REAGIRE ALLE DERIVE DELLA DESTRA E DELLA SINISTRA

Pubblicato il da ipharra.over-blog.it

 

Alle derive della destra e della sinistra, de Benoist ritiene si debba reagire con una grande lessive des idées, ovvero, come si preferisce dire in Italia, con una “nuova sintesi” di pensiero. Preve, da parte sua, parla, in Filosofia del presente (Settimo Sigillo, Roma 2004), di un “invito allo spaesamento”.

 

Queste espressioni sono accomunate dalla consapevolezza della necessità di operare un rimescolamento delle carte che, ovviamente, non viene prospettato ai soggetti politici e culturali tradizionali, i quali hanno un evidente interesse al mantenimento dello status quo, ma a quanti continuano a considerarsi antagonisti e non hanno perciò rinunciato a porsi in modo critico rispetto ad una realtà che oggi ha assunto il volto della globalizzazione, dell’espansione unilaterale del dominio statunitense nel mondo, dello sfruttamento intensivo di risorse non rinnovabili, della perdita della biodiversità e del conseguente impoverimento della natura, della estrema concentrazione della ricchezza in poche mani, dei movimenti migratori di masse crescenti, di una democrazia sempre più svuotata di contenuto, dell’assottigliarsi, al di là della retorica ufficiale, della sfera delle nostre libertà a causa dell’uso di strumenti di controllo potenti e invasivi (Echelon).

 

Le figure che dovrebbero incarnare la reazione a questo stato di cose, ossia il ribelle jüngeriano (secondo de Benoist) e il rivoluzionario (secondo Preve), lasciano intendere, nella loro diversità, che se nella pars destruens dei rispettivi approcci vi sono ampie assonanze, in quella propositiva, probabilmente, vi è una certa divaricazione. Il che è del tutto normale nel dibattito delle idee. Quello che ci preme, in questa sede, sottolineare è che, purtroppo, finora questo dibattito è stato condotto da singoli e che non si è ancora riusciti a creare nuove convergenze (e divergenze) fra soggetti collettivi. Eppure, almeno potenzialmente, tali soggetti esistono; lo dimostra il fatto che gli organi di espressione della cultura delle Nuove sintesi (Éléments, Krisis e Nouvelle école in Francia e Diorama e Trasgressioni in Italia), sia pure in mezzo a mille difficoltà, continuano ad avere un seguito e che anche sul versante di sinistra non mancano uomini e iniziative che manifestano una certa insofferenza verso i consueti steccati.

 

Si pensi a un Alain Caillé o a un Serge Latouche, intellettuali che, in ambito transalpino, provenendo da sinistra, si sono spinti, senza varcarli, ai limiti dello sconfinamento in quella terra di nessuno da cui possono nascere le inedite aggregazioni di domani[1]. O, in Italia, a un settimanale come Carta, le cui idee in materia di critica all’ideologia dello sviluppo e il cui appoggio alle tesi “bioeconomiche” di Nicholas Georgescu-Roegen – idee e appoggio difficilmente inquadrabili nel contesto di una sinistra “classica” – gli sono valsi i fulmini del quotidiano di Rifondazione comunista Liberazione. Assistiamo, peraltro, a uno strano paradosso: proprio coloro che amano atteggiarsi ad anticonformisti, innovatori, rivoluzionari, e che dovrebbero perciò, in linea di massima, essere interessati all’ipotesi di una sostanziale messa in discussione di eredità consunte e incapacitanti, ne sono, in realtà, i difensori più accaniti. Facciamo qualche esempio per capire meglio.

