Bel suol d’amor?

Pubblicato il da ipharra.over-blog.it

Dal sito: www.laboratorioforzauomo.it

Il tripudio di colori e bandiere sventolanti non può far dimenticare a questo popolo vassallo, quali sono ancora le sue pene e le sue responsabilità.

L’Associazione culturale Zenit, nell’editoriale di Aprile apparso oggi sul periodico “Il Martello” ha analizzato la società italiana, in riferimento ai suoi costumi e alle sue scelte in materia di politica estera.

Un chiaro filtro alle “verità” proposteci dai mass media.

Italia, 19 marzo 2011. Non si sono ancora dissipati gli echi scaturiti dal baraccone di sarabanda retorica messo in scena per il centocinquantenario, che la tanto decantata “unità nazionale” ha avuto modo di trovare compimento nell’esercizio che, ahinoi, da sempre i politici italiani assolvono con rara solerzia: la genuflessione al cospetto dello straniero. Il tripudio di tricolori che ha abbigliato le strade delle nostre maggiori città, ilgloria cantato con voce solenne e quasi convinta da opinionisti d’ogni risma nei confronti dei cosiddetti “eroi del risorgimento”, l’osservanza dei “valori della patria” evocati dai sacerdoti laici delle istituzioni democratiche.

Queste tre carnevalate, degne del pizza-mafia-mandolino, sembravano come guarnizioni zuccherose su certe torte di gesso esposte ab aeterno nelle vetrine delle pasticcerie. Canditi, panna montata, ciliegine, fragoline, frutti di bosco. Tutto bello, tutto appetitoso. Almeno all’apparenza. In verità, sotto il dolce c’era, come è sempre stato, una vuota anima di cartone. Già, non può che essere vuota l’anima di un paese ridotto a svolgere la funzione dello “yes-man” nei confronti dell’alleato occidentale. Anche quando questa accondiscendenza acritica e supina volge a discapito degli interessi nazionali. Chissà se la scia lasciata dalle frecce tricolori esibitesi per la festa si era già sciolta nei cieli d’Italia, quando quei caccia partiti da sette delle decine di basi americane disseminate entro i nostri confini (alla faccia della sovranità nazionale!) hanno sorvolato questi stessi cieli per dirigersi, con fare impetuoso, all’indirizzo della vicina Libia, 300Km di distanza a sud dalle coste siciliane ed una storia legata a doppia mandata a quella del Belpaese.

In tutto l’Occidente una campagna mediatica dagli echi terroristici ha preceduto la campagna dal sinistro nome “Odyssey Dawn” (Alba dell’Odissea). Ci sembrava, effettivamente, di riconoscere alcuni segnali inconfondibili di preludio ad una guerra “umanitaria”; quegli stessi segnali che precedettero le campagne in Serbia contro il dittatore Milosevic, in Afghanistan per stanare i Talebani, in Iraq per destituire il sanguinario Saddam Hussein. Menzogne, menzogne e ancora menzogne, infatti, sono state scaricate all’indirizzo del satrapo di turno, l’ex amico di molti leader occidentali Mohammed Gheddafi, improvvisamente assurto a preoccupazione principale del mutuo soccorso internazionale delle potenze democratiche.

Le diffuse rivolte propagatesi in tutto il mondo arabo, una volta contagiata anche la Libia, hanno stimolato un morboso ed ingerente interesse da parte occidentale. Già prima ancora che l’ipotesi di intervenire militarmente venisse vagliata ufficialmente, si è assistito qui da noi ad un palese tentativo di aizzare le folle libiche in una fratricida guerra senza quartiere, indicando con tronfia convinzione, fin troppo sospetta, in Gheddafi il colpevole unico di quanto stava accadendo. Accuse strumentali e non dimostrate venivano mosse dai media al suo indirizzo, ma tutte presto smentite: il doppiaggio distorto e strumentale delle parole del colonnello libico durante la sua prima conferenza dopo l’inizio delle insorgenze, la realizzazione di fosse comuni in cui sarebbero stati gettati i corpi dei suoi oppositori sono solo due esempi di informazione spazzatura, faziosa e connivente con i signori della guerra democratica. Rispetto al passato, tuttavia, un paio di perfezionamenti sono stati messi a punto nei confronti di quella macchina mediatica che ha il ruolo di convincere l’opinione pubblica della bontà e dell’umanità di una guerra.

