzato…) è perché dove è esistita la privatizzazione in toto o in parte le cose sono peggiorate e di molto. Ovunque. Lo dicono i numeri, quelli del governo, non i nostri. Guardare per credere.

Quindi il nostro gioco del “vero o falso” comincia proprio da qui, dall’idea che “il mercato fa meglio”, l’ultima spiaggia della privatizzazione all’italiana (mentre nel resto d’Europa hanno cominciato a ripubblicizzare).


Liberalizzare?
Il decreto Ronchi sancisce la liberalizzazione dei servizi pubblici locali e apre un mercato importantissimo alla concorrenza.


FALSO

Liberalizzazioni e concorrenza nulla hanno a che vedere con la gestione del servizio idrico. Il servizio idrico, come tutti sanno, è un monopolio naturale.

Ciò significa che, in questo settore, non esiste la concorrenza, che presuppone l’esistenza di più gestioni tra le quali i fruitori del servizio possono scegliere.

Il massimo che il mercato può offrire, in questo caso, sono le gare per aggiudicare il servizio. E qui emerge un altro problema: siccome il servizio idrico necessita di elevati investimenti prolungati nel tempo, le gare sono costruite con scadenze lunghe e revisioni brevi. Le concessioni durano 20-25 anni, mentre ogni 3 anni si possono ricalcolare tariffe, investimenti e le altre grandezze del servizio. Le condizioni ideali perché grandi potentati, magari multinazionali, possano fare “buone” offerte all’inizio e poi, grazie al fatto di detenere in modo pressoché esclusivo le informazioni sui costi e le modalità di erogazione del servizio, poter rinegoziare di fatto la situazione concordata. Basta andare a guardare le esperienze concrete: è sufficiente andare oltreconfine, in Francia, dove il meccanismo della gara è molto utilizzato per vederne i risultati. Lì il numero di procedure di gara è molto elevato, circa 580 in media all’anno, visto che il sistema è molto frammentato. Ebbene, in quasi il 90% dei casi, la gara ha confermato i precedenti gestori che risultano essere, nella grandissima maggioranza, le 3 grandi multinazionali francesi del settore, Veolia, Suez e Saur.

Si dice allora che è bene istituire una buona regolamentazione, magari tramite un’ Authority, per evitare che i grandi monopoli possano decidere su tariffe, investimenti, consumi ecc. Ora, anche prescindendo dal fatto che finora si è andati in direzione assolutamente contraria (il CONVIRI è stato ridimensionato, le Autorità degli ATO addirittura abolite entro l’anno), ci spiega il ministro Ronchi come una piccola pattuglia di studiosi, certamente assai indipendenti (come si è soliti fare in questo Paese), riuscirà a convincere Suez, Veolia, Acea, Hera ecc. a tenere basse le tariffe, fare tanti investimenti, accontentarsi di bassi profitti?


Lo vuole l’Europa?
La legge Ronchi detta una serie di norme sui servizi pubblici locali (acqua, rifiuti, trasporti) di adeguamento alla disciplina comunitaria.


FALSO

L’incipit del decreto Ronchi è menzognero. La norma non adempie ad alcun obbligo comunitario. Tale disposizione non esplicita le fonti comunitarie di riferimento che dovrebbe “applicare”.

Essa si “auto-proclama” norma di attuazione di obblighi comunitari perché l’Europa demanda ai singoli Stati membri la scelta in merito alla modalità di gestione del servizio idrico e degli altri servizi pubblici locali. Ma il governo non ha legiferato, non ha detto: “il servizio idrico è di rilevanza economica”.

L’ultima parola sul servizio idrico in Italia spetta ancora ai Comuni (e per questo il Forum Italiano dei Movimenti da oltre un anno chiede ai Comuni di inserire nel loro statuto la dizione di “servizio idrico privo di rilevanza economica”). Il decreto, quindi, obbliga i Comuni a vendere le quote delle loro aziende di servizi violandone le competenze e il ruolo. Forza il passaggio del servizio a esclusivo valore economico senza dirlo chiaramente. Si nasconde dietro l’Europa.


Pubblica, privata o….?
Il discrimine non è la scelta tra pubblico e privato, ma tra chi (pubblico o privato non importa) è efficiente e chi no.


FALSO

La gestione pubblica e quella privatistica si differenziano in modo sostanziale perché hanno obiettivi alternativi: la prima è finalizzata a soddisfare interessi e diritti della collettività, la seconda a raggiungere il massimo profitto. E anche il concetto di efficienza non è neutro: nel primo caso vuol dire pareggio tra costi e ricavi, nel secondo massimizzazione dell’utile aziendale.