 

Di fronte alle analisi e alle provocazioni della Nuova destra, in Italia e in Francia, l’ambiente del radicalismo di destra e del neofascismo, da cui la Nd ha preso le mosse per poi uscirne, non ha saputo fare altro che o chiudersi a riccio a difesa dei sacri confini minacciati, continuando a riversare nei cervelli del suo pubblico in buona parte materiali di scarto (apologie e nostalgie), o utilizzare strumentalmente quelle analisi, decontestualizzandole e quindi snaturandole. Un caso tipico sono i concetti di differenza, identità e comunità sui quali Alain de Benoist si è a lungo soffermato, offrendone una versione all’altezza dei tempi, compatibile con le nozioni di democrazia, federalismo e multiculturalismo sulle quali oggi tanto si discute. Il suo impegno può essere riassunto nello sforzo di intenderli come una finestra che ci mette in comunicazione con il mondo e con gli altri, anziché isolarcene, facendoci rinchiudere nelle nostre certezze vere o presunte. Ebbene, invece di sentirsi stimolato al cambiamento da questi approfondimenti culturali, l’ambiente destro-radicale non ha fatto altro che appropriarsi di queste parole per veicolare, in versioni più alla moda ed accattivanti, le idee di sempre, dando così la possibilità agli osservatori in malafede, o semplicemente pigri, di concludere che, in fondo, quelli di de Benoist e della Nuova destra erano solo tentativi di mascherarsi, di penetrare nel campo progressista per seminarvi scompiglio. 


Nella cosiddetta sinistra antagonista, la situazione non è molto più rosea. Qui l’attaccamento alla sinistra raggiunge livelli quasi feticistici. Dal marxiano feticismo delle merci, questa componente della sinistra è passata al feticismo della sinistra. Solo in questi termini “sacrali” – nei termini, cioè, di una paura di contaminarsi – si può spiegare la teoria delle due destre elaborata da uno degli autori di riferimento di questa area, Marco Revelli. Siccome la sinistra istituzionale si è fatta corrompere dal discorso del “nemico”, deponendo le armi su temi tradizionalmente rilevanti per la sinistra e la sua identità come lo stato sociale e la difesa dei ceti più deboli, essa non è più degna di definirsi tale, di appartenere al mondo puro e incontaminato della vera sinistra, essendosi trasformata in destra, una seconda destra, meno becera forse, ma pur sempre destra. Questo consente a Revelli e ai suoi fans di continuare a coltivare la loro diversità, di sentirsi i migliori, ma ha un effetto bloccante, perché permette al sistema di continuare a girare intorno all’asse destra/sinistra che lo perpetua.

 

Lenin, in Stato e rivoluzione, lo aveva compreso perfettamente, e questa è una delle poche lezioni positive che la sinistra antagonista potrebbe trarre dalla sua opera. In Francia, a dire il vero, si è registrato qualche timido passo in avanti, sebbene anche lì sia diffuso il timore della contaminazione. Dopo la sconfitta della sinistra alle elezioni presidenziali del 21 aprile 2002 che videro Jean Marie Le Pen raccogliere il 16,9% al primo turno elettorale – il che costrinse la sinistra a votare per Chirac al secondo turno – il settimanale Politis, che si rivolge a un pubblico grosso modo corrispondente a quello italiano di Carta, aprì un dibattito sulla sconfitta subita dalla “sinistra plurale” (gauche plurielle) nel quale si inserirono voci interessanti come quelle di Alain Caillé e Serge Latouche. Ascoltiamole. 


Per Caillé, la parola “sinistra” continua ad avere un senso nello spazio della politica istituzionale – che per Revelli è, invece, come si è visto, quello delle “due destre” – ma al di fuori di esso, la sinistra è ormai un “significante” senza significato, vale a dire una parola che non veicola più valori precisi, non riesce più a “cristallizzare la speranza”. La nota distinzione proposta da Norberto Bobbio che identifica la sinistra con posizioni di tipo ugualitario, in particolare con l’uguaglianza economica, non è più operante dal momento in cui proprio a sinistra si affermano bisogni di tipo non ugualitario riconducibili al riconoscimento delle proprie identità. Occorre dunque trovare un nuovo “significante”, ossia un nuovo contenitore – anche se Caillé confessa di non saper dire quale – che “esprimerà il fatto che il politico non può più essere circoscritto al solo campo della politica, che lo supera da parte a parte attraverso molteplici esigenze etiche”. Anche Latouche ritiene che, in ambito istituzionale, lo schema destra/sinistra sia ancora proponibile e sensato. Al di fuori di esso, troviamo invece una sinistra contestataria che, tuttavia, ha il grave limite di porsi sullo stesso terreno del capitalismo globalizzatore, proponendosi solo di elaborare una versione più “umana” della globalizzazione, e una sinistra, nella quale Latouche si riconosce, che si prefigge di uscire dall’immaginario economico, di criticare a fondo lo sviluppo e di battersi per una “società della decrescita” che dovrebbe riconoscersi in un programma delle sei “R”: rivalutare, ristrutturare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Questo programma è, però, talmente eterodosso da aver scandalizzato, a sinistra, un buon numero di benpensanti. 


