COLONIA ITALYA -Prima parte

Pubblicato il da ipharra.over-blog.it

Da: STAMPALIBERA

di Fabio Falchi. 

La svendita dell’Italia dagli anni 90 continua anche oggi a causa di “destra” e “sinistra” subalterne agli interessi atlantici.


È noto che l’incontro sul panfilo Britannia, al largo di Civitavecchia, il 2 giugno 1992, tra esponenti del mondo finanziario angloamericano (Warburg, Barclays, Goldman etc.) e membri della classe dirigente italiana (tra cui Ciampi e Draghi, allora rispettivamente governatore della Banca d’Italia e direttore generale del Ministero del Tesoro) segna l’inizio della “svendita” al capitale privato, italiano e soprattutto straniero, del settore pubblico dell’economia nazionale.

Un patrimonio che la Repubblica italiana aveva ereditato dal regime fascista e che, grazie anche alla lungimiranza e spregiudicata politica economica di uomini come Enrico Mattei, aveva saputo consolidare ed arricchire, sia pure secondo una logica di gestione in gran parte partitocratica e clientelare.

Solo ora, però, a distanza di diciotto anni da quell’incontro, con cui l’Italia, consapevolmente e di buon grado, acconsentiva ad alienare quel minimo di sovranità nazionale che ancora le rimaneva dopo la Seconda guerra mondiale, si va delineando il disegno politico che è la prima causa del declino non solo economico ma (ed è ancora più grave se si considera un periodo di medio-lungo termine) anche culturale del nostro Paese.

Né ciò  può destare meraviglia  se si tiene conto che in questi ultimi decenni si è assistito, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, ad un mutamento degli equilibri internazionali, che ha visto prima il tentativo degli Usa di imporre la propria egemonia sull’intero pianeta e (più o meno), a partire dall’inizio del millennio, la crisi dell’unipolarismo americano e il sorgere di una nuova “fase policentrica”, che, per quanto sia ancora in via di formazione, pare ben difficile che non sia destinata a caratterizzare la politica internazionale (e non solo) di questa prima metà del XXI secolo.

Ciò dipende sia dalla capacità di “vecchie” e nuove potenze (Russia, Cina, India) di contrastare l’egemonia atlantista (termine con cui si può designare la politica di potenza degli Stati Uniti e dei suoi maggiori alleati, Israele e Gran Bretagna, in particolare), sia dalla tradizionale difficoltà degli americani di porre fine rapidamente ad un conflitto con armi convenzionali (o comunque non nucleari).

Sì che, gli enormi costi e il logorio della propria macchina militare che gli Usa devono sostenere per cercare di mantenere (in verità, con scarso successo) il controllo del territorio di questi due Paesi, impediscono o rendono molto meno facile all’America di avere mano libera contro quei Paesi come l’Iran o il Venezuela (e, se si vuole, la stessa Turchia di Erdogan) che cercano di attuare una politica di completa indipendenza da Washington, contribuendo in tal modo al rafforzamento di un sistema multipolare, nonostante la retorica atlantista della guerra contro il “terrorismo internazionale” e dello scontro tra civiltà.


Ed è proprio per questo motivo, che le pressioni angloamericane sui Paesi europei, anziché indebolirsi, sono diventate sempre più forti, dato che si ritiene, com’è logico, che sia necessario “serrare le file”, ora che la Quarta guerra mondiale (ché gli unici, in Occidente, a non avere capito o a far finta di non capire che dopo la fine della guerra fredda ne è cominciata un’altra – che Costanzo Preve definisce come la guerra di Usa & Co contro i “resto del mondo” – sembrano essere gli europei) non pare prendere una piega positiva per gli interessi d’Oltreoceano.

Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:
Commenta il post