O l’acqua è un bene comune e un diritto umano universale, da conservare per le generazioni future o diventa un bene economico soggetto alle regole della valorizzazione del capitale economico-finanziario.

Non si tratta di demonizzare il mercato e il profitto (che funzionano per altri beni e servizi). Si tratta di avere solo chiaro che quando si parla di acqua e servizio idrico, e di beni comuni in generale, il mercato non c’è e il profitto si costruisce, oltre che sulla domanda garantita, intervenendo in modo contrario agli interessi generali: incremento delle tariffe, sottoinvestimenti, aumento dei consumi. Abbiamo presente che anche la gestione pubblica può essere piegata ad interessi particolaristici, di natura lobbistica o clientelare. Ma proprio per questo la nostra idea di gestione pubblica è strettamente legata a quella di partecipazione e democrazia.


Parliamo di gestione pubblica partecipata, perché è quella corrispondente all’idea di bene comune. Vogliamo andare al di là della gestione pubblica intesa come proprietà statale o dell’Ente locale, perché se essa è premessa necessaria per soddisfare gli interessi della collettività, non ne è però condizione sufficiente. Occorre costruire meccanismi di partecipazione dei lavoratori e dei cittadini in grado di intervenire sulle scelte e gli obiettivi di fondo dell’utilizzo della risorsa idrica e della gestione pubblica del servizio: solo così si potrà affermare realmente il fatto che l’acqua è bene comune e il servizio idrico rispondente agli interessi generali.

Per cominciare a farlo non c’è poi granché da inventare, basterebbe ripartire dall’articolo 43 della Costituzione.


Cosa resta pubblico?
Oggi in Italia la gestione pubblica è assolutamente preponderante e l’acqua è e resta un bene pubblico.


FALSO

È evidente e noto a tutti che la proprietà del bene acqua è pubblica e non cedibile, anche se poi il meccanismo delle concessioni (dall’acqua minerale alla produzione di energia idroelettrica) spesso mette a repentaglio il suo utilizzo per finalità pubbliche.

In ogni caso, la privatizzazione è in primo luogo la gestione a fini privatistici del servizio idrico, che è in corso ormai da 15 anni. Dalla metà degli anni ’90 alla gestione svolta da soggetti di diritto pubblico (Aziende speciali, Consorzi tra Comuni) si sostituisce progressivamente la gestione tramite società di capitali, in particolare S.p.A., che, com’è noto, sono soggetti di diritto privato e, come recita il codice civile, vengono costituite “per l’esercizio in comune di una attività economica allo scopo di dividerne gli utili”.


È qui che si passa da un’idea di servizio pubblico, finalizzato al soddisfacimento degli interessi collettivi e imperniato su una logica economica di pareggio costi-ricavi anche con il ricorso alla fiscalità generale, ad un’impostazione mercantile, che assume come priorità la realizzazione del profitto e si finanzia con le tariffe e il ricorso al mercato e alla Borsa.


È qui il discrimine e il passaggio di campo, che porta i sevizi presunti “a rilevanza economica” a differenziarsi dagli altri servizi pubblici che garantiscono fondamentali diritti di cittadinanza, come sanità, istruzione, sicurezza.

Poi, si può discutere sul grado di privatizzazione: le S.p.A. a totale capitale pubblico sono dette spesso “privatizzazioni formali” mentre le S.p.A. miste e quelle private, definite “sostanziali”, sono maggiormente piegate a una logica legata al profitto. Per questo non si può sostenere che il servizio idrico non sia privatizzato perché sono solo 7 le S.p.A. totalmente private che finora gestiscono il servizio sul territorioitaliano: è più chiaro e rispondente alla realtà evidenziare che dei 110 soggetti che gestiscono il servizio idrico nei 69 Ambiti territoriali che hanno affidato il servizio tutte sono società di capitali, 106 S.p.A. e 4 srl. Poi, delle 106 S.p.A., 65 sono a totale capitale pubblico, 34 miste pubblico-privato (ma comanda il privato con patti parasociali in fotocopia) e 7 totalmente private.


Chi vincerà le gare?
La gestione pubblica potrà rimanere: basterà che le Spa a totale capitale pubblico vincano le gare.


FALSO

Fermo restando che anche le SpA a totale capitale pubblico costituiscono una forma, seppure blanda, di privatizzazione, è necessario sottolineare che la vera innovazione del decreto Ronchi è proprio quella di ridimensionare drasticamente la presenza delle attuali 65 SpA a totale capitale pubblico, che dovranno cedere almeno il 40% del proprio capitale a soggetti privati entro la fine del 2011 pena la decadenza delle concessioni loro affidate. Perché il servizio idrico, alla fine del 2011, possa ancora essere affidato a SpA a totale capitale pubblico bisognerà affrontare una vera e propria corsa ad ostacoli, passando per il parere preventivo da parte dell’Antitrust, che dovrà accertare che non sussistono le condizioni per far ricorso al mercato, a riprova dell’ispirazione del decreto Ronchi.