Sempre in Francia, è stato da poco pubblicato un libro, Comment ne plus être progressiste… sans devenir réactionnaire (Fayard), del giornalista di Le Monde Jean-Paul Besset, che rappresenta, probabilmente, quanto di più forte e chiaro è stato finora detto oltralpe da sinistra sull’esaurimento della polarità politica tradizionale. Besset paragona la destra e la sinistra ad automobili dalle carrozzerie leggermente diverse, ma dallo stesso motore. E questo motore si chiama crescita, produzione, progresso. A suo parere, non abbiamo bisogno né dell’una né dell’altra, perché entrambe rifiutano di incamminarsi lungo la strada che ci porterebbe fuori dal vicolo cieco in cui ci siamo cacciati: decrescita, limiti, sobrietà, moderazione. “Bisogna dunque affrettare la loro morte politica, come quella di ogni forza reazionaria”, per sostituirle con una “social-ecologia”, neologismo che richiama quello di social-democrazia.

 

La “social-ecologia” dovrebbe accompagnare i tempi nuovi che intravediamo all’orizzonte come ha fatto la socialdemocrazia nell’era, ormai esauritasi, dello sviluppo. La social-ecologia è dunque “l’eco della realtà del tempo presente”. Si condivida o no la prospettiva delineata da Besset, egli coglie bene l’esigenza, per ogni forza che voglia puntare sul cambiamento, di situarsi nel presente. Esigenza di cui sono evidentemente consapevoli, ciascuno con le sue peculiarità, i coautori di questo libro che vuole essere, in fondo, un atto di speranza, una ennesima scommessa sulla necessità di ampliare il confronto democratico a tutto campo, senza aprioristiche esclusioni. 

 

Giuseppe Giaccio        

 

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Il socialismo è una forma del "politico", la social-ecologia ne è un aspetto. In fin dei conti si verrebbe ha riproporre quel (fallito) movimento dei verdi. Non mi sembra una gran novità.


Ritengo che un possibile aspetto potrebbe essere nella distinzione conservatore - progressista; questo se vogliamo dividere le impostazioni socio- economiche (con rischio di un'inutile rincorsi
nel mordersi la coda). Ne deriva che non ci sono alternative si deve partire dal fascismo o socialismo nazionale che dir si voglia. Occorrono semplicemente dei principi guida (socio-economici) e,
di seguito, regole/leggi chiare, non interpretabili, semplici. Arrovellarsi in salti mortali con doppio avvitamento carpiato e bendato serve solo a masturbazioni mentali e a portare acqua al
mulino dei manovratori.


Il problema "comunismo" è un falso problema, nel senso che tale posizione politica è morta e sepolta sia per suicidio sia per coltellata alle spalle. Il comunismo ha avuto, probabilmente, più
anime dello stesso fascismo: Leninismo, Trotskysmo, Stalinismo, Marxismo, Castrismo, Maoismo e via dicendo. Il bello è che alcune di queste filosofie non differivano di molto dai fondamenti del
socialismo nazionale solo che venivano usati per crocifiggere l'avversario del momento e la conclusione la conosciamo.


Mettersi a tavolino esaminare la situazione di base, valutarne causa ed effetti quindi definire un'ipotesi sulla quale, poi, gli esperti dovranno estrapolarne una proposta politica.



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