Stavolta, gli USA hanno mantenuto, almeno inizialmente, un basso profilo volto a dirottare su Francia e Gran Bretagna la funzione di incendiari, funzione ormai considerata un’imbarazzante fardello per gli Stati Uniti. Nessuno meglio di Obama, la faccia buona dell’imperialismo a stelle e strisce, può svolgere questa subdola carica. Senza proclami altisonanti, tipici delle amministrazioni repubblicane precedenti (dottrina Bush docet!), mediante una sottile trama politica, alla fine la NATO è riuscita ugualmente ad accaparrarsi il mandato della missione in Libia, garantendo così agli americani una prelazione quando ci sarà da raccogliere i frutti della guerra. La copertura della Risoluzione Onu 1973 è servita, dunque, solamente per dimostrare una parvenza di legittimità iniziale. Una Risoluzione approvata, per giunta, in fretta e furia; tutti sordi, nel “palazzo di vetro”, alla richiesta da parte degli emissari di Gheddafi di inviare sul posto osservatori internazionali per verificare la situazione vigente.

Evidente è il fatto che ogni soluzione alternativa al conflitto venisse scartata a priori, perché troppo urgente era il bisogno di aprire un nuovo fronte nel quale somministrare il veloce metodo di democratizzazione che si applica con i bombardamenti. E la serva Italia, umile topino che corre dietro al piffero delle potenti nazioni capitalistiche, cosa guadagnerà dal suo coinvolgimento? Una sconfitta lancinante. Sì, perché la sospensione degli accordi italo-libici stipulati con il governo Gheddafi produrrà effetti devastanti per la nostra economia: l’Eni ha già perso il suo ruolo privilegiato nell’approvvigionamento delle risorse del sottosuolo della Libia, a beneficio delle sette sorelle del petrolio che avevano in Gheddafi forse l’ultimo oppositore; le nostre coste meridionali vengono invase con cadenza quotidiana da orde di disperati che tracimano da un Nord Africa estremamente agitato, nel silenzio assordante di un’Unione Europea che si dimostra egoista e negligente quando c’è da correre in aiuto di uno Stato membro.

Lampedusa è diventata la pietra dello scandalo italiano. Un prezioso lembo della nostra amata terra ridotto ad uno stato di anarchia imbarazzante, nel quale il numero di clandestini ha superato il numero degli abitanti autoctoni. E l’Italia come difende l’incolumità e la dignità dei suoi confini? Praticando una politica di basso profilo, inaccettabile in un momento così delicato.

Momento che richiederebbe il gesto deciso e adirato di un Ministro degli Interni che abbia il coraggio di recarsi a Bruxelles per sbattere i pugni sul tavolo dei suoi colleghi dell’UE e far sentire la sua voce. Voce che serve a Maroni, invece, solo per i proclami da comizio e per presentare misure restrittive anti-costituzionali per i cittadini italiani. Possiamo concludere che la guerra a Gheddafi rappresenta per noi un suicidio politico.

Associazione Culturale Zenit.

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Ciao CARABINIERI D'ITALIA: QUESTA SERA HO SENTITO SU
RADIO UNO ALLA TRASMISSIONE ZAPPING, DI ALDO FORBICE, AFFERMARE CHE, FRA UN PAIO D'ANNI SARA' SOPPRESSA L'ARMA DEI CARABINIERI. QUESTO NON DEVE ACCADERE!!! FORMIAMO UN MOVIMENTO APOLITICO PER
IMPEDIRE DI TOGLIERE L'UNICA ISTITUZIONE ITALICA. STIAMO FESTEGGIANDO I 150 ANNI E QUESTI SOTTOBANCO CI TOLGONO L'UNICA COSA VERA,
CHE HA UNITO L'ITALIA ONESTA, ONORATA RISPETTOSA DELLA LEGGE. Marcello Antonelli



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