Caso Dell`Utri, una vicenda complicata con molte ombre

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Da:Rinascita

Di: MIchele Mendolicchio


Per tutti vale il principio di innocenza almeno fino al terzo grado di giudizio. E così anche la seconda condanna a 7 anni, in Appello, del senatore Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa non deve far venir meno questo principio.
La riduzione della pena da 9 a 7 anni sconfessa l’impianto accusatorio relativo al dopo ’92 sulla presunta trattativa tra Stato e cosa nostra che portò poi agli attentati mafiosi di Firenze, Roma e Milano. Secondo le dichiarazioni del pentito Spatuzza il trait d’union di questa operazione fu proprio Dell’Utri ma la sentenza di Appello smentisce questa ricostruzione. 


Quindi non ci sarebbero prove su possibili accordi tra governo e potere mafioso, in primis sull’abolizione del 41 bis ovvero del carcere duro. In cambio le cosche avrebbero promesso di fare i buoni, senza più ricorrere alle stragi. Stiamo parlando di un periodo drammatico, gli anni ’90, dove dominava la strategia del terrore mafioso di Riina, poi arrestato nel gennaio del ’93. Nel maggio del ’92 fu ucciso il giudice Falcone, un eroe, e tre mesi dopo fu eliminato un altro eroe, Borsellino. E nel ’93 ci furono gli ultimi bagliori, con le bombe di Firenze, Roma e Milano, di quella strategia criminale volta a costringere lo Stato a trattare.


Ma già il fatto che il carcere duro sia rimasto questo sconfessa l’ipotesi di un accordo. E quindi anche le confessioni del pentito Spatuzza in riferimento a queste trattative e soprattutto in riferimento alla nascita di Fi foraggiata dalle cosche sono state giudicate prive di fondamento. Non bisogna dimenticare che siamo negli anni della disfatta della prima repubblica, affondata dall’inchiesta di Mani pulite. Il fatto che da quell’inchiesta si salvò solo l’ex Pci, totalmente coinvolto nel malaffare del finanziamento illecito ai partiti, questo deve far riflettere. Con l’eliminazione di Craxi, per l’ex dirigenza del Pci-Pds-Ds si era aperta un’autostrada verso Palazzo Chigi.


A quel punto scende in campo l’imprenditore Berlusconi, fino ad allora un perfetto sconosciuto, almeno politicamente. Certo Bettino Craxi lo favorì nella concessione delle frequenze televisive ma questi sono favori che normalmente si fanno tra politica e mondo imprenditoriale. Non c’è nulla di scandaloso. Semmai di scandaloso c’è che mentre Craxi era un politico con un senso dello Stato, così non si può certamente dire di Berlusconi che ha solo ed esclusivamente il senso degli affari, suoi ovviamente. Certo il leader socialista ha le sue colpe relative alle tangenti e all’uso talvolta improprio che ne fece ma questo non può essere tolto da quel contesto storico che si viveva dei tempi della guerra fredda, dove tutti i partiti si foraggiavano in modo illecito. Ma torniamo a Berlusconi. Siamo nel ’93.


Crea il partito di Fi per salvare se stesso ma anche per sbarrare la strada all’ex Pci che già pregustava il trionfo. La gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto, allora segretario del Pds, veniva da una marcia trionfale nelle amministrative del ’93. E chi lo ferma più? Invece Silvio, il bugiardo per eccellenza, pose fine ai sogni di Occhetto e D’Alema, creando il partito di Forza Italia, accentratore del voto cattolico e moderato. Da lì in poi partirono una lunga serie di perquisizioni e di inchieste, con i soliti pentiti a tempo, volte a dimostrare la correlazione tra l’ascesa di Berlusconi e la mafia. L’amicizia tra Dell’Utri e Silvio risale agli anni ’70 e nell’80 lo porta ad entrare in Pubblitalia legata al gruppo Fininvest.
Poi c’è la storia di Mangano, uomo d’onore che entra nel ‘73 alla corte di Berlusconi come stalliere di Arcore e come garante della sicurezza della famiglia. Siamo in anni in cui il sequestro di persona e gli attentati da parte del sistema mafioso erano una consuetudine molto diffusa. Certo le chiavi di lettura di quell’atto di non belligeranza furono molteplici, prima fra tutte: cosa dette in cambio Silvio? Poi Mangano subì delle condanne, venne allontanato nel ’76 da Arcore e morì in carcere, nel 2000, per un tumore.


Mentre Silvio in quegli anni caldi dei sequestri non sentendosi più sicuro emigrò con tutta la famiglia prima in Svizzera e poi in Spagna. Di questa lunga storia dell’impero di Silvio che si snoda dagli anni 70 fino ai giorni nostri è pensabile che patti con la mafia per salvare le sue aziende e la famiglia ci siano stati. Ma è mai pensabile che le cooperative per operare non abbiano fatto altrettanto? E la Fiat no? E così quasi tutte le grandi aziende che per operare in certe regioni sono scese a patti. E’ una colpa? Sì è una colpa perché a patti con la criminalità non si deve scendere mai.

 

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