Poi, certo, una volta reso residuale il loro ruolo, le SpA a totale capitale pubblico potranno partecipare alle gare, che, come visto prima, costituiscono il meccanismo più efficace per consegnare il servizio idrico alle grandi aggregazioni dominate dai soggetti privati e dalle logiche finanziarie.


Più investimenti, meno perdite, tariffe più basse?
Con la riforma vengono poste le premesse proprio per una rapida e progressiva ripresa degli investimenti necessari per il settore e, in particolare, per la ristrutturazione della stessa rete idrica. Più efficienza porterà nel medio periodo a tariffe più basse.


FALSO

Qui siamo alla pura fantasia o alla pura mistificazione. Intanto bisognerebbe rispondere di cosa è già successo da 15 anni in qua, da quando è iniziato e si è affermato il processo di privatizzazione del servizio idrico. Negli anni 1996-2006 le tariffe sono cresciute di più del 60%, mentre l’inflazione, sempre nello stesso periodo, è stata di poco superiore al 25%. Gli investimenti dall’inizio degli anni ’90, quando assommavano a circa 2 mld euro/anno, sono letteralmente crollati (-2/3) ai circa 6-700 mil euro/anno dall’inizio degli anni 2000. con quello che ne consegue in termini di mancata ristrutturazione delle rete idrica e delle perdite ad essa connesse.


Va aggiunta poi l’allarmante, e per fortuna irrealistica, previsione di incremento dei consumi nell’ordine di quasi il 20% per i prossimi 15 anni. Ciò è dovuto a due fattori di fondo. Il primo è il meccanismo tariffario, fissato con un decreto ministeriale del 1996 e confermato nell’impianto della ”riforma” Ronchi, che costituisce il secondo grande pilastro della privatizzazione del sistema. Tale meccanismo sancisce che le tariffe devono coprire integralmente i costi di gestione del servizio, gli investimenti, nonché riconoscere un 7% di profitto garantito sul capitale investito ai soggetti gestori.


Il secondo è la possibilità per i soggetti gestori di intervenire nel poter definire tutte queste grandezze. E ciò ha “naturalmente” portato a considerare unica variabile indipendente il profitto garantito al 7% sul capitale investito, subordinando a ciò tariffe, investimenti e consumi. Le prime crescono sensibilmente, i secondi hanno una flessione pesante, gli ultimi diventano ambientalmente insostenibili: e tutto ciò non solo continuerà, ma con il decreto Ronchi avrà un’ulteriore accelerazione negativa.


In realtà, per far ripartire gli investimenti è necessario un Piano nazionale straordinario, slegandoli dal finanziamento tramite la tariffa e costruendo un efficace intervento di finanza pubblica a loro supporto. Una sorta di “grande opera pubblica”. Solo per questa via si riuscirà ad affrontare l’annosa problema delle perdite della rete e, assieme alla ripubblicizzazione della gestione, contenere le tariffe e disincentivare i consumi.


L’acqua resta un bene accessibile a tutti?


FALSO

La mercificazione dell’acqua e la sua conseguente trasformazione in bisogno (invece che diritto) rende reale il pericolo di estromissione delle fasce sociali meno abbienti e costruisce una relazione più stretta tra reddito delle famiglie e possibilità di avere accesso all’acqua potabile. Non è uno spauracchio, ma semplicemente la registrazione di quanto è già avvenuto dove il processo di privatizzazione si è spinto più avanti e che è destinato a realizzarsi se il disegno di Ronchi e del governo andrà avanti. Da questo punto di vista, basta dare un’occhiata al sistema inglese, dove, assieme ad una gestione totalmente privatizzata, esiste peraltro una forte e “preparata” autorità di regolazione pubblica, l’OFWAT.

Ebbene, proprio in questa situazione, oltre a forti aumenti tariffari e a una situazione di rilevanti sottoinvestimenti, si è arrivati a un record negativo di “water poverty”, l’indicatore che misura l’insostenibilità del costo della fornitura d’acqua rispetto al reddito percepito: le famiglie inglesi che si trovano in questa situazione sono ormai circa il 10% del totale. In Italia, per altro, 8 milioni di cittadini non hanno ancora uno stabile e dignitoso accesso all’acqua potabile.

 

Quanti diventeranno?


                                ronchi_andrea.jpg



 

Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:

Commenta il post